23 Settembre 2005
La dissoluzione del centrodestra. Il tempo e’ scaduto
Autore: Angelo Panebianco
Fonte: Corriere della Sera
Non è questione di rivendicare meriti ma solo, più modestamente, di ricordare che se pure è vero che in politica due più due non fa sempre quattro, è anche vero, non di meno, che si danno spesso vincoli potenti a cui è quasi impossibile sfuggire. Sta nella virtù delle classi politiche di rango riconoscerli per tempo. Appena furono noti i risultati delle elezioni regionali, il Corriere indicò subito nell’interruzione immediata della legislatura, nelle elezioni anticipate, l’unica strada possibile per fare uscire il Paese dal cul-de-sac in cui lo aveva ormai condotto la crisi, in tutta evidenza irreversibile, della maggioranza di centrodestra.
Chi scrive si rivolse allora al presidente del Consiglio (Corriere, 10 aprile) sostenendo che le elezioni anticipate erano sia nel suo interesse che in quello del Paese. Avrebbe anche potuto vincerle a dispetto dei sondaggi (la spettacolare rimonta di Schröder in Germania ha testé confermato che nessuno può mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso). E se le avesse perse sarebbe stato ancora sufficientemente forte per prendere la decisione più importante, quella sulla propria successione, assicurando così un futuro a quel centrodestra di cui era stato inventore e artefice.
Aggiunsi che se Berlusconi avesse deciso diversamente la sua sorte sarebbe stata segnata, poiché il copione era già scritto: lo attendeva un anno di calvario e di completa dilapidazione del suo residuo capitale politico. E il danno non sarebbe stato solo suo ma dell’intero Paese: ne sarebbe conseguita infatti la dissoluzione del centrodestra, la fine del bipolarismo per la scomparsa di uno dei due poli. Il logoramento di Berlusconi avrebbe finito per riflettersi sul suo schieramento. Quello che era stato il centrodestra si sarebbe ridotto a un insieme di piccoli gruppi politici, rissosi e impotenti.
L’entourage berlusconiano rispose che questa analisi era sbagliata, che nell’anno che ancora mancava alle elezioni Berlusconi avrebbe fatto l’ennesimo miracolo politico e il centrodestra sarebbe rinato, sarebbe tornato a essere competitivo. E, dunque, niente elezioni anticipate. Finita l’estate, vista la paralisi governativa, a causa delle divisioni interne alla maggioranza su tutte le questioni che contano (a cominciare dall’affaire Bankitalia), il Corriere tornò alla carica (Dario Di Vico, 2 settembre) proponendo, ancora una volta senza esito, le elezioni anticipate. E ora, eccoci all’inevitabile.
Le dimissioni del ministro dell’Economia Siniscalco danno la botta definitiva alla residua credibilità, interna e internazionale, del governo Berlusconi. Bisognava solo avere voglia di leggere ciò che era da tempo scritto. Non era forse già chiaro, ad esempio, che una maggioranza ormai inesistente, ormai incapace di accordarsi su alcunché, non avrebbe mai potuto superare lo scoglio della Finanziaria? Il politico Berlusconi, ormai da tempo, commette errori che l’imprenditore Berlusconi non commetterebbe mai.
Ha dilapidato, giorno dopo giorno, un patrimonio politico che era stato in origine (esclusivamente per suo merito, ovviamente) ingentissimo. Nessun capitalista tratterebbe in questo modo il capitale monetario. Ha commesso un errore gravissimo quando, due anni fa, ha subito le dimissioni dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti facendosi imporre da alleati interessati a logorarlo una soluzione «tecnica» (Siniscalco). In quel momento, anche se Berlusconi finse di non accorgersene, finì il berlusconismo.
Poiché Tremonti non era un ministro qualunque ma l’uomo che, insieme a Berlusconi, incarnava, di fronte agli elettori, il senso, l’anima stessa, del progetto politico berlusconiano. Berlusconi credette, a torto, che il vulnus non fosse un vero vulnus e che comunque non avrebbe comportato per lui e per il centrodestra conseguenze devastanti. E il ritorno oggi di Tremonti a quel ministero non è un rimedio.
Il secondo decisivo errore lo ha commesso quando, di fronte al declino elettorale, non ha riconosciuto che le elezioni anticipate erano ormai la sola via d’uscita. Il suo ultimo errore, forse definitivo, è stato di buttare a mare la propria immagine di uomo simbolo dell’Italia bipolare accettando di avallare una brutta proposta di reintroduzione della proporzionale (per giunta, tecnicamente e politicamente irrealizzabile).
Chi è interessato a che la democrazia italiana possa contare anche in futuro sulla contrapposizione fra destra e sinistra e sulla possibilità dell’alternanza fra due schieramenti, deve augurarsi che Berlusconi smetta di sbagliare, prenda atto della realtà, accetti finalmente di sottrarre se stesso e la parte della maggioranza su cui ancora può contare al logoramento quotidiano. Forse deve approfittare dell’occasione delle primarie rivendicate dall’Udc per mettere in gioco la propria leadership e, eventualmente, rilegittimarsi. Una democrazia sana richiede sia una forte sinistra che una forte destra.
Per l’Italia è vitale che esista anche domani un centrodestra, magari all’opposizione, rinnovato nella leadership, capace di incalzare e di sfidare con credibilità un eventuale futuro governo di centrosinistra. Non esisterà più nulla del genere se Berlusconi penserà ancora una volta di tirare dritto, chiedendo ai suoi di continuare a tappare le falle della nave con le dita, di ignorare i vincoli e di immaginare che basti evocare miracoli perché questi si realizzino.