«La riforma Gentiloni? E’ un punto di partenza interessante, forse
l’unico possibile per introdurre di nuovo pluralismo e concorrenza».
Angelo Guglielmi si smarca dalla gran parte della sinistra televisiva
che liquida la riforma proposta dal governo come un bluff, o una
sceneggiata.
Guglielmi, che ora fa l’assessore alla cultura nella sua Bologna, è
stato il direttore-mito della prima Raitre rossa, ed è praticamente
l’unico a cui tutti riconoscano il titolo di inventore di televisione.
Ma la riforma Gentiloni viene considerata dagli esperti di antitrust
«debolissima».
«Il giudizio va dato relativamente alle condizioni del mercato
italiano, dove non esiste nessun pluralismo: i due poli sequestrano
tutte le risorse e infatti nessun imprenditore è mai voluto entrare per
davvero, a parte Murdoch che ragiona su scala mondiale e all’inizio
furbescamente non ha dato un taglio antagonistico alle sue tv a
pagamento. Limitare le reti commerciali al 45% significa costringere
Mediaset a tornare dentro margini ridotti. Oggi non hanno nessuna
aspirazione editoriale, comprano programmi e li mandano in onda
guadagnando un sacco di soldi senza nessuno sforzo di rinnovamento.
Così saranno costretti a ripensare tutto».
Ma non sarà proprio tutto da buttare nelle reti berlusconiane?
«Di
Mediaset mi divertono certi recinti, come le Iene, o Striscia la
notizia e in generale le trasmissioni di Antonio Ricci. Anche Mentana
fa un prodotto rispettabile».
E sul fronte Rai che cosa succederà?
«Per
il momento la Rai è stata toccata solo per non far sembrare la legge
punitiva nei confronti di Mediaset. Poi verranno i guai, e per la Rai
sarà anche peggio che per gli altri. Sulla carta mi sembra più semplice
portare sul digitale Raidue, ma bisognerebbe esaminare il problema
attentamente. E non mi pare che il centrosinistra sulla Rai finora
abbia brillato. Oltretutto in consiglio d’amministrazione – e forse è
una fortuna perché i nostri farebbero ancora più disastri – la
maggioranza ce l’hanno gli altri. Tutti i grandi problemi si sono
ridotti a trovare un posto nuovo per Mimun, e invece la prima emergenza
doveva essere ricollocare quelli cacciati ingiustamente, come Freccero».
Veramente hanno nominato al TgUno il «suo» Riotta, che lei portò in tv.
«Milano
Italia è una trasmissione che continua a portare fortuna. Riotta venne
dopo Gad Lerner, che è già stato al TgUno. E quindi adesso toccherà a
Deaglio, deve avere anche lui la sua brava direzione di tg».
Battute a parte, che consigli ha dato a Riotta?
«Sono stato io a chiamarlo per fargli i complimenti. Non vedo assiduamente
il
TgUno ma penso che ci voglia comunque molto tempo per dare un tono
nuovo al telegiornale. C’è un problema di discorsività che manca ed è
un obiettivo difficile, non si risolve con qualche mossa. Mi pare che
la Busi si sia avventurata nella finta improvvisazione di un commento
in diretta, che poi era preparato, ma sono i primi esperimenti. Del
resto è il conduttore che dà il tono: l’unico che assomiglia molto a un
tg moderno, all’americana, è ancora quello di Emilio Fede».
Torniamo alla legge e alla Rai.
Forse era meglio andare subito alla separazione fra attività
commerciali e servizio pubblico, suggerito dal cosiddetto piano Minoli?
«Mi
pare che non sia più questa la prospettiva, che pure poteva essere
interessante, anche se molto complicata. Del resto Minoli è uno dei
pochi dirigenti televisivi che sa cos’è la tv. Ho molto rispetto anche
per Ruffini, che ha gestito con pazienza quello che ha trovato ed è
riuscito ad aggiungere qualcosa, visto che questo personaggio che fa
Ballarò mi pare l’unica novità della tv dopo anni».
Già, a parte Floris non vede in giro ancora troppo la «sua» Raitre? E certi personaggi sembrano un po’ fuori linea.
«Sì,
è come se si fosse fermato tutto. Un po’ m’inorgoglisce se vedo La7:
Gad Lerner, Ferrara e anche Chiambretti sono nati con me in tv. Ma è
facile che i personaggi, senza una linea editoriale prevalente, si
perdano un po’. Non è il caso di Santoro, però, che mi sembra sia
voluto coraggiosamente restare fedele al modello originale, anche se mi
dicono che il consenso del pubblico non è esaltante».