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13 Ottobre 2004

Primarie, i Ds frenano Bertinotti

Autore: Ninni Andriolo
Fonte: l'Unità

L’unica certezza è che a febbraio si farà qualcosa. Ma il “cosa” è tutto da decidere. E dal cilindro potrebbero saltar fuori primarie vere, primarie di nome e non di fatto o primarie che non hanno nulla a che vedere con il modello made in Usa. La commissione sulle regole decisa dalla “Gad” non è stata nemmeno insediata, ma la fantasia si è messa già al lavoro. Le primarie le vogliono soprattutto Prodi e i prodiani della Margherita, per sorreggere la leadership del Professore con un’investitura popolare che affianchi quella dei partiti. Molti leader del centrosinistra vogliono le primarie perché le vuole Prodi, ma ne farebbero volentieri a meno. Comprendono l’utilità di chiamare «il popolo» della Grande alleanza democratica a scegliere il candidato premier che sfiderà Berlusconi nel 2006, ma si chiedono se il gioco valga la candela. Prodi, tra l’altro, non viene messo in discussione da nessuno e per svolgere primarie vere bisogna inventarsi candidati veri, cioè alternativi al Professore. Altra cosa sarebbe una consultazione – si chiami o non si chiami primaria – che mobiliti la gente del centrosinistra intorno ad un unico candidato «in modo da rafforzare ancora di più Romano Prodi».

E delle primarie, tra l’altro, farebbe volentieri a meno lo stesso Bertinotti che si vedrebbe costretto a scendere in campo nel caso in cui le consultazioni si dovessero fare davvero. A candidarsi, cioè, non contro Prodi ma per tenere alta la bandiera della sinistra alternativa, dando nel contempo alle primarie – così dice – quella sostanza democratica che non avrebbero se ci fosse in lizza solo il Professore. Ma l’ipotesi di un unico candidato che sfida (?) il già scelto candidato Prodi non piace agli altri leader. Il verde Pecoraro Scanio, ad esempio, dichiara che se dovesse scendere in campo il segretario Prc dovrebbe fare anche lui la stessa cosa. Parole simili a quelle dell’udeur Mastella o del diessino Salvi. Parole alle quali potrebbero aggiungersi – anche se in linea teorica – quelle di Diliberto, Boselli, Sbarbati, Fassino, Rutelli, Di Pietro. Perché – questo il ragionamento – Prodi è il candidato della coalizione che tutti approvano. Bertinotti è il candidato di un partito. E a candidatura di partito, non si può non contrapporre candidatura di partito.


Insomma, un bel rompicapo che il centrosinistra spera di risolvere affidandosi alla fantasia della commissione che studierà le regole per le primarie varata durante il vertice di Palazzo Marini. Verrà formata dai rappresentanti di tutte le forze politiche della Gad e dovrà elaborare entro dicembre una proposta compiuta. Ma come uscire dall’empasse di queste ore? Prodi rinuncerà all’investitura popolare? E Bertinotti potrebbe tornare sulla sua decisione senza «un’elegante e non mortificante» via d’uscita? I Ds, che hanno riunito ieri la segretaria nazionale, ripetono che alle primarie si dovrà presentare solo chi è realmente alternativo a Prodi e al suo programma. Un chiaro invito a fare un passo indietro rivolto al leader di Rifondazione. «Non ha senso che uno affermi: “io sono favorevole a Prodi, però mi candido anch’io», spiegava Piero Fassino, nei giorni scorsi, all’Unità. Per i Ds, in sostanza, «il gruppo di lavoro che scriverà le regole dovrà sancire che chi si candida lo fa perché non condivide la leadership di Prodi».


Dalle parti dei prodiani si cerca di salvare capra e cavoli. L’obiettivo prioritario è quello di giungere all’investitura popolare di Prodi. Le strade per raggiungere questo traguardo possono essere diverse e, in questi giorni, anche Arturo Parisi si è messo al lavoro. Da una parte si sdrammatizza l’ipotesi che Bertinotti scenda in campo insieme al Professore. Questa possibilità, ragionano, potrebbe spingere i partiti che non esprimono candidati alternativi – prima di tutto i Ds – a serrare le fila e a mobilitare i loro iscritti e il loro elettorato per far mietere il massimo di consensi al candidato premier. Questo renderebbe fisiologico il consenso che potrebbe ottenere Bertinotti e potrebbe superare la preoccupazione che il leader di Rifondazione possa catalizzare più consensi a sinistra di quelli che solitamente ottiene. Tra l’altro, aggiungono, la mobilitazione sulle primarie farebbe bene ai partiti e accenderebbe prima del tempo i motori della macchina elettorale in vista delle regionali.


Ma ci sono le variabili. E l’attenzione viene puntata sulle proposte di Augusto Barbera e Stefano Ceccanti. Che ipotizzano – tra l’altro – «il sistema australiano che prevede che ogni elettore indichi anche una seconda preferenza segnandola come tale» sulla scheda. Insomma: tutti votano Prodi e ognuno sceglie poi un secondo nome tra gli altri candidati. Domanda: che senso avrebbe una ipotesi di questo genere se non per indicare – insieme al futuro premier – anche il possibile vice premier o il leader che dovrà guidare la coalizione? Il meccanismo ipotizzato da Barbera e Ceccanti è più complesso e punta anche «a rendere più flessibili le opzioni dell’elettore, meno legate ad appartenenze precostituite». Ma l’equilibrio appena raggiunto nel centrosinistra, ancora precario peraltro, potrebbe consentire una soluzione simile? Alla Barbera&Ceccanti si affianca la variabile Pecoraro Scanio che non viene respinta a priori dai prodiani e che trova consensi anche dentro i Ds. Il leader dei verdi la espose per la prima volta alla Festa bolognese del suo partito, incontrando l’interesse di Arturo Parisi. «Non è una proposta contro Bertinotti – premette Pecoraro Scanio – perché le regole devono valere per l’oggi e per il futuro. I candidati alla leadership del centrosinistra dovrebbero essere proposti o da più partiti o da mille rappresentanti istituzionali di almeno tre forze politiche o da 10000 elettori». Guardando anche al futuro, quindi, si cerca oggi una soluzione «elegante» per far compiere un passo indietro al leader di Rifondazione.