19 Ottobre 2004
Ma il problema non e’ l’auditel, il problema e’ la Rai
Autore: Andrea Papini
Fonte: l'Unità
Siamo proprio sicuri che il problema della televisione in Italia sia l’Auditel? Negli ultimi giorni il sistema di rilevazione degli ascolti è stato oggetto di attenzione da parte di Repubblica ed in particolare Giovanni Valentini ha svolto alcune considerazioni che si concludevano con una richiesta di messa in mora. L’Auditel misura l’efficacia della pubblicità per ciò che, almeno apparentemente, conta per gli utenti pubblicitari: quanti ascoltatori guardano, e che cosa, alla tv. Può darsi sia sbagliato, ma se i pubblicitari sono contenti del loro accordo (sistema Auditel) con chi trasmette i loro spot, si può presumere che sappiano fare i loro affari. E’ vero che questo poi, come scrive Valentini, “dirotta” gli investimenti
pubblicitari, ma francamente non vedo quale autorità potrebbe imporre che la pubblicità vada ad una rete piuttosto che ad un’altra, ad un programma piuttosto che ad un altro e, soprattutto, di un sistema simile io avrei paura.
Posso presumere che l’autore dell’articolo non si sia proposto questo obiettivo e neppure si sia proposto di insegnare a Mediaset il modo di fare il suo mestiere e il suo profitto. Ritengo invece che sia intervenuto soprattutto perché ha in mente la Rai, la Rai da cui teoricamente ci si dovrebbe attendere un comportamento diverso da Mediaset: fornire una tv meno “deficiente”, ad esempio, (uso la citazione usata da Valentini)e questo in virtù di una responsabilità di servizio pubblico affidatale a fronte di un sostanzioso pagamento effettuato dai cittadini, il canone. Ma, ed è questo il punto, purtroppo i soldi pagati come canone dai cittadini per avere servizio pubblico finiscono in un unico contenitore Rai insieme con i soldi raccolti con la pubblicità. La Rai poi usa queste risorse, non più distinte, per fare indistintamente servizio pubblico e tv commerciale. Il risultato di questa infelice e totale commistione è che il servizio pubblico non è valutabile, non è controllabile, non è assoggettabile ad un processo migliorativo. E non si può neppure protestare per la qualità, perché nulla ci dice se la trasmissione che stiamo guardando sia pagata dal canone o dalla pubblicità. Poiché i cittadini sono obbligati a pagare il canone, ma gli utenti di pubblicità sono liberi di scegliere dove investire i propri denari, ecco che la Rai privilegia le esigenze di “audience” degli utenti pubblicitari, a scapito dei cittadini che pagano il canone. Si comporta esattamente come una rete commerciale, al pari cioè di Mediaset. La proposta di Valentini è di rivedere le logiche strettamente di mercato dell’Auditel (sistema di misurazione liberamente scelto per accordo tra chi compra e chi vende pubblicità) per inserirvi elementi di valutazione della Qualità, possibilmente con la Q maiuscola. Ecco dunque che il nomale rapporto tra liberi contraenti viene frainteso per un caso di controllori/controllati e si chiede di intervenire sull’Auditel perché dia maggiori garanzie. Questo modo di ragionare purtroppo si iscrive nella quasi generale accettazione della commistione che vede la Rai essere contemporaneamente servizio pubblico e tv commerciale. E’ infatti una proposta che, anziché aiutare a distinguere il pubblico dal privato all’interno della Rai, “esporta” questa confusione anche all’Auditel privata, cercando di mettergli in capo anche una funzione pubblica.
Purtroppo è difficile opporsi a questa confusione che torna tanto utile a tanti: nasconde le responsabilità e soprattutto amplifica le risorse a disposizione delle “tante servitù della politica”, come ebbe a dire un direttore generale della Rai che se ne intendeva. Ancor più preoccupante è che quote azionarie di questa commistione verranno ora messe in vendita presso il pubblico, facendo finta che si tratti di una privatizzazione e promettendo una separazione, ma solo contabile per carità, tra servizio pubblico e attività da tv commerciale. L’assoluta insufficienza di questa scelta è stata egregiamente illustrata, sempre su Repubblica, da Marco Panara, con il rilievo che i ricavi della tv commerciale risentono anche dei comportamenti del servizio pubblico in un permanente conflitto di obiettivi, per non parlare poi del tetto che per legge limita la raccolta pubblicitaria della Rai rispetto alle altre emittenti, a danno del futuro azionista Rai.
A mio avviso c’è invece una sola soluzione efficace: separare nettamente in Rai il servizio pubblico e la tv commerciale collocando le relative attività in due distinte società: il servizio pubblico pagato dal canone e la tv commerciale pagata dalla pubblicità. A quel punto la Rai, che opera come tv commerciale, potrà essere liberata da quelle limitazioni della raccolta pubblicitaria che oggi le impongono di competere con le mani legate nei confronti delle altre emittenti, a tutto danno del settore radiotelevisivo e in definitiva del pluralismo del mercato e della informazione.