L’obiettivo di costituire un “partito dei democratici”, entrato nel dibattito politico all’indomani
dello
straordinario successo delle elezioni primarie per la scelta del
candidato
Premier del centrosinistra, rischia ora di scolorarsi, caricandosi di
dubbi e incertezze.
I giorni successivi hanno infatti testimoniato una tensione competitiva
crescente tra i due maggiori partiti dell’Unione – scandita tra Milano,
Roma e Palermo – i quali sembrano ancora preoccupati soprattutto (e
soltanto) di gestire la collocazione elettorale di Romano Prodi.
L’annunciata riforma della legge elettorale dal canto suo ha subito
acceso gli slanci identitari di tutti i partiti appartenenti ad
entrambi gli schieramenti, alimentandoli con il desiderio di
perpetuazione del loro ceto politico e con la convenienza del loro
accesso diretto al finanziamento pubblico.
Questo atteggiamento rischia di sprecare le energie positive che si
sono messe in moto il 16 ottobre e che hanno dimostrato ancora una
volta che nella società italiana esiste già un terreno fertile su cui
potrà muoversi il “Partito dei Democratici”. Il terreno fertile di cui
parlo ha un nome che lo contraddistingue, poco studiato, ma non per
nulla una novità, giacchè i partiti politici italiani, non solo di
centrosinistra, ne sono stati beneficiari, anche se oggi tendono a
dimenticarselo: si tratta del civismo, inteso come disponibilità
disinteressata dei cittadini di occuparsi della cosa pubblica.
L’approccio non ideologico di uno strato non politicizzato della nostra
società ha consentito la naturale convivenza, anche in occasioni di
elezioni amministrative, in tante formazioni nate spontaneamente in
contesti locali di persone diverse per cultura, educazione e credo
religioso.
Lo stesso associazionismo cattolico e laico è spesso motore
organizzativo del civismo, ha sperimentato con successo forme di
cooperazione coerenti con i propri scopi sociali in vere e proprie
associazioni di associazioni ove si pratica quotidianamente la
solidarietà umana alimentata dalla convinta consapevolezza democratica.
Si tratta di una attitudine che si combina con un profondo senso del
rispetto della legalità e di forme di convivenza collettiva codificate,
con una sensibilità verso il non profit, con l’esigenza di
documentazione e informazione.
Insomma il civismo ha più complessivamente proposto e praticato una
nuova cittadinanza intesa come affermazione di partecipazione
democratica attiva e come disponibilità a mobilitarsi per cause di
interesse pubblico. Sul piano più propriamente politico il civismo ha
trovato poi naturale sbocco ed espressione, nel
centrosinistra, nell’esperienza dell’Ulivo. Ciò che finora è mancato al
civismo in termini di rappresentanza politica è stato il raccordo
associativo nazionale.
Soltanto ora con le elezioni primarie per la scelta del candidato
Premier si è avuta la testimonianza di una svolta straordinaria in
termini di partecipazione e di consapevolezza. Chi conosce i mondi
civici che hanno coltivato al loro interno una passione per l’Ulivo, sa
del fermento che li attraversa e dell’ansia di unità e di
cambiamento che li agita: non è difficile prevedere che questo
sentimento, come una lepre, cercherà il
pertugio per una fuga in avanti per favorire anche nei partiti un
processo di autentico rinnovamento democratico soprattutto nel
reclutamento della classe dirigente, attualmente così restia, in
particolare nelle periferie, ad ogni idea di integrazione, soltanto
strumentalmente enunciata per compiacere la propria stessa base
elettorale. Questa è la ragione per cui Romano Prodi e tutti i
dirigenti del centrosinistra avranno difficoltà a dire di no alla
pressione della base
elettorale dell’Ulivo e dovranno difendere la lepre, nell’interesse
anche dei partiti e
del loro stesso elettorato.
La lista unitaria ulivista per
Camera
tutte le circoscrizioni, è una risposta incompleta a fronte dell’ordine sparso
di tutte le liste di partito alle elezioni del Senato, laddove il rischio di
un risultato risicato è molto più alto,
a causa dei premi di maggioranza e del riparto dei resti dosati a livello
regionale. L’idea del partito democratico per diventare progetto radicato
socialmente e non autoreferenziale di un
ceto politico, ha bisogno di una risposta adeguata dei leader dei partiti che
sia disponibile a riconoscere e valorizzare una nuova generazione di uomini e
di donne che sappiano parlare una lingua concreta ed abbiano idee e competenze
per la politica di sviluppo che il paese attende.
Se ciò non avverrà potranno
succedere solo due cose: si potrà aprire un nuovo conflitto tra Romano Prodi – garante di tutte le componenti,
incluse quelle non partitiche, della coalizione – e le leadership dei partiti. Ovvero
la spinta dal basso potrebbe organizzarsi da sola, pur di non venire frustrata nelle proprie aspettative di
partecipazione.
Questo dilemma può essere risolto in vari
modi, ma non può più essere eluso.