Roma – «Purtroppo sino a quando tutto
non è concluso, nulla è concluso». Al secondo piano di piazza Santi Apostoli,
dove l’Ulivo ha messo radici, la tv rimanda in diretta le immagini del
congresso Ds, l’ultimo e il più sofferto, ma le ovazioni dei delegati e le
lacrime trattenute di Piero Fassino non sembrano commuovere il profeta
dell’unità riformatrice.
Roma – E’ sempre così. Ogni volta che Massimo D’Alema appare
sulla scena i suoi colleghi di partito e di coalizione si domandano cosa intenda
fare veramente, quale sia il suo piano segreto, il suo obiettivo.
La vicenda Telecom coi suoi colpi di scena a ripetizione: il
piano Rovati, la trattativa di Tronchetti Provera con prelazione di vendita agli
americani di AT&T e ai messicani di America Movil
Tokyo – «Operazione delfino». Sul
futuro del centrosinistra Romano Prodi ha le idee chiare. Ormai si è
convinto che il Pd debba servire anche a definire la successione, ossia la
nuova guida del centrosinistra.
Non è affatto sicuro che il leggendario popolo delle primarie il 16
ottobre 2005 sia andato a votare per la scelta del candidato alla Presidenza
del Consiglio avendo anche in mente un, allora inimmaginabile, Partito
Democratico.
Fin qui ho evitato, più o meno
consapevolmente, di occuparmi del costituendo Partito democratico.
«Sono stato incerto se intervenire nel dibattito sui modi
e i motivi della «trattativa indispensabile» col gruppo di talebani
assassini che il governo afghano, sollecitato da quello italiano, ha
condotto per ottenere la liberazione del giornalista di Repubblica.
Roma
– Una lettera a Rutelli e Soro, inviata qualche giorno fa. Per denunciare le
«decine di ricorsi pendenti» sui congressi locali della Margherita, le
«diverse e diffuse illegalità». Firmata dal presidente dell’assemblea
federale del partito, Willer Bordon.
Il Partito Democratico prossimo venturo non rappresenterà,
almeno per come si è venuto costruendo nei congressi dei due soli partiti che
hanno finora aderito a quella prospettiva, la conclusione logica e politicamente
auspicabile dell’’esperienza dell’’Ulivo.
A freddo, senza un apparente perché, Clemente Mastella è
tornato a minacciare: «Se c’’è il referendum sulla legge elettorale, mando in
crisi il governo». Da Napoli, col tono allusivo del «ccà nisciuno è ffesso», ha
soggiunto: «Chi gioca al nostro interno sappia che scherza col fuoco, avrà una
risposta molto dura.