Roma – Il referendum è un’arma. Anzi, l’unica che serve a «mantenere il bipolarismo» e a evitare che il Pd diventi come i partiti di oggi «che hanno una serie di limiti autoreferenziali che rallentano la partecipazione dei cittadini alla politica». Da tempo Arturo Parisi si è andato convincendo di questo. Non solo. Quel che più dispiace al ministro della Difesa è che il suo «amico» Romano Prodi non abbia capito che il referendum «aiuta anche la quotidianità» dell’azione di governo. Di fare la parte del politologo anti-politica, che «pensa solo al futuro», Parisi non ha più voglia alcuna. «Guardare oltre il proprio naso aiuta meglio a risolvere l’oggi», è il suo motto di questi giorni.
In parole povere, Parisi non è un kamikaze che pensa solo al referendum. Quello può essere uno stimolo per rimettere mano alla riforma elettorale, e «non certo al sistema tedesco che affosserebbe sia il bipolarismo che il Partito democratico». Non che il ministro della Difesa ce l’abbia con Pier Ferdinando Casini e con quanti, nel centrosinistra, vedono in lui una sponda per la riforma. Semplicemente è convinto che «un sistema che consegni a un partito la parte dell’ago della bilancia» rappresenti un ritorno alla prima Repubblica.
Eppure in molti indicano ormai in Parisi, e nella sua decisione di andare avanti con il referendum, un elemento di destabilizzazione. Non è così, secondo lui: semmai il referendum è un sostegno all’esecutivo, perché ipotizzare un referendum nel 2008 significa immaginare le elezioni politiche con la nuova legge come minimo nel 2009. Ciò consentirebbe al governo, alla peggio, una durata di tre anni. E, come dovrebbe ben sapere Prodi, è quella la data che non da ora, ma da mesi e mesi, viene indicata dai suoi alleati come la più probabile per andare alle elezioni.
Anche il tema delle maggioranze variabili sembra impensierire Parisi. Non che, con realismo, il ministro della Difesa non si renda conto che in alcuni casi esse siano necessarie, a patto, però, che «non diventino la strada per arrivare ad altre soluzioni di governo». «Tutto deve avvenire alla luce del sole»: su questo Parisi è sempre stato chiaro. «Se Prodi cade – è il suo ritornello – ci sono solo le elezioni». Per intendersi, l’idea di un Pd versione Marini- D’Alema, che sceglie di volta in volta con chi allearsi, al centro o alla sua sinistra, è quel che Parisi non vuole. Un Partito democratico che sia la mera somma di Ds e Dl rappresenterebbe per lui una sconfitta. Non sua. Ma del progetto che «prese avvio nel 95». «Per il Pd – è il ragionamento di Parisi – il problema del se è stato risolto. Non c’è più quasi nessuno che vi si oppone. Il problema adesso è il come. Raggiungere quest’obiettivo in modo burocratico sarebbe un errore». Per tutto ciò si può veramente definire il ministro della Difesa un sognatore o un politologo che nulla ha a che fare con la politica-politica? Forse. Ma Prodi non può dimenticare che fu grazie alla caparbietà di Parisi che ottenne le primarie. Ossia l’unica soluzione che finora gli ha evitato il fuoco amico. Ora il premier vuole andare avanti. E durare cinque anni. Per questo mette la sordina al referendum. Ma proprio chi lo ha seguito sin dall’inizio di questa sua nuova avventura politica, come Gad Lerner, che oggi terrà un’iniziativa del comitato referendario a Milano gli ricorda: «Benché abbia seri problemi di governabilità, sia chiaro che Prodi, in materia referendaria, può esprimersi anche come privato cittadino». Lerner lo spera ancora, Parisi, probabilmente, non più.