Prima di tutto si deve riconoscere che è
una persona onesta, una di quelle – insomma – dalla quale compreresti la
famosa auto usata perché è onesto il suo modo di ragionare, visto che ti
accoglie avvisandoti che «guardi non è mica che noi siamo dei pionieri, non
ci stiamo mica avventurando coraggiosamente alla scoperta di terre
sconosciute: noi siamo, a voler dire la verità, piuttosto i gestori di un
ritardo, perché l’’Ulivo è nato più di dieci anni fa e stiamo ancora qui a
discutere di come farne un partito».
Roma – Mario Draghi bacchetta le
banche: troppi costi e poca efficienza. Tommaso Padoa-Schioppa lancia un
appello: è indispensabile un più attento servizio alla clientela. Il
governatore della Banca d’Italia e il ministro dell’Economia parlano
all?assemblea dell?Abi, l?associazione bancaria italiana. In sala, tra gli
altri, ci sono anche Prodi, Fassino, Bertinotti, Franceschini e Gianni
Letta.
La partenza non è, purtroppo, stata buona. L’investitura di Walter
Veltroni da parte del segretario dei Ds Piero Fassino ha reso
praticamente impossibile la comparsa di qualsiasi sfidante. In attesa che
Enrico Letta formalizzi la sua candidatura, anche la rinuncia di Pierluigi
Bersani, per di più richiestagli da Fassino e accettata affinché i Ds non si
dividano, non sembra affatto coerente con l’obiettivo di lungo periodo,
ovverocostruire un partito nuovo nel quale molteplici identità si fondano
inmaniera efficace e propositiva
C’è una cosa di cui si può esser certi,
conoscendo solo un po’ il carattere sanguigno del personaggio e ciò che
pensa dei primi passi del nascente Partito democratico: e cioè, che
quello che in queste ore sta davvero mandando fuori dai gangheri
Pierluigi Bersani, è la pioggia di complimenti (provenienti soprattutto
dalle file del suo partito, Fassino in testa) per la “saggezza” e il
“senso di responsabilità” dimostrati con l’annuncio che non si
candiderà alla guida del Pd in competizione con Walter Veltroni e con
chi altro, magari, deciderà di provarci. Quelle dichiarazioni, quei
complimenti gli hanno dato sommamente fastidio. E uno sopra tutti:
quello di Piero Fassino.
Il sistema politico italiano soffre di una frammentazione
partitica esasperata. Questa frammentazione, come chiunque può constatare,
ci condanna all’ingovernabilità e, alla lunga, può anche compromettere il
futuro della nostra democrazia. Non è quindi un ragionare per paradossi
sostenere che la sorte del costituendo Partito democratico dovrebbe stare a
cuore anche a coloro che non ne condividono le proposte e non hanno
intenzione di votarlo. Insieme alla raccolta di firme in corso per il
referendum sulla riforma elettorale, la costituzione del Partito democratico
è infatti, attualmente, la sola iniziativa tesa a invertire la tendenza, a
ridurre quella dannosa e pericolosa frammentazione.
Arturo
Parisi lancia l’offensiva per le primarie del Partito democratico. Mentre
Enrico Letta scalda i motori (ma prende tempo) per la sfida del 14 ottobre a
Walter Veltroni alla guida del Pd, è il ministro della Difesa a porre
l’ultimatum: «In assenza di altri candidati, sempre che ce ne siano le
condizioni e che si possa giocare ad armi pari, per amore di verità e per il
bene del progetto, la mia candidatura è da ritenersi in campo».
In Italia è avvenuto un colpo di stato con il quale la democrazia
parlamentare è stata sostituita dalla democrazia consensuale. Il cambio di
regime non è capitato in una tenebrosa «notte dei generali», come di
consueto, ma è avvenuto con una silenziosa ma efficacissima rivoluzione che
ha esteso questo sistema di governo dalla politica all’intera nostra
società.
Con un consenso difficilmente
raggiungibile in tempi come questi, tutti i partiti rappresentati in
Parlamento sono concordi nel definire un grave errore e addirittura una
“porcata” la legge elettorale che ci ha portati al voto un anno fa, varata a
colpi di maggioranza dalla destra nell’agonia del potere berlusconiano, per
trarne un vantaggio di parte. Questa unanimità di giudizio su una materia
così delicata, imporrebbe l’obbligo di comportamenti conseguenti, con
l’assunzione di una precisa responsabilità a cambiare le regole elettorali,
attraverso un metodo condiviso. Invece, nulla di tutto questo sta avvenendo.
I partiti giudicano la legge che dà forma alla sovranità popolare un
obbrobrio: ma non sono fino ad oggi in condizioni di cambiarla, con una
pubblica e grave manifestazione di impotenza che è purtroppo sotto gli occhi
di tutti.