21 Ottobre 2005
Il mio Ulivo rifiorito
Autore: Marco Damilano
Fonte: l'Espresso
Per lei questi giorni assomigliano alla fine di un incubo cominciato il 20 maggio con il no di Rutelli all’Ulivo. Che fase si apre?
«La fase dello scongelamento. Lo dicemmo subito: l’Ulivo sarà scongelato dagli elettori con il calore della passione. Ce lo siamo ripetuti in questi mesi mettendo avanti la speranza. Le primarie erano state indette in un modo che non ci piaceva, raccontate come uno scambio con il congelamento dell’Ulivo. Io stesso avevo difficoltà a riconoscermi in quella che poteva apparire una tardiva concessione. E tuttavia sapevo che le primarie, per il loro solo svolgersi, avevano nel loro dna l’Ulivo: il coinvolgimento degli elettori, la scelta del candidato, la messa tra parentesi delle appartenenze di partito».
Cosa significano questi quattro milioni e 300mila di elettori per la democrazia italiana?
«Una rivoluzione. Che cambierà i termini dell’azione politica. Abbiamo visto con i nostri occhi i cittadini mescolati tra loro e non portati dai pullman e altri mezzi di locomozione collettiva. Quattro milioni di persone hanno dichiarato di appartenere all’Unione, mai nessun partito ha potuto far conto su una forza di queste dimensioni. Persone reali, non anime morte. Come faranno i partiti che registrano nel loro momento più alto 350mila iscritti a non misurarsi con questo termine di confronto? Come faranno a immaginare altre defatiganti discussioni per scegliere i candidati alla regione Sicilia o al comune di Milano, in tavoli segreti in tutto fuorché nei litigi, senza che a qualcuno venga in mente di chiamare in causa gli elettori siciliani o milanesi?»
La rivoluzione arriva mentre tutto il sistema sembrava andare nella direzione opposta. La proporzionale era già tornata nella testa dei capi partito: basta vedere la lottizzazione in Rai. E ora?
«Le primarie sono una risposta. È come se Berlusconi che aveva cavalcato il maggioritario ora avesse visto passare il cavallo della proporzionale e volesse montarci in groppa. Ci aveva visto segnati e tentati dalla proporzionale e ha detto: “amen, così sia”. Ma si è sbagliato: nonostante tutto la cultura della partecipazione ha messo radici profonde. Anche se purtroppo più tra la gente che nel ceto politico».
Che succede ora nel centrosinistra?
«Succede che nessuno può far finta di non aver visto. Tutti sono costretti a vedere, anche quelli che non volevano. Nell’impossibilità di dare vita al partito unico del centro-sinistra all’insegna dell’Unione è tornato in campo l’Ulivo che è nell’Unione la forma di unità più intensa e più estesa».
Si torna al passato? Alla vecchia lista Uniti nell’Ulivo? Non era stata un’esperienza facile e ha avuto una fine ingloriosa, con il ritiro della Margherita.
«Non possiamo dare la stessa risposta che avevamo dato nelle elezioni precedenti, alle europee e alle regionali, quando avevamo ridotto il progetto ad un passaggio elettorale. Questa volta abbiamo bisogno di ben altra convinzione politica. Si dice che non c’è due senza tre, ma anche passi pure due, ma tre è troppo».
Traduzione: non possiamo fare di nuovo l’Ulivo e poi dividerci il giorno dopo le elezioni.
«Di tutto abbiamo bisogno tranne che di un altro tram dal quale scendere un minuto dopo le elezioni. La domanda dei cittadini deve avere una risposta strategica, di tempo lungo e non tattica, una risposta politica e non tecnica».
Rutelli a maggio ha lavorato per mesi a una Margherita autonoma, ora chiede il partito Democratico con i Ds. È una svolta reale?
«C’è un cambiamento radicale. Un’inversione di marcia. Ci eravamo opposti più alla motivazione che alla decisione: proporre una Margherita definita da una vocazione particolare, un partito collocato sul lato destro della coalizione e interessato in modo qualificante, se non esclusivo, a intercettare i flussi di voto provenienti da destra, ospitando intanto gli esponenti che arrivavano da quella sponda. Non riconoscevo in questa scelta la Margherita per l’Ulivo che avevo partecipato a fondare».
È stata una scommessa azzeccata?
«In questi mesi, anzi in questi giorni, Berlusconi ha interrotto il deflusso da destra con la legge elettorale, con un contrattacco della cui potenza non ci siamo ancora resi conto. E nella Margherita sono riprese a circolare idee depositate nel suo dna: il partito Democratico non è un’invenzione estemporanea. Nel partito in cui io e Rutelli abbiamo militato, i Democratici, questo era la ragione sociale e il traguardo strategico. La Margherita è nata in nome di questo progetto. Sento la riproposizione di un sogno comune. Torno a vedere un segretario che considera il suo partito come tappa e non come approdo, come mezzo e non come fine».
Tra poco dirà che non è Parisi che vuole sciogliere la Margherita, è Rutelli…
«Ha posto da segretario il superamento del proprio partito, un fatto enorme, così grande che deve trasformarsi in una scelta solenne del partito. Come non considerare con soddisfazione che il segretario del mio partito ripropone l’obiettivo che è stato nostro per anni?».
Per rendere credibile l’operazione Rutelli dovrebbe dire: “ho sbagliato”?
«Ho un atteggiamento di rispetto e di attenzione per le ragioni degli altri. La cosa più importante è che ognuno dica solo le cose in cui crede e creda nelle cose che dice. Lo dico anche a me stesso. Preferisco riconoscere un dissenso piuttosto che far conto su un consenso che non ha fondamento».
E i Ds? Cosa dovrebbero mettere in gioco?
«I Ds si mettano insieme a noi in ascolto della gente che ha fatto la fila. Più di noi devono dismettere le tentazioni dell’orgoglio e dell’organizzazione che costituiscono un ostacolo non indifferente per raggiungere quella mescolanza sul piano culturale e politico che è necessaria a questa operazione. Tornino ancora una volta a mettersi in cammino, in ricerca, come hanno fatto tante volte in questi sedici anni a partire dalla Bolognina».
Basta stampare di nuovo l’Ulivo sulla scheda per recuperare le divisioni tra Ds e Margherita degli ultimi mesi?
«Dobbiamo lavorare sodo: rilanciare la lista dell’Ulivo in Parlamento con questo respiro politico. Per evitare le esperienze frustranti delle due occasioni precedenti dobbiamo assicurarci che l’Ulivo viva non solo per il tempo delle elezioni ma continui a vivere in Parlamento. Lo direi comunque, a maggior ragione in un sistema proporzionale. Il cammino verso la divisione prima era un piano inclinato, ora può degenerare in un precipizio: basta una timidezza perché sia subito sera».
Perché dovete fare questa fatica con la legge proporzionale? Non sarebbe più semplice che ognuno facesse la sua lista?
«Dobbiamo scegliere tra la qualità della proposta o la quantità delle proposte. O raccogliamo grazie alla nostra unità consensi superiori a quelli che Berlusconi raccoglie grazie alle sue divisioni oppure tanto vale affidarci alla quantità delle proposte: raccogliere ognuno i suoi e metterli insieme per fare un totale superiore a Berlusconi».
Alla fine della storia, se tutto va come dice lei nel 2006 sulle schede elettorali ci sarà per la terza elezione nazionale consecutiva il simbolo dell’Ulivo invece di Ds e Margherita. E dopo: nascerà il partito dell’Ulivo?
«Stiamo per compiere un ulteriore passo avanti in questa direzione. Ma è un passo che può essere fatto solo da chi condivide questa prospettiva. Chi non la condivide è meglio che tessa la sua tela per conto proprio, dentro la grande famiglia dell’Unione piuttosto che procedere senza convinzione in un cammino in cui non crede. Spesso mi hanno accusato di procedere per strappi successivi, ma questo dipende dal fatto che mentre noi ci sentiamo in cammino, taluni nostri compagni di strada pensano ad ogni tappa di fermarsi. Devono cambiare le regole di ingaggio; possiamo rallentare il passo, ma non ci consentito di fermarci. Mai».
Negli ultimi mesi Prodi è rimasto senza Ulivo. E ora?
«Milioni di persone votando il suo nome hanno voluto manifestare una domanda di governo. Prodi è riconosciuto, giustamente, come l’uomo che grazie alla sua esperienza ha più capacità di rispondere a questa domanda portando fuori il Paese dal disastro in cui è stato condotto. Il progetto dell’Ulivo è risposta ad una domanda politica di lunga durata che supera il tempo del governo e della legislatura. Le primarie hanno riaperto la prospettiva perché le due domande, politica e di governo, si rafforzino l’una con l’altra».