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12 Febbraio 2007

Se il Cremlino alza la voce

Autore: Sandro Viola
Fonte: la Repubblica

Non c´è stata sorpresa, a ben vedere, nell´attacco che Vladimir Putin ha sferrato contro la politica americana l´altro giorno a Monaco. L´antiamericanismo del regime russo s´era fatto negli ultimi tempi sempre più esplicito e corrosivo.


I tre quarti dell´establishment moscovita, gli alti gradi militari, gli ambienti politici più nazionalisti e le schiere di ex agenti del Kgb che oggi costituiscono la base del potere in Russia, non sono infatti mai riusciti a dimenticare la sconfitta subita nella Guerra fredda.


Non a caso, è da questi settori che erano venuti doglianze e colpi di freno quando Eltsin prima, e poi Putin all´indomani dell´11 settembre, avevano abbozzato una linea di integrazione alle politiche dell´Occidente.


Era stato comunque Putin, all´inizio del suo secondo mandato nel 2004, a ingranare la marcia d´un rapporto critico, competitivo, con gli Stati Uniti.


Le sue risposte sempre più sprezzanti ai rilievi americani sulle strettoie della vita democratica in Russia, il ritorno dei suoi diplomatici a certi toni e atteggiamenti della diplomazia sovietica, e soprattutto, negli ultimi due anni, una politica d´interdizione sistematica ad ogni mossa americana sulla scena internazionale.


Gli ostacoli alle sanzioni contro Teheran, la vendita d´armi alla Siria, l´immediata apertura a Hamas, gli ultimatum sul futuro del Kosovo, le dure rimostranze contro gli allargamenti della Nato.


Putin s´era quindi già allineato al fronte antiamericano del regime e di una parte dell´opinione pubblica. Ne aveva condiviso le convinzioni: gli Stati Uniti, ma anche gli occidentali nel loro complesso, non vogliono una Russia forte, pronta a rioccupare il posto che aveva tra i potenti del mondo, e capace di fungere da centro ad un diverso sistema solare da quello che ruota attorno alla superpotenza americana.


Dunque la Russia deve andare avanti da sola. Ecco le manovre militari con la Cina e l´India, gli “ukaze” energetici ai paesi dell´ex Urss (che hanno però fatto sbiancare anche gli europei occidentali), gli arbitrii compiuti senza il minimo scrupolo a danno delle compagnie petrolifere straniere operanti in Russia, la polemica sempre più aspra contro l´idea d´un «mondo unipolare» pilotato da George W. Bush.


Senza parlare dei modi spicci, sgradevoli, con cui il Cremlino ha liquidato ogni interrogativo sui delitti Politkovskaya e Litvinenko. Nessuna meraviglia, insomma, che il temporale addensatosi negli ultimi mesi sia esploso a Monaco con tuoni e fulmini, sabato scorso, alla Conferenza per la sicurezza.


Certo, ha meravigliato l´aggressività del linguaggio di Putin. In due o tre frasi del suo discorso, gli Stati Uniti vengono infatti incolpati di barare al tavolo della politica mondiale, tacciati d´ipocrisia, e definiti ­ per gli esiti disastrosi dell´avventura irachena e per il modo in cui stanno trattando con Teheran ­ i veri incendiari del Medio Oriente.


Così, se molti dei politici ed esperti presenti alla Conferenza hanno poi parlato di “toni da Guerra fredda”, non si può certo dire che abbiano molto esagerato. Nel discorso di Putin c´era indubbiamente qualcosa che ricordava la Guerra fredda.


E del resto, anche gli americani avevano da tempo indurito la voce. Il vice-presidente Dick Cheney aveva detto qualche mese fa che Putin stava usando le risorse energetiche russe con i metodi dei ricattatori, e giorni fa il nuovo ministro della Difesa Bill Gates aveva incluso la Russia, insieme alla Corea del Nord, all´Iran e alla Cina, nel sulfureo elenco di paesi dalla condotta incerta, e perciò capaci di creare gravi turbolenze internazionali.


Quel che ora resta da capire è se questo serio peggioramento dei rapporti Usa-Russia sia destinato a durare molti anni, con tutte le conseguenze e i ricaschi che potrà avere anche in Europa, o se possa invece ricomporsi a medio termine in una relazione meno tesa, più pragmatica.

L´impressione è che una risposta potrà essere data soltanto dopo le elezioni presidenziali della primavera 2008, quando vedremo chi sarà il successore di Putin. Perché il regime russo non è omogeneo, ha almeno due anime, due tendenze.


Le quali sono rimaste sinora ­ grazie all´euforia provocata dagli alti prezzi delle materie energetiche, e d´una certa crescita economica complessiva ­ abbastanza unite: ma che in futuro sembrano destinate a divaricarsi.


Che la Russia conosca una fase di prosperità, è certo. Per la prima volta dagli anni Settanta i forzieri russi tracimano valuta pregiata, ogni giorno gli europei si succedono trepidanti per trattare le loro forniture energetiche con i monopoli moscoviti, ed è anche questa nuova sicurezza dopo il caos post-comunista (oltre alla percezione di un´America impantanata forse senza rimedio in Iraq) ad aver favorito gli atteggiamenti ruvidi, quando non erano arroganti, del Cremlino e della sua diplomazia.


Ma gli orientamenti, nel regime, riguardo alla nuova ricchezza del paese, divergono. Un´ala per così dire “liberale”, che guarda con realismo allo stato del paese, ai suoi abissali ritardi, sa bene che per modernizzare la Russia sono necessari ­ oltre ai grandi mezzi finanziari accumulati in questi anni ­ gli apporti dell´Occidente: investimenti, tecnologie, esperti.


Specialmente a partire dalla metà di quest´anno, quando la Russia entrerà a far parte dell´Organizzazione mondiale del commercio, e la sua industria sarà perciò esposta pienamente alla concorrenza straniera.


Per cui isolarsi dietro la caterva dei petrodollari conservati alla Banca centrale senza procedere ad una vera trasformazione dell´industria, delle infrastrutture e del sistema legislativo, porterebbe prima o poi ad un nuovo collasso.


L´altra componente del regime, quella cosiddetta statalista, è composta in prevalenza di “cekisti”, il personale che proviene come Putin dai servizi di sicurezza. Sono loro, oggi, a tenere le redini della Russia.


Loro che hanno in larga parte rinazionalizzato l´industria energetica, piazzandosi in tutte le sue posizioni-chiave. E questo settore del regime è il meno interessato ad una vera modernizzazione del paese, che comporterebbe tra l´altro un´energica limatura dei suoi poteri.


Dunque il più propenso, se non ad una nuova Guerra fredda, ad una rivalità, con politiche di sistematico disturbo, nei confronti degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Chi succederà a Putin, non lo sappiamo.


Ma i due papabili di cui ricorre più sovente il nome, sono il vice-primo ministro Dimitrij Medvedev (formazione giuridica, spesso incluso dagli esperti russi e stranieri tra i “liberali”) e il ministro della Difesa Sergheij Ivanov, che proviene invece dai servizi di sicurezza.


Forse i due impersonano le diverse tendenze che oggi s´intravedono nel regime. E infatti Medvedev ha suscitato molti consensi parlando a Davos, all´ultimo Forum economico, di «riforme necessarie», mentre Ivanov s´è dilungato la settimana scorsa sulla ricostruzione delle forze armate russe.


Non resta quindi che aspettare e vedere. Certo: se sarà Ivanov o un altro «cekista» come lui ad ascendere al Cremlino, discorsi come quello pronunciato da Putin a Monaco ne sentiremo ancora. E molto probabilmente anche più duri.