Arturo
Parisi invita tutti ad «assumersi le proprie responsabilità», visto che, mentre
la raccolta delle firme per il referendum scade fra un mese, a un anno
dall’impegno profuso dal governo per cambiare la legge elettorale, «non è
stato nemmeno presentato un testo nella commissione Affari Costituzionali
del Senato». A dispetto di ciò, il presidente della Commissione Enzo Bianco
proporrà oggi alla commissione la bozza del suo ddl di riforma del
«porcellum», pubblicamente denigrato da tutti i partiti, che potrebbe bloccare
il referendum. Non solo.
Secondo
l’Onu, sono 314 i civili afghani uccisi per errore dall’inizio dell’anno. Troppi
perché la loro ombra non pesi come un macigno sulla conferenza romana che
vorrebbe incentivare giustizia e stato di diritto a Kabul. Troppi per non
irritare il presidente Karzai, per non mettere in imbarazzo l’Onu e ancor
più la Nato, per non resuscitare le voglie di ritiro della nostra sinistra
radicale e per non far dire al ministro Parisi che «se non sappiamo sparare
è meglio astenerci». La questione, purtroppo, è più complicata di così e
promette di condizionare in maniera decisiva il futuro della presenza
alleata in Afghanistan.La Nato, per cominciare. In guerra non è possibile
evitare del tutto quelli che vengono chiamati danni collaterali né è mai
esistito un conflitto senza vittime civili.
Molti
maggiorenti del costituendo Partito democratico forse non se ne rendono conto ma
c’è il rischio che la nascita del nuovo partito non sia una cosa seria,
proprio il contrario di quei solenni atti fondativi da cui prendono vita le
imprese importanti e durature.Dopo l’autocandidatura di Walter Veltroni alla
guida del Partito democratico ci si poteva aspettare che altri dirigenti, in
disaccordo con la linea politica da lui tratteggiata, si candidassero subito
a loro volta. Per dare vita a una vera gara. Invece, al momento, aperte critiche
ai contenuti del discorso di Veltroni non ne sono state ancora fatte, i
potenziali sfidanti tentennano, e i «veri» capi dei due partiti che si vanno
a fondere (Ds e Margherita) cercano di scongiurare un conflitto per la
leadership. In compenso, stanno sbocciando, come cento fiori, le «liste per
Veltroni».
Ho partecipato insieme a Rosy Bindi e Marco Follini al dibattito finale di un
seminario sui temi della laicità organizzato dalla stessa Bindi presso il
monastero di Bose, dove normalmente si prega e si svolgono corsi biblici, ma
di tanto in tanto si riflette pure su questioni importanti per l’uomo
d’oggi. La prima parte era stata arricchita da tre lezioni (padre Enzo Bianchi,
monsignor Giovanni Giudici e professor Fulvio De Giorgi) sui profili
teologici e storici del tema della laicità.
Kabul – L’ennesima strage di
innocenti nel sud Afghanistan – stavolta le vittime sarebbero addirittura
un’ottantina – ormai rischia quasi di non far più notizia. C’è n’è una ogni due
giorni. La Nato come al solito si scusa, corregge al ribasso il bilancio dei
morti, ammette l’errore ma diabolicamente continua a ripeterlo. Ma il ministro
italiano della Difesa, Arturo Parisi, esprime una dura condanna per gli esiti
del nuovo raid: “Le inchieste non bastano più, è tempo di fatti. Tutto
quello che c’è da sapere lo sappiamo, i taliban sono degli assassini, ma noi
siamo lì per difendere il popolo afgano”.
Noi – la specie umana – siamo giunti ad un momento decisivo. È inaudito, e fa
perfino ridere, pensare di poter davvero compiere delle scelte in quanto specie,
ma è proprio questa la sfida che ci troviamo davanti. La nostra casa – la Terra
– è in pericolo. Non è il pianeta a correre il rischio di essere distrutto, ma
le condizioni che lo hanno reso un luogo accogliente per gli esseri umani.
Molti si aspettavano che Walter Veltroni, il
giorno in cui si è candidato ufficialmente alla guida del partito
democratico, usasse di frequente e con fervore la parola: «sogno». È
una parola che i politici del Novecento hanno usato spesso, e per la
verità non solo quando si predisponevano a conquistare il potere:
Il problema viene posto con garbo veltroniano, a bassa voce, ufficiosamente. Ma
accompagnato da un aggettivo, «oggettivo», che lo rende spinoso per Palazzo
Chigi. Il problema è la possibile candidatura del sottosegretario alla
presidenza del Consiglio, Enrico Letta, alla leadership del Pd. Una scelta
che gli cucirebbe addosso, di fatto, i panni dell’anti- Veltroni; e che, per
un’associazione di idee inevitabile, potrebbe fare apparire il capo del
governo come regista occulto dell’operazione. Anche perché il tamtam su Letta si
affianca alle critiche pesanti che uno spirito libero, ma prodiano doc, come
il ministro Arturo Parisi sta esprimendo da giorni per il modo in cui si sta
imponendo la figura del sindaco di Roma.
Walter Veltroni è riuscito in un’impresa difficile, ieri al Lingotto. Candidandosi alla guida del Partito democratico, è riuscito ad apparire come homo novus e al tempo stesso come uomo che non segue le mode, che non lusinga chi è attratto dall’antipolitica, che non si compiace nella denigrazione di chi governa. Homo novus lo è senz’altro: da anni si tiene lontano da apparati, da correnti. Il suo mal d’Africa è stato espressione di questo prudente interiore distanziarsi. In questo somiglia molto ai dirigenti che hanno conquistato ultimamente il favore popolare, in Europa.