La strada verso il Partito
Democratico è piena di buche, incroci pericolosi, di passeggeri che scendono alla
penultima fermata per andare a sinistra, di nomenclature di partito che pensano
a come dividersi i posti in prima fila sulla tolda di comando. Una strada
affollata da molti maldipancia, da enormi dubbi – spesso certezze – su cosa
produrrà la fusione fredda tra apparati e tessere dei Ds e della Margherita.
«Nulla di buono», dice senza giri di parole l’ulivista doc Franco Monaco che
esprime le preoccupazioni di Arturo Parisi. E non solo quelle del ministro
della Difesa. C’è anche Walter Veltroni a vedere il rischio di un nuovo
soggetto che nasce già vecchio, chiuso dentro il perimetro dei clan, che non
supera le appartenenze politiche del 900. La scena che Parisi e Veltroni
osservano è quella dei congressi locali dei loro rispettivi partiti.
Tesseramenti gonfiati, lotte tra correnti e perfino dentro le stesse componenti
(le mosse di D’Alema su Fassino), commissariamenti di leader (le manovre dei
Popolari rispetto a Rutelli). Posta in gioco: chi dovrà guidare la fase
costituente del Partito Democratico. Appunto.
“Il modo in cui si stanno
svolgendo i congressi della Margherita scoraggiano la partecipazione di
chiunque abbia un qualche interesse alla politica. Mi sono illuso fino alla fine
che la politica potesse rioccupare il centro della scena. Nella grande
maggioranza delle situazioni assistiamo invece a mere risse di potere,
segnate, per di più in troppi casi da una diffusa illegalità e dal disprezzo
di ogni regola oltre che dal totale disinteresse verso la politica.
ROMA — La scissione dei Ds è annunciata. La Margherita tenta un compromesso tra i suoi leader. Ma che cosa sarà del Partito Democratico che nasce in queste condizioni? È il rovello di Arturo Parisi, che quel nuovo soggetto politico ha profetizzato e sognato. Il ministro della Difesa è preoccupato. E ormai non lo nasconde […]
L’ultima volta che si sono incontrati, la settimana scorsa, Francesco Rutelli ha provato ancora una volta a convincerlo: «Arturo, i popolari mi stanno accerchiando, dobbiamo tornare all’ispirazione iniziale della Margherita, quella di cui io e te siamo fondatori».
Il 26 marzo del 1999 Silvio Berlusconi, nel discorso
parlamentare sulla guerra del Kosovo, dichiarò che non sarebbe mancato il
sostegno dell’opposizione al governo D’Alema, pur «privo di maggioranza in
politica estera», giacché questa scelta rappresentava il dovere inderogabile
«che spetta all’opposizione quando sono in gioco gli impegni non del governo
ma del Paese».
«Il nostro partito ha accumulato una
grande esperienza di pluralismo che ha fatto convivere aree, sensibilità
diverse e diverse minoranze. Non si capisce perché tutto questo non possa
continuare in un Pd, plurale nella sua composizione, che avrà bisogno –
ancora di più – di rendere evidenti le sue tante anime. Personalmente sono
favorevole che si vada – a livello locale, regionale e nazionale – a
gestioni unitarie della Quercia. In modo che tutte le articolazioni dei Ds
abbiano la possibilità di concorrere al percorso costituente del Pd. Con
un’assunzione piena di responsabilità, che faccia valere fino in fondo le
diverse posizioni».
Roma – Beniamino Andreatta è uscito dalla vita pubblica il
15 dicembre 1999, quando si accasciò alla Camera senza mai riprendere
conoscenza. Ma nei sette anni del suo lungo sonno nessuno ha mai parlato di
lui al passato. Andreatta è rimasto sino a ieri quello che è sempre stato.
L’inventore dell’Ulivo. Il punto di riferimento di personaggi come Romano
Prodi, Giovanni Bazoli, Arturo Parisi.
Talvolta la vicenda di un uomo, anche se si conclude con
una tragedia anticipata, con il corpo che tradisce la mente, riesce a essere
esemplare. Non ideologica, perché Nino Andreatta rifuggiva dall’ideologia:
ma sta di fatto che il suo tragitto intellettuale, prima di spezzarsi
nell’aula della Camera il 15 dicembre 1999, sembra riassumere in sé un
intero sviluppo politico.
Ex giudice, già
consigliere di Bill Clinton, dal 1994 al 1995, 5 volte deputato, è il vero
regista politico di Obama. Consigliere di Carter dall’87 al 91, grande
esperto di geopolitica. Ispira le posizioni di politica estera di
ObamaFiglio di Robert, ministro del Tesoro con il presidente Clinton, è
l’occhio di Obama sugli scenari di Wall Street.Pastore della «Trinity Church
of Christ». Il titolo del libro di Obama «The Audacity of Hope» viene da un
suo sermone. Nata nel 1964, lavora nell’amministrazione dell’ospedale
universitario di Chicago. E la musa del candidato nero.Un ex consigliere di
Bill Clinton per sconfiggere Hillary, un reverendo militante come guida
spirituale, un giovane guru per sedurre Wall Street ed un ventenne esperto
di telemarketing per scrivere i discorsi più importanti.
Talvolta la vicenda di un uomo, anche se si
conclude con una tragedia anticipata, con il corpo che tradisce la mente,
riesce a essere esemplare. Non ideologica, perché Nino Andreatta rifuggiva
dall’ideologia: ma sta di fatto che il suo tragitto intellettuale, prima di
spezzarsi nell’aula della Camera il 15 dicembre 1999, sembra riassumere in
sé un intero sviluppo politico.