Nel giorno in
cui il centrosinistra celebra il rito ecumenico del veltronismo, come l’epifania
laica della Terza Repubblica, resta ancora da chiedersi un’ultima cosa: che ne
sarà del dalemismo. Interpellare il diretto interessato non aiuta, ma dice
qualcosa del suo stato d’animo. Mentre Veltroni prepara con la consueta cura la
cerimonia torinese e inverte il suo collaudato clichè, anteponendo finalmente le
«risposte» ai «sogni», D?Alema dice di pensare a tutt’altro.
«Sono appena tornato
da Parigi. Sto partendo per Vienna. Per i miei gusti, a Roma ci sto anche
troppo, e vivaddio l’Italia mi pare sempre più lontana. In agenda ho una
priorità: riempirla solo di impegni internazionali…». L?alba di Walter, il
leader post-moderno che unisce, quello che ha viaggiato e viaggia con bagaglio
leggero tra le macerie ideologiche del ‘900, può davvero coincidere con il
tramonto di Massimo, il leader storico che divide, quello che ha incarnato e
incarna la forza dell’identità più profonda della sinistra italiana e del
socialismo europeo? Il seducente soft power del primo segretario del Partito
democratico può sancire davvero la sconfitta definitiva del ruvido hard power
del’ultimo presidente dei Democratici di sinistra?Per rispondere a queste
domande, bisogna prima capire come e perché, in 24 ore, il ministro degli Esteri
ha deciso di chiudere la sua «partita a scacchi» col sindaco di Roma.
Era
cominciata nel ’94, quando il vertice del Bottegone Rosso consegnò al primo le
chiavi del partito, a dispetto della base che aveva votato il secondo. È finita
martedì 12 giugno, quando Massimo ha fatto la cosa che nessuno si aspettava: la
mossa del cavallo. «Lo faccio per il bene del centrosinistra, e lo faccio per il
bene di Prodi: la nascita del Pd, con la leadership condivisa di Veltroni, è
l?unica speranza che abbiamo per rafforzare questo governo…».Eppure c’è stato
un tempo non lontano, diciamo fino alle primarie dell?Unione nel 2006, in cui se
andavi a parlargli alla Fondazione Italianieuropei, e gli buttavi là un «perché
non schierate Veltroni subito, contro il Cavaliere?», lui ti rispondeva secco:
«Non finché io sono vivo…». E c?è stato un tempo ancora più vicino, diciamo
fino a 15 giorni fa, in cui se andavi a stuzzicarlo a casa la domenica
pomeriggio, e gli buttavi là un «perché non candidate Veltroni a ottobre, con la
costituente?», lui ti rispondeva acido: «Vedo che il circo mediatico ha già
incoronato il nuovo messia, ma voi avete troppa fretta, e Walter deve stare
attento. Intanto, sempre da questo tavolo deve passare. E poi, se non calibra i
modi e i tempi, rischia di ritrovarsi da solo. E non parlo solo per me, ma sono
i cervelli migliori, da Amato a Bersani alla Finocchiaro, che potrebbero non
andargli dietro…».
Convinto di questo, due weekend fa aveva concordato con
Fassino una strategia precisa in vista del Comitato dei 45 di lunedì 11 giugno:
«Dobbiamo convincere Prodi ad accettare che il segretario del Pd sia eletto dal
popolo. Il nostro candidato è Bersani, per la leadership di ottobre e poi anche
per la premiership del 2011…». Era un modo per stanare il sindaco, e per
costringerlo ad accettare subito «la sfida in mare aperto, e stavolta senza
salvagente».La fine è nota. Prodi si è convinto, e Veltroni ha raccolto la
sfida. Ha capito che, se avesse perso il treno del 14 ottobre, per lui non ne
sarebbero passati altri. Così quello stesso lunedì sera, cucinando un risotto a
casa di amici e ripensando al dispiegamento delle pedine sulla scacchiera, il
vicepremier ha deciso: «Sosteniamo Walter, non c?è altra scelta. Speriamo solo
di non dovercene mai pentire, e di non dover fare le pratiche per espatriare in
Svizzera…». Il giorno dopo ha formalizzato la svolta. La mattina al diretto
interessato, durante un caffè nell’ufficio affacciato sulle rovine del Foro
Romano. Dialogo franco e «finalmente sincero», come ha raccontato Veltroni al
suo staff: «Walter, se hai deciso di candidarti sappi che io non ho nulla in
contrario. Stavolta sei solo tu che devi decidere…». Nel pomeriggio
all?opinione pubblica, durante la registrazione di Ballarò: «Veltroni è un
potenziale segretario del Pd, ma anche candidato alla guida del governo, che
forse è qualcosa di più importante…».
Da quel momento, D’Alema non ha più
parlato. Un silenzio che dura, e che oggi fa pensare a una scelta umanamente e
politicamente «costosa». Se si mettono in fila i fatti di quest?ultimo anno e
mezzo, verrebbe da pensare a un lento crepuscolo del dalemismo. Nella parabola
più recente, oltre all?eccellente lavoro alla Farnesina, l?uomo si segnala per i
suoi passi indietro. La presidenza della Camera, la presidenza della Repubblica,
ora la leadership del Pd. Rinunce che rivelano una generosità, ma che in qualche
caso la negano. L?incoronazione di Walter poteva nascere dal gesto pubblico e
solenne del king-maker, che ha fatto per decenni la dura battaglia della
sinistra riformista e che ora ha pieno titolo per passare il testimone a una
risorsa più fresca, al servizio di un disegno più ambizioso. La dalemiana mossa
del cavallo matura invece nella stanza chiusa del Campidoglio, e tutt?al più si
ratifica in modo un po? ellittico nello studio televisivo di Floris. Così una
decisione seria e responsabile rischia di apparire come il sintomo di una
debolezza. D?Alema lo negherà fino alla morte, rivendicando solidi argomenti
morali, non solo la cinica realpolitik togliattiana o la ferrea disciplina
berlingueriana: «Noi sappiamo come si sta al mondo. Noi abbiamo una grande
storia alle spalle. Possiamo litigare anche in modo aspro. Ma il Pci ci ha
insegnato che c?è un momento in cui un progetto conta più di ogni
personalismo…».
Ma l’impressione di una scelta sofferta e subìta, più che
convinta e preordinata, resta lo stesso. Se invece si valuta la visione
politica, il dalemismo è più attuale che mai. Ci sono intuizioni che restano. Le
regole della Bicamerale, dal premier eletto dal popolo al doppio turno alla
francese alla riduzione dei parlamentari, sono oggi il cardine intorno al quale
ruota il dibattito sulle riforme. Il discorso di Gargonza, la necessità di
sfondare al centro e andare «oltre la sinistra» e il suo vecchio insediamento
sociale, sono oggi il cuore della disputa sul riformismo. La sfida alla sinistra
radicale e sindacale, dalla riscrittura del Welfare all?opportunità di non
giocare solo in difesa la partita dei diritti agitando il contratto di lavoro
davanti alle fabbriche (come disse a Cofferati al congresso dell?Eur del ?97)
resta oggi il tema-chiave del confronto sulla modernizzazione del Paese. Lo
stesso progetto del Partito democratico, nato 5 anni fa da un faccia a faccia
con Prodi, resta oggi l?unica speranza per un centrosinistra maggioritario, che
aspira a riunire la cultura laica e cattolica dopo il crollo di tutti i Muri.
Massimo ha individuato per primo questi nodi, ma non ha avuto la forza di
scioglierli. Oggi tocca a Walter provarci. E qui, al di là di tutti i mal di
pancia, sta anche un altro merito di D?Alema: per quanto obbligato, il suo via
libera evita la lotta intestina, esiziale per la sinistra e mortale per il
Partito democratico. Ora il sindaco è in campo. Deve metterci la faccia, e
rischiare in prima persona. Deve spiegare agli italiani cosa pensa dello scalone
previdenziale e delle liberalizzazioni, dell?Afghanistan e della laicità dello
Stato. Intanto il Pd può finalmente nascere. E poi, come si diceva una volta,
«chi ha più filo da tessere tesserà». Nel frattempo, il dalemismo ha due
possibili sbocchi. O si rivela davvero una semplice «categoria dello spirito»,
come l?ha sempre definita con un po? di civetteria il suo stesso ispiratore.
Oppure si riorganizza come «corrente» del Pd, come lasciano pensare la lista di
Bersani o le parole di Latorre.
Quanto a D’Alema, tutti gli sbocchi sono ancora
possibili. L?uomo ha mille risorse. E se non è un Maradona, al contrario di
quello che scrive un ingeneroso Peppino Caldarola è molto, molto più di un
Cassano, cioè solo «talento e cattive compagnie». Qualunque sia la squadra,
qualunque sia il ruolo, può sempre fare la differenza. Resta il paradosso di un
capo che, come dice Benigni nel suo show dantesco, è sempre spendibile per gli
incarichi più importanti, secondo il triplice luogo comune «c?ha i baffi, c?ha
la barca, è il più intelligente di tutti», ma non riesce mai a capitalizzare
fino in fondo il suo potenziale sul mercato politico. Resta il paradosso di un
ministro degli Esteri che era pronto per il Quirinale, e che invece oggi va in
tv a dire «faccio un lavoro appassionante che per fortuna mi tiene lontano dalle
piccole questioni che agitano i media di questo paese». Mentre c?è un sindaco di
Roma che aveva promesso di andarsene in Africa, e invece adesso avrà in mano i
destini della sinistra e presto, forse, anche quelli dell?Italia.