È possibile salvare il bipolarismo, ossia
l’alternanza fra schieramenti contrapposti e, contemporaneamente,
«scaricare» in modo permanente l’estrema sinistra, escluderla in via
definitiva dalle coalizioni che competono per il governo? È una domanda
resa di attualità dal manifesto di Rutelli (che ipotizza, guardando a
Casini e all’Udc, nuove alleanze per il centrosinistra) ma, ancor più,
dalla constatazione, oggi difficilmente oppugnabile, che un governo che
dia troppo spazio alle posizioni estreme è necessariamente destinato al
fallimento. La storia italiana sembrerebbe negare la possibilità che
bipolarismo ed esclusione delle estreme possano convivere.
A
causa della forza elettorale delle estreme, la loro esclusione
permanente dalle coalizioni di governo è sempre apparsa incompatibile
con la competizione fra schieramenti contrapposti. Salvare il
bipolarismo non è una fissazione da politologi. Significa voler salvare
una cosa molto concreta: la possibilità per gli elettori di mandare via
i governi e le maggioranze di cui sono insoddisfatti (come gli italiani
poterono fare col centrosinistra nel 2001 e col centrodestra nel 2006).
Salvare il bipolarismo significa salvare il principio per cui i governi
e le maggioranze sono responsabili di ciò che fanno e ne pagano le
conseguenze. Fu proprio perché non c’erano bipolarismo né possibilità
di alternanza che i governi della Prima Repubblica, nel corso degli
anni, sicuri della loro impunità, poterono scaricare sulle spalle delle
generazioni successive un immenso debito pubblico.
Dunque,
salvare il bipolarismo è fondamentale. Ma è anche sicuramente vero che
un bipolarismo che obblighi a «imbarcare » l’estrema sinistra non
funziona. Poiché l’estrema sinistra (penso che su questo potrebbero
concordare anche i suoi dirigenti) non è affatto compatibile con il
governo di una democrazia capitalista fermamente decisa, per la volontà
della schiacciante maggioranza dei suoi cittadini- elettori, a rimanere
tale. Che fare, allora? Come salvare capra e cavoli? Ricette miracolose
non ce ne sono. Bisogna darsi da fare con quel che c’è. E l’unica cosa
che c’è (o è possibile che ci sia) è la riforma elettorale. Se, come
appare probabile, l’iniziativa referendaria in corso avrà successo,
raggiungerà le cinquecentomila firme necessarie.
Criticabile
quanto si vuole, il sistema elettorale che uscirebbe dal referendum
(con lo spostamento del premio di maggioranza dalla coalizione al
partito più votato) metterebbe fuori gioco le estreme. L’estrema
sinistra non potrebbe mai aggregarsi al Partito democratico (perderebbe
credibilità e farebbe perdere la faccia allo stesso Partito
democratico). L’estrema sinistra dovrebbe correre da sola per superare
lo sbarramento del quattro per cento. A destra, probabilmente, la Lega
farebbe la stessa scelta o, quanto meno, ne sarebbe molto tentata. La
competizione testa a testa per il premio di maggioranza (imposta dalla
legge elettorale post-referendum) vedrebbe contrapposti il Partito
democratico e una grande aggregazione di centrodestra. Un esito simile
si potrebbe forse ottenere, certo più elegantemente, con un sistema
maggioritario a doppio turno (ma davvero di tipo francese, ossia con
una soglia di esclusione molto alta fra primo e secondo turno). Sarebbe
la scelta più logica e razionale.
C’è solo il piccolo
particolare che nel Parlamento italiano non si troverà mai una
maggioranza in grado di far passare un tale sistema. Sospetto che chi
vorrà salvare il bipolarismo e, insieme, tener fuori le estreme dovrà
per forza accontentarsi del risultato del referendum.