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19 Giugno 2006

Fenomenologia dei nuovi potenti

Autore: Edmondo Berselli
Fonte: la Repubblica

La leggera e vagamente irresponsabile allegria provocata dalla lettura delle intercettazioni di Vittorio Emanuele di Savoia forse dipende dal fatto che il Principe è di destra: quindi al suo lessico da Real Casa delle libertà non si può attribuire anche il difetto supplementare di essere “comunista”, cioè antiberlusconiano. Per fortuna, nelle telefonate il Savoia manifesta la sua ostilità verso quelle cacche di sinistra che sporcano il Paese, e quindi a suo modo ristabilisce gli equilibri che erano stati alterati in passato dalle simpatie quasi socialdemocratiche di sua madre Maria Josè.

Ma intanto il feuilletton delle telefonate intercettate, il corale romanzo a puntate cominciato con Stefano Ricucci e proseguito con Luciano Moggi ha raggiunto il suo acme, e adesso aspetta soltanto la catarsi finale: che non sarà giudiziaria, perché il fatto che Vittorio Emanuele venga processato ed eventualmente condannato per taroccamento di videopoker o inquinamento di medicinali per il Terzo mondo appare in fondo del tutto secondario rispetto allo scorcio sociologico che il suo linguaggio ha aperto, consentendo a tutti di venire a contatto con il linguaggio e lo stile di un mondo.

Anzi, in linea di principio varrebbe la pena di sottolineare che l’apparizione delle intercettazioni sarebbe in sé scandalosa giuridicamente se non fosse irresistibilmente comica e rivelatrice nel contenuto. Per restituire in tutte le sfaccettature il “parlato” dei protagonisti del grande feuilletton ci vorrebbe lo sguardo di Dino Risi in un film come I mostri. Perché in questa nuova edizione di un Fratelli d’Italia in cui lo storico testo di Arbasino è intonato dal basso, dai pecioni, da eroi miserabili del pecoreccio c’è effettivamente dentro il nostro paese, nella versione anni Duemila.

Ma non il paese reale, bensì il paese iperrealista. Una caricatura della realtà e della verità in cui il ritratto finale sembra coordinato dai Vanzina, proiettati nella logica sovrana, è il caso di dirlo, di un vaffanculouniversale, collettivo, definitivo, che chiude moralmente ogni scena, ogni sequenza, ogni dialogo.

Non vale quindi la pena di mostrarsi allibiti di fronte alla maleducazione di gente che sospetta di essere intercettata, ma che comunque non rinuncia a parlare di puttane, di “bambine” da sodomizzare, di affari da quattro soldi gestiti da un giro di truffatori. Con queste pagine di dialogo non si assiste al crollo della morale quanto alla caduta del galateo. Cioè delle forme normali, quotidiane, della convivenza civile. Se poi viene fuori anche il ritratto di un paese invaso da clan malavitosi, in cui il commercio dei memorabilia dinastici si incrocia con la prostituzione, la truffa di medio calibro si associa alle storie di sesso estorto o pagato, la politica si sovrappone al favoreggiamento, si capisce benissimo che la parabola che conduceva da Alvaro Vitali e Bombolo a Boldi e De Sica è stata compiuta, e che il finale si trova in una zona indistinta fra il drammatico e il grottesco.

Sarebbe fatuo ripetere che eravamo abituati alla caduta dell’etica ma non al crollo dell’etichetta. Ciò che sorprende chi è ancora capace di sorprendersi è infatti la naturalezza dell’incanaglimento. Ruffiani, veline, procacciatori parlano esattamente come la haute, e questa equivalenza fra il Gotha e la suburra, fra gli ambienti monarchici e l’hinterland, è forse la conquista sociale più euforizzante: se prendessimo le intercettazioni come il paradigma di un’egemonia comportamentale, concluderemmo che il ceto oggi dominante è una classe inutilmente agiata che vive di espedienti, senza più uno stile che non sia quello della volgarità più vacua.

Si tratta a suo modo di una conquista sociale. Il Savoia dimostra con il suo lessico di non essere diverso da Moggi, così come Moggi è soltanto meno spiritoso di Ricucci: ma i valori di riferimento sono sostanzialmente gli stessi, i codici “morali” identici. Oggi sappiamo che esiste nell’Italia contemporanea una classe uniforme e compatta, che condivide linguaggio e valori, si fa per dire, di riferimento.

Lo show personale e sociale offerto da Vittorio Emanuele risulta semmai scadente in chiave estetica o narrativa soltanto perché non c’è una regia: gli episodi che coinvolgono il principe sono materia grezza, episodi sciolti privi di trama (mentre la strategia di Moggi era rivolta alla conquista degli scudetti e quella di Ricucci Palazzo, e dei palazzi, farebbe ridere se il sesso alla Farnesina e addirittura a Palazzo Chigi fosse una faccenda sporadica, come la cocaina e i pusher, qualche stagione fa, al ministero dell’economia. Ma se invece questa secolarizzazione estrema del potere, questo disincanto brutale, il vizio privato sostituito di brutto alla pubblica virtù, rappresentassero la condizione normale, quotidiana di questa classe sociale, ci sarebbe da farsi venire il nodo alla gola.

Cioè da restare affranti sul piano civile. Per la perdita di stile, per la caduta di convenzioni: guai a citare la parola regole, in questo démi-monde non si rispettano nemmeno quelle grammaticali. Quindi conviene sperare che il Savoia sia un’eccezione, che l’estorsione sessuale sia una devianza individuale, che gli affaracci loro non sfiorino se non occasionalmente gli affari nostri: anche se il coro che si è levato negli ultimi quindici anni, da Tangentopoli in poi, è tutto intonato sull’aria giustificatoria del “così fan tutti”. Sicché viene voglia di crederci davvero, che così fan tutti, come carta canta: e che l’unico modo per riconoscere la qualità delle persone rispetto all’improbabilità delle loro fisionomie sociali sia un’attenzione indiziaria al linguaggio, alle forme, ai gesti, anche alle facce. Per poi ricorrere, di fronte a modi sospetti, agli esorcismi sociali, quelli sì da recuperare, di Totò: lei sarebbe il monarca? Badi come parla. Ma mi faccia il piacere.