2 Dicembre 2005
Prodi amministratore straordinario. Il futuro è di Rutelli e Veltroni
Autore: Dario Di Vico
Fonte: Corriere della Sera
«Spero che Prodi si occuperà più di governare che di organizzare la politica. Dovrà comportarsi da amministratore straordinario di un Paese in difficoltà», dice al Corriere Carlo De Benedetti.
E aggiunge che il futuro è di Veltroni e Rutelli, il primo «perché è giovane, intelligente, moderno e un ottimo sindaco», mentre il leader della Margherita ha creato una formazione politica «senza la quale oggi i Ds sarebbero più conservatori.
Alla generazione di Veltroni e Rutelli tocca il compito di ridare al Paese il senso di una missione».
Dietro la scrivania di Carlo De Benedetti campeggia un vecchio Espresso di fine 2004. Grande foto (sua) e strillo «I miei primi 70 anni».
Nel mondo dell’editoria è risaputo che prima della prossima estate andrà a ricoprire la carica di presidente del gruppo editoriale che possiede.
Starà molto più tempo di oggi a Roma e si dice anche che, per evitare ogni sospetto di condizionamento, si dimetterà dai Cda di società esterne al gruppo.
Ma di questo l’Ingegnere non vuol parlare, le cose che gli stanno a cuore sono il rilancio dell’Italia e il futuro della sinistra.
Non a caso ha appena partecipato a un affollato incontro romano sul Partito Democratico e le sfide del XXI secolo con Francesco Rutelli e Walter Veltroni.
A ben vedere il primo lustro il XXI secolo per l’Italia non è iniziato favorevolmente.
«Il presidente Ciampi per molto tempo si è innervosito a sentir parlare di declino. Tuttavia, volendo affrontare il tema a un convegno della Fondazione Rodolfo De Benedetti tenuto all’inizio di quest’anno scelsi come titolo “Oltre il declino”, per rispetto a Ciampi. Ora ho visto che anche lui si è dovuto arrendere e in occasione del premio Leonardo ha denunciato la drammatica perdita di competitività del sistema Italia».
Eppure in molti, compresa l’Ocse, scommettono sulla ripresa.
«Vincenzo Visco tempo fa mi disse, forse per scaramanzia, “vedrai che sotto elezioni Berlusconi incrocerà la ripresa” e io gli obiettai che la crisi italiana è strutturale. Dunque anche se Francia e Germania, Bce permettendo, ripartissero alla grande noi non riusciremmo ad agganciare la ripresa. Le racconto un episodio illuminante. Una settimana fa in occasione di un consiglio della Valeo a Parigi ho incontrato il presidente di una delle maggiori banche americane che mi ha apostrofato così: “Lo sai che uscirete dall’euro?”. Ha continuato sostenendo che il nostro debito è al top, che il deficit non si sa a quanto veramente ammonti, che Francia e Germania non ci vedono nemmeno più come un concorrente sulle esportazioni. Ora io escludo che l’Italia esca dall’euro, ma sono rimasto colpito che una persona così autorevole avanzasse l’ipotesi».
Sul Corriere Francesco Giavazzi ha suggerito a un eventuale governo di centrosinistra alcune priorità da realizzare nei primi 100 giorni. Lei è d’accordo?
«La prima cosa che dovrebbe fare Prodi da presidente del Consiglio è raccontare la verità al Paese. Non una comunicazione propagandistica del tipo “il buco che ci ha lasciato la destra”, ma da padre che dice ai figli come stanno le cose. La situazione è drammatica e le cause vengono da lontano. Berlusconi è stato certamente un catalizzatore della velocità del declino, ma se la Fiat ha dei problemi non è colpa del premier e se il debito è al 110% non è solo a causa sua. Poi lui di errori ne ha fatti mille, dai condoni a una riforma delle pensioni inadeguata fino a un provvedimento sul Tfr a futura memoria. Il fatto è che le vere riforme costano, anche in termini di consenso».
Proviamo a indicare un provvedimento di urgenza assoluta?
«Sul mercato del lavoro c’è un’elasticità insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma bisogna fare di più, molto di più. Per riuscire bisogna intervenire pesantemente sugli ammortizzatori sociali».
Cambiare il governatore non è un’urgenza?
«Le dimissioni di Fazio sono un dovere, mentre la riforma del risparmio, sicuramente, rientra tra le priorità anche per riguadagnare un minimo di credibilità sui mercati internazionali».
C’è un terzo provvedimento chiave?
«Per restare all’economia penso alla riduzione del cuneo fiscale. Non di un punto come ha fatto il governo con Luca di Montezemolo che si è dovuto accontentare. Una vera riforma significa dieci punti di cuneo fiscale, con un costo di 20 miliardi. È evidente che per realizzarla occorre recuperare gettito fiscale combattendo l’evasione e, al limite, aumentando l’Iva. Uscendo dall’economia penso che sia la riforma costituzionale votata dal centrodestra sia la nuova legge elettorale vadano spazzate via. Quest’ultima ridà tutto il potere alle oligarchie di partito e non potrà che allontanare gli elettori dalla politica».
E se Prodi dovesse fallire con le riforme?
«Sarebbe una tragedia e non ci rimarrebbe altro che un Cardinale o un Generale».
O un Editore?
«No, stia tranquillo. Il dna di un imprenditore è incompatibile con la politica, il politico deve essere democratico mentre l’uomo d’impresa deve essere autocratico».
Il suo pessimismo fa il paio con l’Economist che ha anche stilato una bocciatura preventiva del centrosinistra.
«Proprio per questo Prodi deve fare le riforme. Altra strada non c’è».
Si aspettava che le primarie fossero un trionfo per Prodi?
«Non mi aspettavo tanta affluenza. Mi sono complimentato con Prodi per lo straordinario successo, anche se ero e resto contrario alle primarie organizzate senza regole. Spero che Prodi si occuperà più di governare che di organizzare la politica. Deve comportarsi da amministratore straordinario di un Paese in difficoltà. Resta poi l’esigenza di darsi una missione perché non bastano le riforme vere, un grande Paese deve avere una visione del proprio futuro, ma ci vorranno tempi lunghi non compatibili con chi appartiene alla mia generazione».
La mission dell’Italia è un compito per il Partito Democratico?
«Certo. Ma bisogna far presto. O nasce durante la prossima legislatura, oppure non nasce più».
A parole nel centrosinistra sono tutti d’accordo ma specie nei Ds ci sono resistenze. Si obietta che la tradizione socialista è ancora viva e feconda.
«La tradizione socialista era tutta incardinata nel patto tra produttori mentre il referente del Partito democratico deve essere il consumatore. Non sono mai stato socialista, non ho mai condiviso la cultura egualitaria e gli strumenti che si assegnava per gestire l’economia. Oggi mi ritrovo in molte delle cose che dice Gordon Brown, sono per una società competitiva e solidale».
Competitiva e solidale. Suo fratello Franco griderebbe all’ossimoro.
«Insisto: non sono linee guida incompatibili. Ci vuole più meritocraziama anche più attenzione a quelli che non ce la fanno».
L’ossimoro però è largamente presente nei programmi della sinistra. Non trova?
«Alcuni esponenti della sinistra continuano a coltivare verità non dette, cadono in affermazioni che non corrispondono ai comportamenti. Metta le liberalizzazioni. Per un Bersani che ne è sinceramente convinto ci sono dieci assessori regionali che ostacolano la deregulation nel commercio e nell’elettricità. In Italia chi comanda negli enti locali? Per lo più il centrosinistra e vedo nascere tante piccole Iri».
Anche la Tav è un caso di contraddizioni non risolte a sinistra?
«Il sindaco Chiamparino e il presidente Bresso hanno mostrato fermezza e coraggio. Dopo dieci anni stiamo ancora a discutere se la Tav si deve fare o no? Avrei preferito che il centrosinistra avesse preso una posizione più netta, a cominciare da Prodi. Ho trovato più coraggioso Ciampi».
Si discute sulla bontà dell’operazione Bnl-Unipol. Il suo giudizio?
«La bancassurance è fallita in tutta Europa. Nel caso specifico questa mi pare un’operazione di potere senza logica di mercato. Se poi servisse per fare politica allora sarebbe sbagliata due volte».
Mercoledì a Roma ha detto a Veltroni e Rutelli, «è il vostro secolo»…
«Veltroni perché è giovane, intelligente e moderno. È stato segretario dei Ds, direttore dell’Unità ed è un ottimo sindaco. La perfetta organizzazione di un evento come i funerali del Papa ha fatto sì che si parli di un Nobel per la città di Roma. E ha mostrato qualità politiche anche prendendo come suo riferimento, in epoca non sospetta, la figura di Kennedy».
E Rutelli?
«Nel 2001 è stato una sorpresa per tutti, ma non per me. Venne scelto come leader perché si pensava che l’Ulivo avrebbe perso, ma molti non ricordano che ha preso più voti di Prodi nel ’96. Un risultato straordinario. Inoltre come sindaco di Roma aveva rotto molti tabù, si pensi solo alla quotazione dell’Acea. E poi ha saputo mettere insieme ex sindacalisti, ex presidenti del Senato, ex presidenti del Consiglio, ex repubblicani e ne ha fatto una formazione politica giovane, vivace e moderna. Senza la Margherita i Ds oggi sarebbero più conservatori. Lui e Veltroni sono dei cinquantenni e alla loro generazione tocca il compito di ridare al Paese il senso di una missione».
Nell’attesa se la chiamassero a fare il ministro accetterebbe?
«Assolutamente no. Credo poco al tecnico puro e poi, le confesso, tengo alla qualità della vita».
Faccia una lista dei ministri.
«Non ci penso proprio, ma le dico che c’è bisogno di cooptare personalità che ci ridiano la credibilità perduta all’estero. E non utilizzare una persona come Mario Monti sarebbe un delitto».
Ha appena detto che non crede ai tecnici…
«Da commissario Ue Monti ne ha fatta di politica! Non è più solo un tecnico».
Se nella politica si avvicina l’ora del ricambio generazionale nell’impresa accade lo stesso?
«Si guardi attorno, non le pare che nell’impresa sia già avvenuto?».