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31 Maggio 2006

Chiti: “Prima No al referendum poi discutiamo di riforme”

Autore: Vladimiro Frulletti
Fonte: l'Unità

Se dopo l’insuccesso delle amministrative, c’è chi con il referendum del 25 e 26 giugno vuol riprovare a dare una “spallata” al governo e al centrosinistra, penso che rimarrà deluso». Il ministro delle Riforme e per i Rapporti col Parlamento Vannino Chiti è fiducioso.

A suo giudizio dopo le politiche di aprile e le elezioni di domenica e lunedì, anche dal referendum sulla riforma della Costituzione disegnata dal centrodestra arriveranno buone notizie. «Mi pare chi voleva fare delle elezioni amministrative una spallata politica al governo stabilendo che non era vero che il centrosinistra è maggioranza nel Paese ha fallito non una, ma due volte».


Perché due volte?

«Innanzitutto perché è sbagliato non vedere l’importanza specifica di elezioni che decidono la vita di città e di province. Certo poi è chiaro che come ogni voto anche questo ha pure un valore politico. E qui sta il secondo errore di chi cercava la spallata».


Ha sbagliato perché non ha buttato giù nulla?

«I numeri dicono che il centrosinistra ha consolidato e esteso la sua influenza. L’ha consolidata perché si è confermato, allargando i suoi consensi, in città che già governava, e perché ha strappato al Polo una provincia e quattro capoluoghi. L’ha estesa perché anche dove vince la destra la forbice fra centrodestra e centrosinistra si restringe di molto. Insomma la visione di un’Italia divisa in due con il Polo maggioranza nei grandi centri produttivi non regge proprio».


A Milano però ha vinto la Moratti.

«E perché Roma e Napoli non sono grandi città e grandi centri produttivi? E Torino cosa è? La verità è che l’appello alla spallata è fallito e adesso la destra si ritrova senza alcuna strategia. Così gli resta solo la chiamata alla nuova trincea del referendum costituzionale. La nostra speranza è che ci sia la stesso esito delle amministrative».


Il referendum l’ha voluto soprattutto il centrosinistra.

«Giustamente voluto. Noi vogliamo che i cittadini si informino, discutano della Costituzione e di cosa è la riforma della destra. Per questo abbiamo raccolto le firme. Noi vogliamo che ci sia una grande discussione e una grande partecipazione. La destra sta provando a fare altro».


Cosa sta tentando il Polo?

«Vuol fare del referendum un’occasione, forse l’ultima, di una strategia aggressiva e estremista contro la maggioranza di centrosinistra. Ed è l’ennesimo grave errore».


Perché?

«Il referendum non è la terza prova dopo le politiche e le amministrative. È importantissimo in se’. Il 25 e 26 giugno non è in discussione chi governerà per i prossimi 5 anni. Quello gli italiani lo hanno già deciso. Ma si dovrà dire come deve essere la Costituzione degli italiani. Di questo si deve discutere».


Il centrodestra il suo disegno costituzionale l’ha fatto. Perché voi siete contrari e invitate a votare No?

«Veramente per il No non c’è solo il centrosinistra, ma importanti settori della società italiana che non sono schierati da nessuna parte».


Ma perché votare No?

«Perché la modifica di 53 articolo della Costituzione fatta dal Polo è un orrendo e confuso pasticcio. È un animale che non esiste, un cane e un pesce messi assieme».


Ad esempio?

«C’è la devoluzione e il suo contrario. C’è il rischio che su sanità e istruzione avvenga la rottura dell’unità degli italiani e c’è anche il centralismo più forte. Oggi se il governo nazionale ritiene che una legge regionale sia lesiva delle sue competenze fa ricorso alla Corte costituzionale e viceversa. Se passa la riforma il governo nazionale potrà sospendere d’autorità una legge varata dal consiglio regionale della Lombardia. Toccherà poi a Camera e Senato in seduta congiunta decidere se quella legge va cancellata o no. Ma è tutta la riforma piena di errori. L’Italia ha bisogno di efficienza e invece la riforma della destra produrrà la paralisi decisionale»


In che modo?

«Il Senato non darà più la fiducia la governo, ma avrà potere di veto sul 60% delle materia legislativa. Il presidente del consiglio potrà sciogliere le Camere, ma c’è anche la sfiducia costruttiva. Pensiamo alle forze dell’ordine. Tutti dicono che ci vuole coordinamento fra le varie forze. Per il Polo anche le Regioni potranno avere la propria polizia. E poi ci sono i grandi inganni».


Quali sarebbero?

«Parlano di Senato federale ma i sindaci e i presidenti di Regione sono degli ospiti senza diritto di voto. Promettono di ridurre in parlamentari, ma nel 2016, fra 10 anni. E poi, aspetto gravissimo, c’è la politicizzazione di tutte le istituzioni di garanzia: dalla Corte Costituzionale al Capo dello Stato».


Questo significa che per il centrosinistra la Costituzione non va toccata?

«No. Noi invitiamo a votare No perché quello è un disastro. Ma la vittoria dei No crea le condizioni per poter innovare alcuni punti. Intoccabili, direttamente e indirettamente, sono i valori costituzionali. Principi che anzi dovrebbero essere comuni a tutti gli italiani al di là di centrosinistra o centrodestra. Dire che i principi della prima parte della Costituzione non si toccano vuol dire che anche certi cambiamenti della seconda parte non sono possibili. Invece la riforma del centrodestra li ha modificato indirettamente. Ad esempio il principio dell’unità degli italiani».


Come va cambiata la Costituzione?

«Innanzitutto non va cambiata dalla maggioranza del momento, ma attraverso larghe convergenze».


Ma nel merito a quali riforme pensa?

«Va rafforzato il ruolo del Presidente del Consiglio che ad esempio deve poter nominare e revocare i ministri. Ma va anche rafforzato il Parlamento perché in democrazia l’equilibrio dei poteri è fondamentale: governo più forte, Parlamento più forte. Per questo serve una Camera delle Autonomie, dove siano presenti le Regioni e le città, con funzioni e competenze diverse dalla Camera dei deputati. occorre ridurre il numero dei parlamentari, ma non fra 10 anni, ma alla prossima scadenza nel 2011. E serve lo Statuto dell’Opposizione. I diritti e gli strumenti dell’opposizione cioè vanno garantiti in Costituzione. E poi dovremo rivedere il federalismo che è in Costituzione».


Ma la riforma del Titolo V non è stata fatta dal centrosinistra?

«A distanza di 5 anni dobbiamo vedere cosa ha funzionato e cosa no. Poi anche la legge elettorale va cambiata. Il mio parere è che ci sono due modelli da prendere in considerazione: il maggioritario a doppio turno o il proporzionale con soglia di sbarramento al 5% e premio di maggioranza del 55% dei seggi. Per entrambi però va inserito l’obbligo che le alleanze e il candidato alla presidenza del consiglio vanno indicati agli elettori prima del voto».


Su questi punti a suo avviso è possibile il dialogo con l’opposizione?

«Prima serve la vittoria del No al referendum, poi potrà partire il confronto che però non potrà avvenire solo fra le forze politiche e nel Parlamento. Ma dovrà coinvolgere tutto il Paese, le istituzioni locali, la società. Perché la Costituzione non è dei partiti, ma dei cittadini italiani».