La politica estera italiana, in particolare per quanto riguarda la vicenda Afghanistan, sembre attraversare un momento molto particolare. La maggioranza, dopo gli ultimi distinguo della Lega, sembra volersi “sganciare”. Si inizia a prospettare una exit strategy italiana?
L’Afghanistan è solo un esempio delle contraddizioni che vanno crescendo all’interno della maggioranza. Da una parte sta infatti Bossi, che, lisciato da Berlusconi, fa il Ministro di lotta e di governo, alimenta e amplifica il buon senso da bar raccolto tra i suoi elettori in italiano e soprattutto in dialetto. Dall’altra i ministri degli Esteri e della Difesa che sanno che, dialetto o italiano che sia, ogni parola detta da un Ministro in Italia li costringerà a rispondere all’estero a interrogativi pressanti. Anche se a nessuno è possibile ignorare le domande e l’avversione che vanno diffondendosi sulla missione afghana nell’opinione pubblica occidentale a cominciare dall’America nessun governo può permettersi contemporaneamente due linee di politica estera. Proprio chi rifiuta l’interventismo per mestiere sa che per poter lavorare ad una exit strategy collettiva, deve assicurare gli alleati di non perseguire una propria exit strategy autonoma. Se il governo pensa di avere qualche idea su come portare a termine assieme agli alleati la missione afghana invece di parlarne alla leggera non ha che da prospettarla seriamente.
Fino a quel momento gli italiani e gli alleati debbono sapere che non rimarremo in Afghanistan un giorno in più del necessario, ma neppure un giorno in meno del dovuto.
Ogni parola in più mette a rischio le vite dei nostri soldati e danneggia il Paese.
Le regole di ingaggio e la natura della missione italiana sono rimaste invariate (almeno formalmente) nonostante il cambio di comando del 2003/4. Lei è uno dei pochi politici italiani che, davanti all’offensiva talebana degli ultimi mesi e la necessità di un cambio di strategia espresso da governo e forze armate, ha dichiarato la necessità di un passaggio parlamentare. In che modo e in quali tempi?
Non è solo la difesa formale del parlamento come l’unica sede legittimata a prendere decisioni così importanti. E’ che solo nel confronto aperto che si può verificare se la nostra azione riesce a mantenersi nel sentiero tracciato dall’art.11 della nostra costituzione, che da una parte ci chiama al ripudio della guerra, e dall’altra contemporaneamente alla difesa della pace. E’ per permettere questa verifica che avevo indicato 72 ore come limite per poter rispondere alla richiesta di ridislocare stabilmente i nostri reparti oltre i limiti del mandato attuale. Prendere un impegno più stretto significa infatti esporre il governo al rischio di infilare il Paese in avventure fuori dal nostro controllo e dalle nostra disponibilità senza essere neppure riusciti a sentire il Parlamento.
Dalle ultime dichiarazioni di alcuni alti ufficiali è sempre più diffusa la percezione di un’inadeguatezza delle iniziative del governo per migliorare le dotazioni e la sicurezza del contingente italiano. Si tratta di una forzatura degli Stati Maggiori oppure di problemi concreti?
Sono i tagli al bilancio della Difesa che cominciano a far sentire i loro effetti in Afghanistan esattamente come per la sicurezza interna in Italia. In una situazione impegnativa come quella afghana le esigenze di disponibilità di mezzi adeguati, il logoramento dei mezzi esistenti, e l’insufficiente addestramento del personale pongono problemi naturalmente molto più pesanti.
Un cambio della natura di peacekeping della missione, e quindi di una partecipazione offensiva accanto alle truppe Nato e Usa, secondo lei è accettabile?
Io so che il Presidente Obama, parlando qualche giorno fa dell’Afghanistan agli ex-combattenti, ha detto “Non è una guerra in cui c’è una scelta. E’ una guerra necessaria”. E’ una affermazione e una posizione che a noi non è consentita: nè ad un governo di centrosinistra, ma neppure ad uno di destra. Nel quadro di condizioni e di alleanze attuali a noi è consentito operare in un territorio nel quale, come dice Obama, c’èuna guerra, anche se una guerra particolare visto che giovedì si è votato. Ma pur standoci da militari che possono trovarsi impegnati in conflitti armati a noi non è consentito di starci da belligeranti. Noi siamo infatti lì all’interno dell’Isaf, una missione che persegue come proprio specifico compito l’assistenza alla costituzione del quadro di sicurezza del nuovo Stato afghano. Naturalmente non mi nascondo che il sentiero lungo il quale camminiamo è stretto, anzi strettissimo. Stretto sul piano dei principi costituzionali. Strettissimo perchè la missione alla quale prendiamo parte in Afghanistan è condizionata dalla presenza della Enduring Freedom, una missione che non ha difficoltà a qualificarsi di guerra, la cui impostazione e il cui svolgimento è fuori dal controllo nostro e della Nato. E’ per questo che dal governo e dall’opposizione ho posto il problema del rapporto tra le due missioni, sia dal punto di vista strategico che operativo. E’ evidente che, nonostante alcune recenti correzioni, l’attuale rapporto tra le due missioni continua ad essere decisamente insoddisfacente. Se per motivi strutturali o operativi le finalità della missione Isaf dovessero finire per coincidere con quelle della Enduring Freedom potrebbe aprirsi per noi una questione serissima.
Il voto a Kabul, con un affluenza del 50 % alle urne, sembra dimostrare che nonostante la pressione e gli attentati degli estremisti la popolazione afgana vuole uscire dall’incubo della guerra. I Talebani vengono sconfitti dalla politica e non dalle armi?
Che la vittoria sia affidata solo al ritorno della politica, come confronto pacifico e decisione comune, è fuori discussione. La premessa di questo approdo è la certezza che il bilancio tra vantaggi e svantaggi della violenza è negativo per tutti. Perchè questo risultato sia raggiunto nella realtà e nelle convinzioni, è bene che chi è guidato da un disegno opposto, sia neutralizzato e aiutato a tornare alla ragione.
La classe dirigente afgana, almeno quella emersa finora, è in grado di reggere il paese?
E chi potrebbe dichiararsi soddisfatto? Chi potrebbe dimenticare che se è vero che all’art.7 della costituzione afghana sia scritto che lo Stato si conforma alla “dichiarazione dei diritti dell’uomo”, all’art.1 è ribadito che la religione di stato della Repubblica Islamica dell’Afghanistan è la “sacra religione dell’Islam” alla quale deve rifarsi ogni disposizione di legge? E tuttavia quando giudichiamo gli altri non è mai male guardare all’orologio della storia e confrontarli con il cammino che abbiamo noi stessi percorso. Forse saremmo più oggettivi e allo stesso tempo più ottimisti. Tra l’imposizione di modelli che neppure noi riusciamo a rispettare e la resa alla violenza e alla sopraffazione ci saranno pure delle vie di mezzo? Sento ad esempio dibattere sulle misure della partecipazione elettorale afghana dimenticando che alle ultime elezione per il parlamento di Strasburgo ha votato appena il 43% degli europei. Sento giustamente denunciare le quote di territorio dominate da organizzazioni illegali, o la diffusa presenza di politici corrotti. A proposito del voto delle donne mi è capitato di leggere che tanto sono sono influenzate dai maschi delle loro famiglie e dalle appartenenze tribali. E noi?
Come non riconoscere in queste obiezioni contro la democrazia le stesse critiche che nel dopoguerra il qualunquismo rivolgeva alla nostra democrazia nascente, gli stessi umori che una parte importante della maggioranza di governo diffonde ancora oggi quando chiede ai padani perchè mai con Garibaldi sono finiti nel Sud e cosa aspettano a tornarsene a casa.