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28 Giugno 2006

Metodo Dossetti per i pacifisti. Prima i dubbi, poi lealtà

Autore: Filippo Andreatta
Fonte: Corriere della Sera

L’accordo trovato ieri nella maggioranza è una buona notizia se consente al governo di continuare l’azione italiana in una regione delicata senza imboscate parlamentari. Ma continua a essere poco chiara la posizione della sinistra radicale.

Il suo non è infatti un pacifismo integrale che rifiuti sempre e comunque l’uso della violenza, in quanto dovrebbe altrimenti criticare ferocemente tutti quei regimi che si reggono sull’uso della forza: autocrazie come quella di Cuba in primis, ma anche regimi democratici come l’Italia quando utilizza i carabinieri nelle operazioni antimafia.

Dal momento che quello della sinistra radicale non è un pacifismo integrale, è quindi necessariamente un pacifismo selettivo, che distingue tra usi «buoni» ed usi «cattivi» della forza. Ed è proprio sui criteri di distinzione tra i due usi che vale la pena di discutere.


L’intervento italiano in Iraq, l’opposizione al quale ha unito tutte le anime del centrosinistra, è da molti considerato un esempio di un uso «cattivo».

L’intervento era motivato da giustificazioni rivelatesi false (la presenza di armi di distruzione di massa), non era approvato da nessun foro multilaterale competente e ha, infine, condotto ad una situazione di anarchia nella quale il terrorismo è cresciuto e nella quale la massiccia presenza occidentale può ragionevolmente essere considerata controproducente, in quanto indebolisce la legittimità di un regime che ha impiegato più di tre anni ad emergere.


Secondo gli stessi criteri però, l’intervento in Afghanistan era e rimane sacrosanto. In primo luogo, l’operazione è basata sulle risoluzioni dell’Onu contro il terrorismo del 2001, sull’autorizzazione all’uso della forza contro i Talebani che non erano un governo riconosciuto e sulle successive deliberazioni in merito alla presenza delle forze multinazionali.

L’intervento è quindi pienamente legittimo dal punto di vista di quell’Onu che l’Italia è impegnata a sostenere proprio dall’articolo 11 della Costituzione, così spesso invocato dalla sinistra radicale.

In secondo luogo, l’uso della forza era pienamente giustificato dagli attentati dell’11 settembre che Al Qaeda aveva pianificato dal santuario afghano e dalla connivenza dei talebani.

In terzo luogo, sebbene la presenza militare successiva alla caduta del regime talebano non abbia stabilizzato completamente il Paese, ci sono solidi elementi per ritenere che sia stata determinante a pacificare ampie zone nel Nord e nell’Ovest e che sia tuttora utile nella lotta contro talebani e terroristi, i quali, al contrario dell’Iraq, sicuramente non sono stati mobilitati dall’intervento.

Si può quindi tranquillamente affermare che la situazione in Afghanistan, al contrario di quella irachena, non sia quella di una guerra, ma di un intervento di stabilizzazione multilaterale.


L’unica somiglianza tra Iraq e Afghanistan sembra quindi essere quella di essere due interventi militari prevalentemente (sebbene non completamente) condotti da Paesi occidentali.

Un’acritica opposizione a entrambi, insistendo anche per l’Afghanistan su una exit strategy, parrebbe quindi motivata solo dal desiderio di rivedere la collocazione internazionale dell’Italia scelta sin dal 1943 e ribadita dalla maggioranza del centrosinistra e del governo, oltre che dalla stragrande maggioranza del parlamento.

Contestare la collocazione internazionale dell’Italia è una scelta legittima, ma deve essere affrontata nel merito senza minacciare strumentalmente un impegno sul campo che è ritenuto fondamentale, oltre che dall’Ue e dalla Nato, anche dall’Onu e che sta effettivamente combattendo il terrorismo internazionale.


Un nobile precedente al quale richiamarsi è quello di Giuseppe Dossetti, che non approvava l’ingresso italiano nella Nato, e che votò contro nelle sedi di partito e poi a favore in parlamento, rispettando la volontà della maggioranza. Anche la sinistra radicale dovrebbe sollevare i suoi dubbi sulla collocazione dell’Italia in seno all’Unione, esplicitando con chiarezza le proprie argomentazioni, per poi, qualora la sua posizione risultasse minoritaria, dare sostegno al governo per la sua politica estera, soprattutto quando questa è in linea con il programma presentato dal centrosinistra e scelto degli elettori.