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9 Marzo 2006

Sylos Labini, l’Italia offesa e il Cavaliere

Autore: Paolo Festuccia
Fonte: La Stampa
Oggi alle 18 in via di Villa Sacchetti a Roma gli Editori Laterza
presentano «Ahi serva Italia. Un appello ai miei concittadini» di Paolo Sylos
Labini, a cura di Roberto Petrini. Intervengono Andrea Camilleri e Giovanni
Sartori. Pubblichiamo uno stralcio dell’intervista postuma.

«Il paese è marcio, mi dispiace dirlo. Non è semplicemente un po’ così, è
profondamente marcio. Come tocchi vedi pus, ecco la tragedia. Ci sta chi si
oppone, io sono uno di quelli ma siamo pochini. Sei orgoglioso? No, non lo sono
per essere tra i pochini. Come diceva Galante Garrone siamo pochini, pochini.
Sono piuttosto umiliato perché in un Paese civile ce ne sarebbero cinquanta,
cento. Quando fu presentato il libro di Laterza venne David Lane, inglese,
bravissimo. C’era pure Sartori, e siamo amici. Ma come, si dirà, amici? Tu sei
un estremista di sinistra ma Sartori…Sartori è una persona civile. Qui, non c’è
la possibilità di dividere tra la sinistra e la destra: ci sono persone civili
e, a volte, sono di destra ma nel senso serio…»
Ma le persone civili ci sono in Italia?
«Io non dico balle, forse lo sapete già, o battute di spirito, io sono
temuto. All’Accademia dei Lincei quando mi vedono, da lontano saluti bellissimi,
grandi come Fernandel, vi ricordate Fernandel, poi via, non si sa mai. Non è una
battuta, l’ho toccato con mano. Ogni tanto c’è qualche intervista. Adesso sono
stato invitato alla Luiss il 14 dicembre (2005 ndr) ma il vento sta cambiando.
La Luiss sta sotto casa, nel passato mi hanno invitato parecchie volte, poi
adesso da vent’anni chissà perché, bisogna chiedere all’altissimo, non ci sono
stati più inviti».
Ed ora?
«Adesso c’è Montezemolo che presiede, due interlocutori, pubblico a
volontà, cartoncini, è importante. Ma io sono triste. Socialmente triste.
Nell’animo. In profondità. Perché il Paese è marcio anche se la gente trova
formule, si è abituata. Qualcuno me lo dice; mi chiede: ma che dobbiamo fare?
Dobbiamo emigrare? Dobbiamo suicidarci? No. Fate quello che potete, come faccio
io. Non faccio cose da pazzi. Oppure mi dicono: ma insomma che pretendi, siamo
italiani, facciamo schifo. Il mio vero pentimento è che ho avuto l’occasione di
andare all’estero ad insegnare e dopo incertezze ho rifiutato. Potevo andarmene,
perché questo è un brutto Paese. E allora, siccome mi considerano un
demonizzatore, uno di quelli che esagera, io nel mio ultimo libro cito a lungo
Smith e Leopardi. Due che dicono cose tremende. Non certo Croce che non mi
piace».
E perché?
«Croce è stato un fascista. Che ci faccio, allora, con la saggezza di
Croce? Io dico nulla. Questa pagina di Croce viene nella mitologia italica
trascurata. Pare che sia di cattivo gusto ricordare che Croce era stato
fascista. Per anni. Mentre la filosofia che si capisce e a me piace è quella
degli illuministi inglesi come Smith, Hume e altri. Questi mi piacciono molto.
Ecco, con Smith sono sempre in sintonia. E anche come filosofo è di prim’ordine.
Perché la filosofia tiene tutta insieme la stessa ricchezza delle nazioni anche
se a prima vista non appare. Smith è spiritoso, si incazza come me, con i
monopolisti che sarebbero per lui tutti gli uomini d’affari che fanno i soldi
con i privilegi e quindi non per meriti imprenditoriali ma grazie ad intrallazzi
politici. Lui, con questi ce l’ha a morte. Tant’è…»
Tant’è…
«Che io, Vito Laterza, Galante Garrone firmammo insieme una serie di
appelli. Su questo argomento, c’è una legge che dice che chi è titolare di
importanti concessioni pubbliche non può essere eletto. Per chi era fatta questa
legge?».
Per chi?
«Me lo ha spiegato Giancarlo Caselli, il giudice onesto e coraggioso e per
questo messo da parte. Era contro Enrico Mattei. Una parte di democristiani
vedevano Mattei – perché nel ’56 Berlusconi era nato da poco purtroppo, una
cattiva idea del padreterno e quindi non era per lui – come un pericolo. Uno,
che senza tanti scrupoli, a Roma si diceva che facesse il pista-sassi, andava
dritto per la sua strada, e per questo lo volevano bloccare. C’è stato poi un
giurista italiano, se non è italiano ha studiato sicuramente in Italia, che ha
trovato la formula per dire che il titolare non è il titolare ma
l’amministratore delegato, cioè nel caso di Berlusconi, Confalonieri. Tant’è che
il mio amico Sartori riferendosi a questo ha sempre detto: tenetevi la pancia
dal ridere. Perché era il titolare, è il titolare quello che controllava in
pieno. Quello è stato il peccato originale. Perché con quella legge poteva
essere bloccato subito. E allora, perché non è stato fatto?»
Perché professore?
«E qui c’è un capitolo che sto ancora scrivendo. L’opposizione che non ha
fatto l’opposizione: era fasulla. Un’ipotesi che molti hanno avanzato
ritenendola seria è la seguente: questo (Berlusconi, ndr) è perseguitato dalla
giustizia, è fragile, ha bisogno di aiuto politico. D’altra parte può essere un
tramite, non ha niente da perdere, può essere utile per tutti i bassi servizi.
Ce lo teniamo, lo difendiamo e quindi lo controlliamo. E così sono diventati
complici con la Bicamerale».
In che senso, e come?
«Ma come fai a fare opposizione – lo capisce anche un bambino di cinque
anni – a uno con il quale collabori nientemeno che per fare le Riforme della
Costituzione? È assurdo. Per questa ragione ho avuto una polemica anche con
D’Alema, che mi ha detto: caro professore i partner non si scelgono. Ma io dico:
quale necessità c’era di fare la riforma della Costituzione con uno come quello?
Uno che la prima cosa che avrebbe chiesto era quella di rivedere la giustizia,
era quello che gli premeva. Quella lui voleva. E così, scrissi una nota sul
quotidiano La Repubblica nella quale dicevo attenzione, a queste condizioni la
Bicamerale rischia di diventare una doppia camera mortuaria con le candele e con
un po’ di puzzetta di cadavere».
Professore, lei è considerato un grande economista, ma si sente tale?
«Non so quanto valgo. Lo diranno i posteri. Certo, molto rispetto ad altri,
ma se vai in un Paese di nani e sei alto un metro e sessanta fai una figura da
gigante. Non bisogna montarsi la testa, perché così si ottundono gli spiriti
autocritici, come succede spessissimo in Italia, e con gli spiriti autocritici
in calo si rischia di dire frescacce. Non è una battuta. E’ vero».