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14 Maggio 2008

Non sempre i fatti sono la realtà

Autore: Giuseppe D'Avanzo

Non so che cosa davvero pensassero dell’allievo gli eccellenti maestri di Marco Travaglio
(però, che irriconoscenza trascurare le istruzioni del direttore de il
Borghese). Il buon senso mi suggerisce, tuttavia, che almeno una volta
Montanelli, Biagi, Rinaldi, forse addirittura Furio Colombo, gli
abbiano raccomandato di maneggiare con cura il “vero” e il “falso”:
“qualifiche fluide e manipolabili” come insegna un altro maestro,
Franco Cordero 아이메세지 다운로드.

Di questo si parla, infatti, cari lettori –
che siate o meno ammiratori di Travaglio; che siate entusiasti,
incazzatissimi contro ogni rilievo che gli si può opporre o soltanto
curiosi di capire.

Che cos’è un “fatto”, dunque? Un “fatto” ci
indica sempre una verità? O l’apparente evidenza di un “fatto” ci deve
rendere guardinghi, più prudenti perché può indurci in errore Shader download? Non è
questo l’esercizio indispensabile del giornalismo che, “piantato nel
mezzo delle libere istituzioni”, le può corrompere o, al contrario,
proteggere? Ancora oggi Travaglio (“Io racconto solo fatti”) si
confonde e confonde i suoi lettori. Sostenere: “Ancora a metà degli
anni 90, Schifani fu ingaggiato dal Comune di Villabate, retto da
uomini legato al boss Mandalà di lì a poco sciolto due volte per mafia”
indica una traccia di lavoro e non una conclusione 네이버 카카오톡 다운로드.

Mandalà
(come Travaglio sa) sarà accusato di mafia soltanto nel 1998 (dopo “la
metà degli Anni Novanta”, dunque) e soltanto “di lì a poco” (appunto)
il comune di Villabate sarà sciolto. Se ne può ricavare un giudizio?
Temo di no. Certo, nasce un interrogativo che dovrebbe convincere
Travaglio ad abbandonare, per qualche tempo, le piazze del Vaffanculo,
il salotto di Annozero, i teatri plaudenti e andarsene in Sicilia ad
approfondire il solco già aperto pazientemente dalle inchieste di
Repubblica (Bellavia, Palazzolo) e l’Espresso (Giustolisi, Lillo) e
che, al di là di quel che è stato raccontato, non hanno offerto nel
tempo ulteriori novità 제트기 게임 다운로드.

E’
l’impegno che Travaglio trascura. Il nostro amico sceglie un comodo,
stortissimo espediente. Si disinteressa del “vero” e del “falso”.
Afferra un “fatto” controverso (ne è consapevole, perché non è fesso).
Con la complicità della potenza della tv – e dell’impotenza della Rai,
di un inerme Fazio – lo getta in faccia agli spettatori lasciandosi
dietro una secrezione velenosa che lascia credere: “Anche la seconda
carica dello Stato è un mafioso…” Excel Power Query. Basta leggere i blog per
rendersene conto. Anche se Travaglio non l’ha mai detta, quella frase,
è l’opinione che voleva creare. Se non fosse un tartufo, lo
ammetterebbe.

Discutiamo di questo metodo, cari lettori. Del
“metodo Travaglio” e delle “agenzie del risentimento” Routing downloads. Di una pratica
giornalistica che, con “fatti” ambigui e dubbi, manipola cinicamente il
lettore/spettatore. Ne alimenta la collera. Ne distorce la
giustificatissima rabbia per la malapolitica. E’ un paradigma
professionale che, sulla spinta di motivazioni esclusivamente
commerciali (non civiche, non professionali, non politiche), può
distruggere chiunque abbia la sventura di essere scelto come target
(gli obiettivi vengono scelti con cura tra i più esposti, a destra come
a sinistra) 철도원 다운로드. Farò un esempio che renderà, forse, più chiaro quanto può
essere letale questo metodo.

8 agosto del 2002. Marco telefona
a Pippo. Gli chiede di occuparsi dei “cuscini”. Marco e Pippo sono in
vacanza insieme, concludono per approssimazione gli investigatori di
Palermo 삼성 모바일 드라이버 다운로드. Che, durante le indagini, trovano un’ambigua conferma di
quella villeggiatura comune. Prova maligna perché intenzionale e non
indipendente. Fonte, l’avvocato di Michele Aiello. Il legale dice di
aver saputo dal suo assistito che, su richiesta di Pippo, Aiello ha
pagato l’albergo a Marco 좀비랜드 더블 탭 다운로드. Forse, dicono gli investigatori, un residence
nei dintorni di Trabia.

Michele Aiello, ingegnere, fortunato
impresario della sanità siciliana, protetto dal governatore Totò
Cuffaro (che, per averlo aiutato, beccherà 5 anni in primo grado), è
stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo
mafioso. Pippo è Giuseppe Ciuro, sottufficiale di polizia giudiziaria,
condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e aver
rivelato segreti d’ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo
Provenzano 들개들 다운로드. Marco è Marco Travaglio.
Ditemi ora chi può essere
tanto grossolano o vile da attribuire all’integrità di Marco Travaglio
un’ombra, una colpa, addirittura un accordo fraudolento con il mafioso
e il suo complice? Davvero qualcuno, tra i suoi fiduciosi lettori o tra
i suoi antipatizzanti, può credere che Travaglio debba delle
spiegazioni soltanto perché ha avuto la malasorte di farsi piacere un
tipo (Giuseppe Ciuro) che soltanto dopo si scoprirà essere un infedele
manutengolo?

Nessuno, che sia in buona fede, può farlo. Eppure
un'”agenzia del risentimento” potrebbe metter su un pirotecnico
spettacolino con poca spesa ricordando, per dire, che “la mafia ha la
memoria lunghissima e spesso usa le amicizie, anche risalenti nel
tempo, per ricattare chi tenta di scrollarsele frettolosamente di
dosso” . Basta dare per scontato il “fatto”, che ci fosse davvero una
consapevole amicizia mafiosa: proprio quel che deve essere dimostrato
ragionevolmente da un attento lavoro di cronaca.

Cari lettori,
anche Travaglio può essere travolto dal “metodo Travaglio”. Travaglio –
temo – non ha alcun interesse a raccontarvelo (ecco la sua insincerità)
e io penso (ripeto) che la sana, necessaria critica alla classe
politico-istituzionale meriti onesto giornalismo e fiducia nel destino
comune. Non un qualunquismo antipolitico alimentato, per interesse
particolare, da un linciaggio continuo e irrefrenabile che può
contaminare la credibilità di ogni istituzione e la rispettabilità di
chiunque.