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3 Novembre 2005

Dove nascono i partiti

Autore: Gianfranco Pasquino
Fonte: l'Unità
La reintroduzione di una versione non particolarmente brillante di sistema
elettorale proporzionale non sembra creare le condizioni migliori per il lancio
del processo di costruzione di un nuovo partito, democratico o riformista che
dir si voglia.

Sarebbe stato molto meglio se fosse stata colta l’occasione
offerta dalla vittoria elettorale dell’Ulivo nel 1996 e dai collegi uninominali.

Fossero state opportunamente attivate, dai dirigenti di partito e dai
parlamentari, le previste convenzioni di collegio, un partito dell’Ulivo avrebbe
potuto gettare le radici.

Nello stesso tempo si sarebbero evitate molte delle difficoltà dello stesso
governo dell’Ulivo e dei suoi successori. Qualcuno è responsabile del tempo
perduto che, purtroppo, non può essere recuperato con un’accelerazione
spontaneistica, talvolta persino un pochino velleitaria.
Nelle democrazie occidentali del secondo dopoguerra sono nati soltanto due
partiti nuovi, vale a dire che non avevano radici nel periodo precedente: il
partito gollista e Forza Italia.

A prescindere da qualsiasi, differenziatissimo,
giudizio di valore su questi due partiti, appare evidente come il sistema
istituzionale e la crisi dei rispettivi sistemi politici abbiano offerto
notevoli opportunità ai fondatori di quei partiti che le hanno sfruttate, nei
limiti delle loro capacità e delle loro visioni, con non limitato
successo.

Sappiamo che i partiti necessitano per la loro nascita l’esistenza di una
crisi del sistema e di una situazione di conflitto nella quale temprarsi e alla
quale offrire soluzioni mobilitanti all’elettorato.

Non soltanto in Italia le
fusioni di vertice non hanno mai avuto sufficiente successo; anzi, spesso, hanno
ricondotto i contraenti allo stato precedente la fusione senza nessun vantaggio
per il loro seguito e le loro organizzazioni.

Forse esiste una sola eccezione, oramai mitica: la formazione del Parti
Socialiste, federato da Mitterrand sul tronco della vecchia obsoleta
organizzazione della Section Française de l’Internationale Ouvrière e grazie al
possente apporto di una serie di club radicali, cattolici, riformisti e alle
dure costrizioni del sistema elettorale e costituzionale della Quinta
Repubblica.

Ce ne sarebbe abbastanza per suggerire di lasciare perdere almeno
fintantoché il centro-sinistra vittorioso non ristabilirà un adeguato sistema
elettorale maggioritario, magari a doppio turno francese, come ha promesso
Massimo D’Alema, che prendiamo in parola.

In attesa del lieto evento, c’è, comunque, molto da fare, e anche qualcosa
da evitare. Gli ultimatum ai partiti esistenti affinché si sciolgano e
convergano in qualche imprecisato prospettiva non mi sembrano il punto di
partenza migliore per un partito democratico.

Non confonderei neppure gli
elettori delle primarie, per quanto siano stati davvero molti, ben al di là dei
bizzarri calcoli di studiosi evidentemente non abbastanza preparati che non
sanno che nelle primarie tipicamente votano moltissimi elettori non iscritti ai
partiti, con la base effettiva di un nuovo, al momento imprecisato, partito.

Tuttavia, da quegli elettori «primari» è opportuno ripartire perché il messaggio
che hanno lanciato con la loro partecipazione e il loro ampio sostegno a Prodi,
è anche un messaggio di unità fra i partiti di centro-sinistra e di
disponibilità ad agire in questo senso.

Cosicché, chi davvero vuole iniziare un
percorso di costruzione metodica e sistematica di un partito che vada oltre le
vecchie, oramai pallidissime, identità e che sappia, invece, esplorare vie
nuove, ma non avulse da quanto già si fa in molte sinistre occidentali, deve
effettivamente fare leva su quegli elettori.

L’occasione è già con noi. Continua a chiamarsi primarie. Non è neppure
ipotizzabile che gli elettori del centro-sinistra siano contenti che tutte le
liste dei candidati al parlamento che, lo ricordo, sono bloccate, senza
preferenze, vengano stilate dai dirigenti di partito.

È, invece, probabile che
quegli elettori, le loro reti di relazioni, le loro associazioni vorrebbero
partecipare attivamente alla selezione di almeno la metà di quei candidati con
il metodo, oramai sperimentato e bisognoso soltanto di alcuni aggiustamenti
tecnici, rapidamente fattibili, delle primarie nelle circoscrizioni regionali.

Allora, lasciamo le evanescenti convergenze/opposizioni ideologiche lontano da
un’elaborazione che deve essere politica. Un nuovo partito nascerà se gli
elettori del centro-sinistra avranno modo di confrontarsi con i dirigenti e di
partecipare attivamente e incisivamente alla selezione dei rappresentanti
parlamentari.

Fatta l’unità possibile a livello di circoscrizione elettorale, ci
saranno le basi per fare crescere un progetto che, a quel punto, apparirà
giustamente ambizioso, ma credibile e attuabile.