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23 Agosto 2005

Come rafforzare le ali centriste dei due fronti. Bipolarismo, non trasformismo

Autore: Angelo Panebianco
Fonte: Corriere della Sera

Il bipolarismo è una buona cosa che abbiamo ereditato dagli anni Novanta dello scorso secolo. Grazie ad esso, come ha ricordato ieri sul Corriere Ernesto Galli della Loggia, l’Italia ha potuto sperimentare, nel 2001, per la prima volta dall’unificazione d’Italia, l’alternanza al governo per effetto del voto popolare. Qualunque cittadino è in grado di apprezzare quanto sia importante poter contribuire, periodicamente, con il proprio voto, a cambiare il governo del Paese.


È vero che le coalizioni esistenti, centrodestra e centrosinistra, sono assemblaggi di fazioni eterogenee, ma non è colpa del bipolarismo. Dipende dalla storia, dalle nostre radicate culture politiche. Se venisse eliminato il bipolarismo, se si riformasse un «grande centro », i cittadini perderebbero di nuovo la possibilità di scegliere fra schieramenti contrapposti senza avere in cambio alcuna garanzia di buon governo: l’enorme debito pubblico che tuttora ci sovrasta (misura contabile di un malgoverno che aveva raggiunto livelli parossistici) venne accumulato proprio quando il bipolarismo non esisteva.


E’ vero però che una democrazia stabile ha bisogno che le ali centriste dei due schieramenti contrapposti siano forti (come scriveva ieri anche Il Riformista). Perché solo le ali centriste possono imporre alla democrazia quello «stile» che in democrazia è sostanza: di non demonizzazione dell’avversario, di apprezzamento per ciò che il governo avversario ha comunque fatto di buono, di disponibilità alla convergenza e al dialogo fra maggioranza e opposizione sulle grandi questioni della politica estera e della sicurezza nazionale.


Nella nostra tradizione massimalismo ed estremismo hanno sempre avuto un gran peso. Essi devono essere energicamente combattuti, all’interno di ciascuna coalizione, dalle forze centriste. Perché questa battaglia sia credibile, però, le forze centriste non devono mai dare l’impressione di essere disponibili per operazioni parlamentari trasformiste, di passaggi da un campo all’altro. Perché il trasformismo toglie spazio, entro ciascuna coalizione, all’azione di contenimento dei massimalismi. Come prova l’intera storia italiana, trasformismo e massimalismo vivono in simbiosi, si alimentano a vicenda.


Se la democrazia ha bisogno di periodiche alternanze fra coalizioni, ciascuna dominata da forze centriste, questo però nulla dice sui contenuti specifici dell’azione dei governi. Quando Mario Monti (in un’intervista alla Stampa, 21 agosto) invoca una politica di centro immaginandola più favorevole all’economia di mercato, ha in mente l’esperienza di altre democrazie dove, effettivamente, le forze più centriste degli opposti schieramenti appoggiano senza riserve l’economia aperta.

L’Italia è diversa. Le forze centriste delle due coalizioni derivano, per lo più, dalla vecchia Democrazia cristiana e ne hanno ereditato la propensione per una variante dell’economia sociale di mercato ove il «sociale» è sempre molto più importante del «mercato».


Ne consegue che i più convinti sostenitori dell’economia di mercato sono, in questo Paese, politicamente ai margini, spesso considerati estremisti (nel lessico italiano, «liberista» equivale a «pasdaran del capitalismo selvaggio») anziché centristi. La loro debolezza politica è il principale problema italiano. Ma non si risolve abolendo il bipolarismo.