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16 Giugno 2005

D’Alema e Parisi, gli ex nemici uniti contro Rutelli

Autore: Aldo Cazzullo
Fonte: Corriere della Sera

« Un giorno — racconta Francesco Cossiga — , l’amico Massimo mi rimproverò duramente: ” Ma perché mi hai messo tra le scatole questo tuo allievo?”. È davvero incredibile che adesso vadano così d’accordo.

Una coppietta, sempre lì a tubare. L’unica spiegazione è che D’Alema e Fassino siano ancora afflitti dal complesso del figlio del dio minore, e pensino di dover passare, per giungere a guidare il Paese, attraverso un’esperienza intermedia: quella di Prodi e Parisi, appunto » .

Forse Cossiga è solo geloso del rapporto nato tra due politici che lui in fondo ama entrambi, in quanto considera di averli cresciuti: di D’Alema, « vero erede del grande Palmiro Togliatti » , tenne a battesimo il governo; di Parisi ricorda « la militanza presso il centro diocesano da me presieduto della parrocchia di San Giuseppe Sacro Cuore » , vale a dire la Harvard o l’Ena della politica italiana, epicentro del quartiere dove si formarono le dinastie sassaresi, dai Segni ai Berlinguer. Europa, quotidiano della Margherita, ieri indica invece in D’Alema l’uomo che dall’esterno trama per la scissione. In combutta, è evidente, con Parisi. Sciocchezze, replica D’Alema. « Non c’è alcun patto scellerato ma solo una storia pubblica, rivolta a costruire l’Ulivo e non a dividere la Margherita » , dice Parisi. Peccato: sarebbe un bel contrappasso.

Il presidente ds infatti è da sempre indicato come il congiurato del ‘ 98, quando Prodi cadde e lui ne prese il posto. Ma nella breve e concitata storia della Prima Repubblica c’è un’altra congiura che vede in vece Parisi e l’Asinello da lui fondato a tramare ai danni di D’Alema.

« Il governo D’Alema nacque morto — racconta Cossiga — perché Parisi andò a dirgli: scegli, o Cossiga o noi. Massimo divenne ulivista, io ritirai l’appoggio al governo, l’Udr si spaccò » . Più che un complotto, furono gli elettori a decretare la fine del governo D’Alema.

Questo non impedì a Boselli, in uno dei tanti vertici dell’Ulivo, di avvicinarsi a un conciliabolo tra Amato, Veltroni e Parisi proponendo ilare: « Scusa Giuliano puoi scansarti un attimo? Vorrei fare una foto con gli altri due complottardi » .

Erano i giorni in cui D’Alema chiamava Parisi « negus » per la sua presunta somiglianza con l’imperatore d’Etiopia, e Parisi più articolatamente annotava: « Quando D’Alema era segretario del Pds ci spiegò che il perno della coalizione erano i partiti, quando era a Palazzo Chigi teorizzò che il motore della coalizione era il premier, e quando lasciò il governo concluse che il luogo della politica erano le Fondazioni » .

Caduta che Parisi sintetizzava così: « Era lui che inseguiva i prodiani con un pugnale in mano. Che colpa abbiamo noi se durante l’inseguimento è incespicato e si è conficcato il pugnale tra le costole? » . Il punto più basso fu raggiunto il 19 luglio 1999, quando un autorevole quotidiano titolò che tra i duellanti era emerso un mediatore: Di Pietro. Eppure i semi del riavvicinamento erano già stati gettati.

Prodi era andato a Bruxelles, Parisi in Parlamento, eletto in quello stesso collegio di Bologna 12. E D’Alema non era certo estraneo alle due operazioni. « Rettore dell’accademia del senno del poi » lo definì Parisi ai primi segni di ravvedimento. Ma il disgelo era destinato a proseguire.

Come talora accade, a spingerli l’uno verso l’altro sono state, oltre alla lenta e cauta ricucitura tra il presidente Ds a Prodi, anche le inimicizie comuni. Marini, da sempre ostile a Parisi, aveva rotto pure con D’Alema ai tempi della mancata elezione di un popolare al Quirinale.

Veltroni, da sempre rivale di D’Alema, aveva deluso Parisi quand’era passato in pochi giorni dalla vicepresidenza del Consiglio alla segreteria Ds; e tuttora la sua popolarità è una risorsa di cui Arturo& Massimo per il momento farebbero volentieri a me no. Ma il vero nemico comune è diventato Rutelli.

È stato D’Alema a prendere l’iniziativa.
Già nel settembre 2002 la Velina rossa di Pasquale Laurito annuncia: fatta la pace.

In realtà era stata una chiacchierata in Transatlantico. Le due strategie politiche, imprevedibilmente, finivano per convergere: D’Alema rinunciava all’idea del partito socialista europeo, Parisi al soggetto unico da costruire subito sciogliendo i partiti esistenti. Del resto a parlare di « Federazione dell’Ulivo » era stato proprio D’Alema, al congresso di Torino ( gennaio 2000), con Parisi che prendeva atto sollevato: « Massimo è un pentito » .

Questione di orizzonti, ma anche di interessi: fallita l’avventura in prima persona, a D’Alema non restava che riportare i Ds al governo con Prodi, per poi preparare la successione per la legislatura a venire. Uno schema che piace a Parisi e dispiace a Rutelli e Marini.
Di qui l’accusa di « patto scellerato » .

« Invenzioni gratuite — dice oggi Parisi — . Frutto della fantasia o della malafede di chi concepisce la politica come una trama per comporre organigrammi, per assegnare poltrone, per spartirsi potere. Non ci sono trame segrete tra me e Massimo, ma un percorso intellettuale durato anni.

Ci siamo incontrati, scontrati, incontrati di nuovo. Non abbiamo mai smesso di parlarci » . Neppure al tempo della caduta di Prodi? « Solo dopo pochi giorni aver rilevato da Prodi al guida dell’Asinello, ci incontrammo a Palazzo Chigi per parlare con D’Alema di politica e di Ulivo.

E lui mi rispose con una riflessione approfondita affidata a uno scritto pubblicato sull’ Espresso. Siamo stati entrambi pazienti. C’era da definire la natura del suo governo, il famigerato centrosinistra con il trattino. Devo dare atto che tra l’Ulivo e Cossiga, che aveva proibito financo di usarne il nome, Massimo ha scelto il progetto comune » .

Non ci sarà un complotto, ma qualcosa di tenero sì, tra i due: « Devo dare atto a D’Alema che io in politica sono entrato dalla porta dell’Ulivo, mentre lui veniva dalla porta del suo partito.

È normale che io pensassi a qualcosa di nuovo e di inedito; al punto che nel ‘ 96 non mi candidai al Parlamento, perché non volevo considerarmi in quota a nessun partito. Ed è normale che Massimo fosse portato a pensare al futuro come a un prolungamento del passato, con un grande partito che annette e ingloba gli altri e guida una coalizione con alleati minori » .

Il partito dei contadini, diceva lei un tempo. « È stata dura convincerlo ad abbandonare l’idea per cui nella coalizione dovesse esserci chi fa il centro e chi fa la sinistra. Io dal canto mio ho rinunciato a parlare per l’immediato di partito democratico, ho accettato l’idea di una federazione, di un soggetto nuovo che diventasse sempre più forte e facesse da motore all’intera coalizione » .

Dovete solo convincerne Rutelli. « Ci proveremo » . Avanti insieme. « Tra D’Alema e me c’è un rapporto di crescente rispetto. Io sono entrato nell’università della politica dall’ingresso riservato ai dilettanti, e ho trovato Massimo seduto sulla cattedra dei professionisti.

Con il tempo, lo dico con allegria, la pratica della politica mi ha alleggerito purtroppo del diletto. E in D’Alema comincio a intravedere, sotto la spessa patina della professionalità, la predisposizione all’avventura tipica dei dilettanti » .