Onorevole Veltroni, l’opposizione è accusata di essere troppo morbida,
accondiscendente. Come se ci fossero le larghe intese, anche se non
avete pareggiato ma perso.
«No. È come se ci fossero due mondi
separati, uno virtuale e uno reale. Nel mondo virtuale, lettori e
scrittori di giornali di varie dimensioni se la cantano e se la
suonano. Nel mondo reale, è successo che alla prima prova parlamentare
il governo sia andato sotto proprio grazie alla nostra opposizione che
qualcuno giudica fin troppo dura; ed è il primo provvedimento che
arriva. Purtroppo, il nostro è un Paese di politici d’antan. Un Paese
politicamente di pasticcioni e furbacchioni, che si divertono a
confondere dialogo e opposizione. Nel mondo reale, la questione è
semplice: si dialoga sulle riforme, ci si oppone sui contenuti».
Questo significa che terrete duro anche sulle questioni care al premier, tipo il sistema tv? E lui è d’accordo?
«Sono
sempre più affascinato dai nostri padri costituenti. Uomini come
Calamandrei, cui il Pd dedicherà un convegno in autunno. Uomini che non
litigavano su Rete4 ma su democrazia e totalitarismo, su Usa e Urss;
però scrivevano le regole insieme. Dopo è cominciata un’altra stagione,
di melassa, gelatina, marmellata, confusione. Quella stagione è finita:
ci si può opporre con fermezza su Rete4 e denunciare la scomparsa della
cordata Alitalia, senza che per questo il dialogo sulle riforme debba
interrompersi. Così come è finito il clima di scannatoio durato
quindici anni. Io ho cominciato a usare toni nuovi già in campagna
elettorale; il leader dello schieramento a noi avverso l’ha fatto
soltanto dopo la vittoria».
Da Bassolino in giù, è un fiorire di
laudatori: Berlusconi, rappresentato come malvagio, è ora definito
statista. Non siete passati da un eccesso all’altro?
«Io non
ho mai detto nessuna di queste cose. Se il Paese è così malridotto,
buona parte della responsabilità grava su Berlusconi, che è stato per
quattro volte presidente del Consiglio. E che rappresenta un sistema di
valori, una visione del mondo cui bisogna opporsi con sempre maggior
forza ed energia, contro cui si deve dare una solare battaglia
culturale e ideale».
Lei si è appena seduto al suo tavolo.
«Sì.
E appena ci siamo seduti, per prima cosa gli ho detto: “Capiamoci bene.
Se questo dialogo è un esercizio di buone maniere, mi interessa poco,
per quanto le buone maniere siano preferibili a quelle cattive. Se
invece è un dialogo per scrivere insieme le regole del gioco
democratico, allora sarò un interlocutore leale. Ripartiamo dal
pacchetto Violante. Riformiamo la legge elettorale per le Europee, ma
senza tagliare fuori le altre forze: non voterò mai uno sbarramento che
superi il 3%”. Attendo segni che corrispondano alle parole. Altrimenti,
sarò il primo a riconoscere che è stato inutile».
I segni riguarderanno anche la Rai? La sua proposta dell’amministratore unico non è già stata respinta?
«Vedremo.
Aspettiamo risposte. Eleggere un altro Consiglio d’amministrazione
pieno di ex parlamentari sarebbe un gravissimo errore. Preferisco un
amministratore delegato nominato dal governo e approvato dal Parlamento
all’assurdo sistema attuale. Un manager al di sopra delle parti. Un
aspetto cruciale, in un Paese dove l’informazione è egemonizzata dal
capo del governo ».
Alla vigilanza Rai andrà Leoluca Orlando?
«Siamo
favorevoli alla sua candidatura. La sosterremo. E ricordo che,
quand’eravamo maggioranza, votammo il candidato proposto dal
centrodestra, Storace. La maggioranza non può sindacare sul nome
indicato dall’opposizione».
Non teme si saldi, tra tv e politica,
una forza avversa al Pd, di grande appeal elettorale? Magari attorno a
quella che Santoro definisce ironicamente la banda dei quattro: lui,
Travaglio, Beppe Grillo, Di Pietro?
«Da tempo ho rotto con la
logica del ” pas d’ennemis a gauche”, nessun nemico a sinistra. Non
vivo con questo incubo; altrimenti non potremmo assolvere al compito
che spetta a una grande forza riformista del 34%. Non possiamo tornare
indietro. È fisiologico che si creino aree di critica più radicale, da
rispettare, con cui dialogare. Magari assumendo talora posizioni più
radicali delle loro. Noto che Di Pietro è favorevole al reato di
immigrazione clandestina. Noi no».
Il governo è in luna di miele, l’opposizione sembra nell’angolo.
«La
luna di miele si interromperà molto presto, anche prima di quanto
pensiamo. La destra ha vinto le elezioni sulla linea della paura: paura
degli immigrati, dei rom, dell’impoverimento. E la paura rende più
facile vincere, ma molto più difficile governare. Ora siamo alla fase
dei fuochi d’artificio. Quando il fumo dei fuochi si sarà diradato,
quando vedremo che i fatti di violenza proseguono, i campi rom ci sono
ancora, l’impoverimento continua, allora ci sarà un effetto boomerang.
Mai come oggi sono preoccupato: l’insicurezza sociale, e anche
personale, è stata incanalata sulla linea dell’egoismo sociale. Ma
questo fa saltare il principio solidale. È la dilatazione del Nimby:
fate tutto, ma non da me. È la logica delle ronde, del blocco stradale,
del “mi faccio giustizia da solo”. Poi non c’è da stupirsi se qualche
energumeno con svastica va a spaccare le vetrine degli immigrati».
Il sindaco Pd di Marano, Salvatore Perrotta, è molto Nimby. Guida la rivolta sulle barricate.
«Da
lontano è facile decidere ogni cosa. Un sindaco vive in mezzo alla sua
comunità, non può non sentirne gli umori. Ma gli uomini pubblici devono
trovare la forza di non fare le cose più ovvie, quelle che piacciono a
tutti».
Cosa pensa delle critiche del governo Zapatero al nostro?
«I
giudizi di un governo su un altro governo sono sempre spiacevoli, e non
andrebbero formulati. Ma dobbiamo essere consci che c’è lo sguardo
dell’Europa su di noi. Un governo che dichiara fuorilegge 650 mila
immigrati, compresi 300 mila badanti e moltissimi altri lavoratori, è
un governo che viene tenuto d’occhio. Che facciamo? Arrestiamo 650 mila
persone in un Paese che non costruisce un carcere da anni? Apriamo 650
mila procedimenti in tribunali che impiegano dieci anni per chiudere un
processo? Ecco perché dico che il risveglio dalla notte dei fuochi
d’artificio sarà doloroso, e pericoloso».
Ma sull’economia Tremonti vi ha messo in difficoltà. Paghino banche e petrolieri, dice. Lei cosa risponde?
«Paghino
banche e petrolieri, sono d’accordo. Il problema è che fare con quei
soldi. Detassare gli straordinari va bene, anche se l’esclusione dei
dipendenti pubblici è ingiusta e crea problemi di incostituzionalità.
Ma sarebbe meglio intervenire sulla contrattazione di secondo livello.
I benefici di Tremonti escludono precari, anziani, donne: le categorie
più esposte al rischio di impoverimento. Quanto ai mutui, non è
difficile prevedere un’altra delusione. Già i consumatori fanno notare
che si tratta di una dilazione, non di una rinegoziazione. Il fatto
stesso che le banche abbiano subito detto sì desta un legittimo
sospetto ».
Sul federalismo fiscale lei ha aperto un dialogo con Formigoni. Ma Chiamparino la pensa diversamente.
«Io
la penso come Chiamparino: federalismo solidale differenziato.
Avvicinare il fisco alla vita dei cittadini, senza spezzare il vincolo
di solidarietà tra regioni diverse: altrimenti avremo al Nord una
California e al Sud un paese povero».
L’impressione è che lei punti a dividere la Sinistra Arcobaleno e ad allearsi con una sua parte.
«Non
si tratta di dividerli. Certo l’Unione non tornerà. Mentre è possibile
costruire un nuovo centrosinistra, avendo un interlocutore su posizioni
più radicali delle nostre, ma senza prendere più nulla a scatola
chiusa. Non contano i buoni sentimenti. Contano i programmi condivisi».
D’Alema dice che il leader giusto per Rifondazione è Vendola.
«Non
interferisco con quanto accade in un altro partito, con la loro
discussione. Mi limito ad augurarmi che sia una discussione vera.
Finora ho visto una reazione autoassolutoria. Come se la loro sconfitta
fosse colpa mia, e non di chi ha messo fine al centrosinistra;
ostacolando le cose migliori del governo Prodi, dalla riforma del
welfare alle missioni all’estero».
D’Alema è molto attivo.
«Ognuno
dice la sua opinione, ed è legittimo che lo faccia. D’Alema ha detto di
voler fondare una fondazione culturale, non un partito nel partito. Sono
portato a prendere sul serio le parole delle persone serie. Il lavoro
della fondazione culturale di D’Alema sarà molto utile al Pd».
Ma dell’opinione di D’Alema sulla tentazione della Chiesa per il potere e il patto con la destra, lei che pensa?
«Non
c’è nessun patto. L’Italia è un Paese particolare; ma l’influenza della
Chiesa non mi spaventa certo. La Chiesa ha diritto di esprimere la sua
opinione; non possiamo applaudirla se difende gli immigrati, e zittirla
se critica la fecondazione assistita. Sta a noi difendere la laicità
della politica ».
Non negherà che il Pd abbia perso voti cattolici, a vantaggio dell’Udc e della destra.
«Certo,
l’Udc in mezzo prima non c’era; quando l’offerta politica si
arricchisce, i voti si diversificano. Ma chissà se questi flussi sono
reali. In Italia non si prende il 34% senza intercettare una parte
rilevante del voto cattolico. Il referendum sulla fecondazione
assistita l’avevamo perso 75 a 25. Piuttosto, noto che dal governo
Berlusconi sono scomparse le personalità di cultura cattolica, comprese
quelle d’indubbio spessore come Pisanu e Formigoni. Hanno prevalso
personalità di cultura berlusconiana».
Le toccherà occuparsi
anche di giornali. Il Pd ne ha due, «Europa» e «l’Unità», molto
diversi. La linea di Menichini non è la stessa di Padellaro.
«È
una divisione che viene da altri tempi storici. Ora per l’Unità si è
trovata una soluzione splendida. Sono stato direttore di quel giornale
quando andava bene. Da segretario ds ho avuto il coraggio di fermare
l’emorragia, e grazie al lavoro di Folena l’Unità rinacque subito. Ora
Soru, uno degli uomini più convinti del progetto del Pd, definirà
un’idea nuova del giornale coerente con l’obiettivo di parlare a
pubblici nuovi e raccontare in profondità la società italiana. E
Gentiloni lavora a rafforzare la nostra presenza nel web e nel sistema
tv».
Quale direttore vorrebbe per «l’Unità»?
«Non sta a
me decidere. Certo, in un mondo di giornali che fanno prediche
femministe ma hanno ai vertici pochissime donne, mi piacerebbe
proseguire la rivoluzione che abbiamo avviato portando — dopo le molte
che abbiamo fatto eleggere in Parlamento — una donna alla direzione
dell’Unità».
È giusto o no che Roma dedichi una via ad Almirante?
«Ho
preferito fare una scelta più limpida: mandare un messaggio di
riconciliazione alla città dedicando strade ai caduti degli anni di
piombo, di destra e di sinistra. Persone innocenti vittime della
violenza. Una violenza che, come dimostrano i fatti dell’università,
può rinascere specie se in una comunità si crea un clima di tensione e
contrapposizione ».