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7 Settembre 2006

L’ambizione delle riforme

Autore: Luigi Spaventa
Fonte: la Repubblica

CHI, della maggioranza, chiede di “spalmare” su due anni il raggiungimento dell’obiettivo di riduzione dell’indebitamento pubblico al 2,8 % del prodotto o non sa quel che dice o non sa quel che vota: le risoluzioni parlamentari sul Documento di programmazione economico finanziaria approvate da tutti i gruppi di maggioranza impegnano il governo a conseguire quell’obiettivo nel 2007. Il Dpef, sulla base di un quadro tendenziale di finanza pubblica, stabilì nell’1,3% del prodotto – 20 miliardi – l’ammontare della correzione netta necessaria, a cui aggiunse un altro punto – 15 miliardi – da destinare misure per lo sviluppo (soprattutto riduzione del cuneo fiscale e finanziamento di opere stradali e ferroviarie rimaste a secco).

Quel quadro è oggi cambiato in meglio, sia per la crescita dell’economia, sia, soprattutto, per la finanza pubblica: l’indebitamento del 2006 sarà inferiore alle previsioni di almeno mezzo punto. In conseguenza, il governo, pur senza presentare la nota di aggiornamento richiesta dalle risoluzioni parlamentari, ha annunciato, nella ridente cittadina di Telese Terme, che l’ammontare lordo e netto della manovra può ridursi di 5 miliardi. Mancando quella nota, nessuno è in grado di dire se 5 miliardi siano pochi o troppi. Ma resta una costrizione politica: poiché il presidente del Consiglio, il ministro dell’Economia, i più autorevoli esponenti del governo hanno più volte ribadito in questi giorni che 30 miliardi lordi e 15 netti sono un obiettivo irreversibile, nessun mutamento di quelle cifre è ormai ipotizzabile, a pena, altrimenti, di una grave crisi di credibilità, all’interno e all’estero.

Ma come conseguire quell’obiettivo? Nel Dpef troviamo risposte nobili ma generiche: vi si afferma che non basta affidarsi alla riduzione dell’evasione e dell’elusione o alle economie di spesa ottenibili migliorando l’efficienza dell’amministrazione, ma occorre intervenire (senza dire come) sull’apparato del settore pubblico, sul sistema pensionistico, sul servizio sanitario, sulla finanza degli enti decentrati. Le risoluzioni parlamentari dicono meno che nulla: anzi, contengono una lista di proposte che implicano aumenti di spesa.

Nell’ignoranza, qualche interrogativo è lecito. È difficile comprendere come dal lato della spesa possano ottenersi riduzioni lorde rispetto alle tendenze superiori ai 10-15 miliardi (e nette di appena qualche miliardo, poiché circa la metà delle ipotizzate “misure per lo sviluppo” si traducono in aumenti di spesa): assai poco ci si aspetta sul versante delle pensioni (con la pur necessaria chiusura delle finestre di esodo), mentre l’aumento dei contributi per i lavoratori para-subordinati riguarda le entrate; di più, sperabilmente, sul versante della sanità e su quello della finanza decentrata (ove peraltro una maggiore autonomia impositiva concessa a regioni ed enti locali toccherebbe ancora le entrate); non molto, v’è da temere, sul versante della pubblica amministrazione, salvo una provvida (ma difficile) pulitura dei bilanci.

Sempre che questa valutazione sia corretta (e speriamo di no), ne segue che fra due terzi e la metà della correzione lorda dovrà essere affidato ad aumenti di entrate tributarie. In questo caso sarà difficile evitare misure discrezionali con aumenti di aliquote (non solo sulle cosiddette rendite finanziarie), poiché un recupero di imponibile evaso è stato già messo in conto per 5 miliardi, anche se qualcosa di più si potrà ottenere.

La pressione fiscale (rapporto fra entrate tributarie e contributive e prodotto) già aumenterà nel 2006 di un punto rispetto all’anno precedente e, grazie all’aumento imprevisto di gettito, di mezzo punto rispetto alle previsioni, aumenterebbe ancora (di almeno mezzo punto) nel 2007, pur tenendo presente gli effetti di un abbattimento del cuneo fiscale. In definitiva, il governo onorerà il suo impegno, come ormai deve fare: ma, se vale quanto ho detto, forse non nel migliore dei modi, essendovi evidenza che le correzioni ottenute con aumenti di entrate hanno effetti depressivi maggiori di quelle ottenute con riduzioni di spesa pubblica.

Si poteva far meglio? Le critiche generiche fatte a tavolino sono sempre troppo facili, e perciò spesso ingiuste. Ci si può tuttavia chiedere se fosse concepibile mettere in pratica in trenta giorni un programma di ambiziose riforme; se non sarebbe stato preferibile avere pronte direttive di intervento più precise prima di presentare il Dpef e acquisire in tempo su di esse un consenso politico meno vago di quello espresso dalle risoluzioni parlamentari. Resta comunque un’esigenza: la legge finanziaria, nel migliore dei casi, potrà solo dare inizio agli interventi strutturali desiderati; si impieghi il 2007 a completarli, ben prima del fatidico settembre, e ci si impegni a dedicare i risparmi che ne risulteranno per alleviare aumenti eccessivi del carico fiscale.