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1 Febbraio 2005

Il coraggio merita più attenzione

Autore: Boris Biancheri
Fonte: La Stampa

Le difficoltà del cammino compiuto danno la misura delle difficoltà di quello che resta da compiere. Con il voto di domenica, il più complesso esperimento di creazione di uno Stato fondato su modelli democratici che si sia mai tentato diventa una possibilità reale. Perfino i tre tanto spesso citati esempi di esportazione di democrazia in Germania, Italia e Giappone al termine del secondo conflitto mondiale non hanno avuto i caratteri di difficoltà che presenta l’Iraq di oggi: sia perché le strutture degli Stati pre-esistenti erano state mantenute in buona parte inalterate (in Giappone fu addirittura lasciato l’Imperatore) mentre in Iraq si è ripartiti da zero (ed è stato questo forse il maggior errore americano), sia perché si trattava di Paesi etnicamente e religiosamente omogenei, cioè proprio ciò che l’Iraq non è.

Non a caso il premier Allawi ha indicato la necessità di ricreare l’unità nel Paese come il primo e più difficile obiettivo del processo costituzionale che le elezioni hanno aperto. La cosiddetta «legge amministrativa» che ha regolato in questo periodo l’Iraq prevede infatti che la costituzione del Paese sia sottoposta ad un referendum ma che un eventuale voto contrario da parte della popolazione di tre province sia sufficiente a respingerne l’approvazione. Non stupisce che gli sciiti, che hanno largamente la maggioranza nell’intero Paese, si siano opposti a tale limitazione: ciascuna delle tre componenti etniche – sciita, sunnita e curda – dispone infatti della maggioranza in almeno tre province. Quella disposizione, che la stessa Onu nel disciplinare l’intero processo elettorale non ha ritenuto di avallare, prevedeva dunque in concreto la possibilità per ciascuna etnia di bloccare l’intero processo.

Risolvere il problema dell’equilibrio tra l’unità del Paese e l’autonomia delle etnie e confessioni che lo compongono è la grande sfida che gli eletti si troveranno ad affrontare. Da questo punto di vista la scarsa presenza nella nuova assemblea nazionale della minoranza sunnita può essere in parte compensata dai curdi che costituiscono anch’essi una minoranza nel Paese e che hanno quindi interessi a circoscrivere il potere dominante degli sciiti. Dalla soluzione di questo equilibrio discende la possibilità stessa di ricondurre il Paese alla stabilità e di vedere gradualmente attenuarsi il terrorismo.

Abbiamo visto, nel corso di più di due anni, come il terrorismo sia stato alimentato da organizzazioni e gruppi diversi ispirati da motivazioni diverse. Ma si è visto anche come gli elementi più radicali ne hanno saputo prendere la direzione politica e militare soprattutto attraverso un reclutamento di forze nell’area sunnita. Se questo reclutamento verrà a mancare, il terrorismo potrebbe gradualmente ridursi, come sta avvenendo in Afghanistan, a un fenomeno seppur pericoloso ma di portata marginale. Le responsabilità della comunità internazionale sono ora più grandi che mai. Un processo di tale complessità non può compiersi senza solidarietà e appoggio tanto sul piano economico e finanziario quanto sul piano politico. L’Onu, per bocca di Kofi Annan, promette assistenza. Sinora, la comunità internazionale nel suo complesso, a partire proprio dalle Nazioni Unite, è stata più prodiga di parole che di fatti. Il coraggio degli otto milioni di iracheni che sono andati a votare domenica merita di più.