L’orgoglio dei leader
Un rapporto che vale per Franco
Marini, ma anche per personaggi come Piero Fassino e Massimo D’’Alema: tutti
«figli del partito», orgogliosi di esserlo. E proprio per la forza di questo
legame, lo strappo deciso in queste ore (seppure in via informale) dai leader
dei Ds e della Margherita ha il sapore di una piccola rivoluzione, una sfida in
mare aperto senza precedenti nella storia dei partiti italiani.
Appesantiti
da due congressi senza appeal (in casa Ds una scissione, in casa Dl lo scontro
sulla leadership), pressati dall’’accusa di una fusione gelida tra apparati, i
capi della Quercia e della Margherita hanno capito che serviva una scossa e
hanno ceduto quasi di schianto: hanno fatto trapelare la notizia che
l’’Assemblea costituente del partito democratico nel prossimo autunno potrà
essere eletta non solo dagli iscritti dei due partiti, ma anche da cittadini
senza tessera che vorranno iscriversi alla nuova formazione politica in
divenire.
Si prepara una pirotecnica battaglia del tipo tesserati contro
senza-partito? Popolo degli apparati contro quello dei gazebo? Si può già
immaginare una lista D’’Alema-Marini-Fassino-Rutelli contro una lista
Veltroni-Parisi-movimenti, con la benedizione di Prodi? Si tratta ancora di un
gioco virtuale, ma i primi conti sono eloquenti: i Ds dichiarano 650.000
iscritti e la Margherita 450.000 e anche se i partecipanti ai congressi locali
sono stati complessivamente circa un terzo, i due partiti sulla carta possono
schierare poco più di un milione di tesserati. Ma almeno
altrettanti – e
forse anche più secondo i primo calcoli – potrebbero essere i cittadini
senza-partito, attratti dalla possibilità di iscriversi e votare nei gazebo,
scegliendo tra le liste contrapposte che si presenteranno con programmi diversi
per le elezioni della Costituente del partito democratico.
Certo, Ds e
Margherita devono ancora consumare i loro congressi e lo faranno
tra il 19 e
il 22 aprile in parziale sovrapposizione. Certo, l’’Assemblea costituente del
partito democratico dovrebbe tenersi nell’’autunno del 2007 e il primo congresso
della nuova formazione nella primavera del 2008. Eppure, le due anime del futuro
partito sono già in conflitto tra loro. Lo conferma l’’ultima polemica di
giornata.
Ieri il segretario ds Piero Fassino ha attaccato il ministro
della Difesa Arturo Parisi: «Basta con i sermoni», «chiedo rispetto per me e per
tutte le persone che si spendono per la costruzione del Partito democratico:
quando 250.000 persone vanno a votare ai congressi dei Ds, questo prova che non
si tratta di un’’operazione burocratica né di una fusione fredda», «è sbagliato
darne una rappresentazione caricaturale e frustrante», «tutto questo ha da
cessare!».
L’’ultima schermaglia.
E il ministro della Difesa,
l’«inventore» dell’’Ulivo, delle liste unitaria e delle primarie, ha replicato:
«Di cosa si lamenta Fassino? Del fatto che io abbia espresso insoddisfazione per
il modo in cui si sono svolti i congressi del mio partito? Da Fassino, che
conosco come persona seria, mi aspetto un contributo per far nascere un partito
nuovo, coinvolgente». E per chiudere una battuta sulfurea: «Non basta
partecipare ai congressi di sezione, occorre parlare all’’Italia reale per
capirne la voglia di cambiamento e di partecipazione».
Nella schermaglia
tra loro, Fassino e Parisi, c’’è qualcosa di indicibile per entrambi. Il
segretario Ds «rimprovera» Parisi perché ha saputo dei contatti riservati tra il
ministro della Difesa e Walter Veltroni, una saldatura che potrebbe rivelarsi
esiziale per le nomenclature di partito. E come ammette a microfoni spenti uno
dei capi della Margherita proprio «il timore di una imminente scesa in campo di
Romano Prodi» ha indotto i capi-partito all’’apertura sulle primarie per la
Costituente.
Andare oltre.
La svolta dei partiti ha preso in
contropiede gli ulivisti, che speravano di tirarla per lunghe e coinvolgere
Walter Veltroni come «capolista» alle primarie per la Costituente. Ma il sindaco
di Roma lo ha già confidato: «Non ha senso fare operazioni contro i partiti,
semmai bisogna andare oltre».
E così, il primo atto della lunga sfida
tra la «corrente dei partiti» e quella degli ulivisti si è risolta in un curioso
ribaltamento dei ruoli: i partiti provano ad assorbire il «popolo dei gazebo»,
gli ulivisti cercano di farsi partito, ma per il momento devono scontare il
«gran rifiuto», per ora informale, di Walter Veltroni.