Sembra essere svanita nel nulla la «comprensione»
americana di cui aveva dato testimonianza D’Alema dopo la cena di lunedì con
Condoleezza Rice. Senza fare troppe concessioni al linguaggio diplomatico un
«alto esponente» Usa, che ha preferito rimanere anonimo ma che difficilmente
potrebbe parlare senza il consenso della medesima Rice, ha rivolto una
raffica di critiche alle modalità scelte dall’Italia per ottenere la
liberazione di Daniele Mastrogiacomo.
E sullo slancio è stata l’intera
politica italiana in Afghanistan a finire sul banco degli imputati, facendo
sì che i rapporti tra Roma e Washington, stretti tra la «sorpresa»
dell’esponente Usa e quella che gli ha subito contrapposto la Farnesina,
toccassero un nuovo minimo storico. Varie fonti governative, ultimo il
viceministro Danieli ieri in Parlamento, avevano rivolto ringraziamenti agli
Usa per la collaborazione ricevuta nella vicenda Mastrogiacomo. Ma non
risulta davvero che Washington abbia gradito.
L’America, ha detto l’«alto
esponente», disapprova ogni concessione ai terroristi. I cinque prigionieri
rimessi in libertà, oltretutto, «sono pericolosi esponenti talebani» che
hanno subito ripreso le armi, e questo rappresenta un oggettivo rischio per
le forze della coalizione. Dal momento che il loro rilascio è stato
accettato e ordinato dal presidente afghano Karzai, si pensava che gli Usa
dovessero per forza esserne al corrente. Invece si apprende ora che
Washington è stata «colta di sorpresa», e ne consegue che i rimproveri
valgono anche per il pur fido Karzai. Non basta. Tra i prezzi pagati c’è
anche la vita dell’autista di Mastrogiacomo, e le restrittive regole di
ingaggio del contingente italiano hanno persino impedito che fosse un aereo
di Stato a portare Mastrogiacomo a Kabul. Quanto alla proposta di Piero
Fassino di coinvolgere i talebani in una conferenza di pace, si tratta di
una «pessima idea». Raramente nei rapporti tra governi, soprattutto se
alleati, l’irritazione è emersa con tanta chiarezza.
Il che non significa
necessariamente che Washington (e Londra) abbiano ragione su tutto, o che si
siano comportati stavolta come in altre occasioni. Sulle regole di ingaggio
il dissenso con gli Usa è antico, al punto che il nostro anonimo ricorda di
aver chiesto la loro modifica già nel 2003 quando al governo era Berlusconi.
Sulla proposta di Fassino è scontato che l’America sobbalzi, essendo la
semplicistica definizione di «talebani» indissolubilmente legata ad Al Qaeda
e alle stragi dell’11 Settembre. Ma è sul sequestro Mastrogiacomo che le
accuse statunitensi si fanno più specifiche, ed è qui che sorgono i maggiori
dubbi. In precedenti sequestri organizzazioni non governative avevano già
svolto ruoli importanti. In precedenti sequestri, anche se di ciò non
esistono prove o conferme, è ragionevole ritenere che l’Italia abbia
trattato e pagato: e i soldi servono ad acquistare armi, che uccidono. In
precedenti sequestri ci sono state altre perdite di vite umane, da
Quattrocchi a Calipari (che gli Usa certamente ricordano) per citare
soltanto gli italiani.
Il richiamo Usa, insomma, è giusto laddove mette in
guardia l’Italia contro una propensione all’arrendevolezza che può provocare
danni gravi. Ma quella che viene messa sotto accusa da Washington è in
realtà una nostra cultura nazionale, prevalente nell’emergenza quale che sia
il governo in carica. Piuttosto, è il diffuso alone di ambiguità tra
«comprensioni» e rampogne a lasciare stupefatti. Se esistono incompatibilità
di linea sull’Afghanistan, che oltretutto metterebbero ulteriormente a
rischio il nostro contingente, occorre identificarle e prenderne atto.
Magari prima del voto in Senato.