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12 Dicembre 2004

Il sonno morale

Autore: Barbara Spinelli
Fonte: La Stampa

E’ stato detto che i processi alla corruzione o alla mafiosità dei politici, in Italia, vengono gestiti e poi commentati con esprit florentin, che è il sottile spirito disilluso illustrato da Hippolyte Taine nell’800. Sia in caso d’assoluzione che di condanna, i processi italiani sarebbero vissuti con atteggiamento politico piuttosto che morale, e si svolgerebbero tutti in un’atmosfera rarefatta dove non hanno spazio né la coscienza né i principi, né il giusto né l’ingiusto. Lo stesso quarto potere, che è quello dei giornalisti, guarda ai processi come a un’impenetrabile ma stuzzicante partita di scacchi, e spesso tende a sacrificare la propria autonomia facendosi consigliere della maggioranza o dell’opposizione. È raro che il giornalista giudichi processi e sentenze dal punto di vista dei cittadini e del loro senso della giustizia, anche se sono proprio i cittadini a pagare i giornali. È raro che il Quarto Potere sia veramente quarto, e non si allei di fatto con i poteri – politico, giudiziario – da cui dovrebbe in principio sentirsi distante.

Quest’atmosfera rarefatta di disincanto sembra confermata dall’accoglienza riservata negli ultimi giorni alle sentenze che hanno assolto Berlusconi a Milano, venerdì, e condannato a nove anni Dell’Utri, sabato a Palermo. Nei commenti, ha spazio soltanto quel che il politico o il magistrato possono ricavare, dal punto di vista della loro legittimità formale e del rispettivo potere d’influenza, esattamente come ai tempi di Machiavelli. L’esprit florentin è fatto di intrighi sotto banco, di compromessi dove ciascuno guadagna un po’ ma a patto di controbilanciare il guadagno con quel po’ che perde, di contorte partite dove quel che conta è neutralizzare l’avversario senza dover mettere in campo la coscienza di ciò che è bene e ciò che è male. Così, in attesa di leggere le motivazioni delle sentenze contro Berlusconi e il suo stretto collaboratore Marcello Dell’Utri, tutti in Italia si barcamenano, per metà sollevati per metà perplessi.

Sono sollevati per la sentenza Sme, perché Berlusconi ne esce macchiato ma pur sempre assolto: è umiliante avere un premier condannato. Per quanto riguarda l’accusa di corruzione del giudice Squillante (una somma notevole versata nel ’91: 430.000 dollari), il premier ottiene le attenuanti e ha potuto dunque usufruire della decorrenza dei termini. È formalmente scagionato, anche se occorrerà verificare con l’aiuto delle motivazioni quale sia stato il suo grado di consapevolezza e complicità, in una corruzione di pubblico funzionario che comunque vien data come irrefutabile. Per il senatore Dell’Utri di contro la perplessità è di rigore ed è forte.

Anche in questo caso occorre attendere la spiegazione della sentenza, che inoltre vieta in perpetuo ogni sorta di pubblico ufficio: solo allora si vedrà se il nome di Berlusconi appare nelle motivazioni, e in che modo si accennerà alla sua azienda, la Fininvest. Ma già oggi, la condanna in prima istanza è chiara: Dell’Utri, che i pubblici ministeri avevano definito «il garante degli interessi mafiosi all’interno della Fininvest», ha avuto rapporti di scambio con Cosa Nostra, ha mantenuto stretti legami con Gaetano Cinà (condannato a sette anni, ritenuto il tramite fra il senatore e Cosa Nostra) ed è questo che crea perplessità in molti italiani: rappresentanti della maggioranza e dell’opposizione, giornalisti e cittadini. Dell’Utri è stato ed è l’uomo più fidato di Berlusconi, l’inventore-fabbricatore di Forza Italia, l’artefice della carriera imprenditoriale-politica del presidente del Consiglio. La nostra idea di Berlusconi per forza ne risente.

Siamo dunque davanti a una svolta importante, nella più che decennale disputa politica-giustizia. La fase dell’indagine e del dibattimento giudiziario si conclude, la condanna pubblica è pronunciata, anche se in Italia vige la regola – più garantista che altrove – secondo cui la presunzione d’innocenza vale fino al terzo grado di giudizio. Ma non per questo la questione politica-corruzione e politica-mafia è archiviata come una porta che si chiude, e che impone il ricominciamento da zero. Ora la questione torna nell’agorà, nello spazio pubblico di discussione e di dibattimento politico, proprio perché la giustizia non si mescola più con gli interessi politici. Consegnando al pubblico il proprio giudizio, lo consegna di nuovo a tutti noi: ai politici e ai commentatori, al cittadino e ai partiti.

Ora torniamo al punto di partenza e ciascuno, senza più tema di strumentalizzare i tribunali, può domandarsi e farsi un giudizio sull’arte italiana di intraprendere la carriera politica e consolidarla. È giusto entrare in politica e farla, se si ha sulla coscienza la corruzione di un pubblico ufficiale (anche se la corruzione anziché esser aggravata si fa semplice, dunque prescrittibile)? È lecito moralmente avvalersi dell’assistenza di un senatore della Repubblica che sia pure in prima istanza è condannato (dopo ben 13 giorni di camera di consiglio) per favoreggiamento di Cosa Nostra in favore di Fininvest? E se è vero che la politica non è sempre morale, qual è il punto oltre il quale la morale – per chi ha vistosi conflitti d’interesse – ha invece un peso imprescindibile?

Si dirà infatti che la coscienza di Berlusconi o Dell’Utri sono una cosa, e gli imperativi della politica un’altra, distinta. Almeno per quanto riguarda il processo Sme, Berlusconi è in larga parte scagionato perché il fatto non sussiste, e solo per un capo d’imputazione è responsabile di corruzione di magistrato, anche se ottiene le attenuanti che consentono la prescrizione. Ma nel foro della propria coscienza, il leader di Forza Italia vive pur sempre un dilemma: egli sa se si è comportato con frode o no (così come in cuor suo sa fino a che punto è complice di Dell’Utri). Può comunque accampare il diritto a esser considerato un politico legittimo, solo se riconosce pubblicamente che i diversi verdetti (quello Sme come quello Dell’Utri) sono egualmente validi e significativi.

Ma non esistono solo la coscienza personale di Berlusconi o Dell’Utri. Esiste anche la coscienza del Quarto Potere incarnato da stampa, radio e televisione, ed esiste la coscienza dei liberi adulti cittadini-elettori. Per costoro il dilemma non può esser semplicemente accantonato, a partire dal momento in cui la magistratura cessa d’occuparsi in esclusiva dei casi e li restituisce al pubblico spazio. A partire da questo momento, è compito nostro chiedersi se sia moralmente lecito, e politicamente accettabile dal punto di vista di come vogliamo esser governati, che un dirigente su cui continua a pesare non solo l’ombra della corruzione (lo scadere dei termini equivale a simile ombra) ma anche la complicità presunta con Dell’Utri, sia un uomo che possa aver posto nella classe politica. È compito nostro – del Quarto Potere, della società civile – ma anche di chi fa mestiere politico: sia all’opposizione, sia tra i coalizzati di Berlusconi. Quando D’Alema dice che «non commenta mai le sentenze, né prima né dopo»; quando Bertinotti consiglia di non osservare i processi «attraverso il buco della serratura della politica», dicono cose astute ma in realtà corrive e comprensibili solo per chi, nella politica, vede un’arte tutto sommato sporca. Una volta pronunciata la sentenza, anche se solo di primo grado, si può tornare a commentare e giudicare con criteri politici. E se non si può ora, a verdetto emesso, quando si può?

Qui veniamo alla peculiarità dell’Italia: apparentemente intrisa com’è, in tutte le stratificazioni, di esprit florentin, di furberia e tolleranza cinica, di remissività fatalista e di pessimismo morale. Proprio in queste settimane, abbiamo visto come un popolo, in Ucraina, può occupare le piazze per settimane, indignato dalle frodi commesse da politici che si fabbricano illecitamente carriere politiche ed economiche. Non sono folle sobillate da americani ed europei: una società non entra in tumulto perché finanziata da fondazioni estere. In Italia tutto ciò non accade. Non ci si indigna, se i tribunali certificano la collusione tra mafia e politica, se denuncia i meandri di un’impresa che ha mescolato affari illeciti e politica. Se gli imputati eccellenti usano la politica per rallentare il più possibile i dibattimenti giudiziari, per ottenere la scadenza dei termini e per poi magari dichiarare, non senza una certa faccia tosta: «Meglio tardi che mai!». L’esclamazione di Berlusconi avrebbe dovuto essere: «Meglio tardi, essendo che tardi significa quel che m’aggrada, e cioè estinzione del castigo».

Il lettore potrà farsi un suo giudizio, soprattutto quando avrà modo di esaminare le motivazioni dei verdetti di Milano e Palermo. Ma già oggi nella sua coscienza potrà meditare su un fatto non del tutto trascurabile nella mondializzazione: fuori Italia, non potrà non stridere il contrasto fra il nostro sonno morale e la svegliezza civile dell’Ucraina.