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4 Luglio 2005

Verità di comodo: il capro espiatorio

Autore: Barbara Spinelli
Fonte: la Stampa
Ci sono momenti in cui noi tutti
siamo come sequestrati e portati lontano dalla verità delle cose. Non
le vediamo nella loro essenza, abbiamo gli occhi come coperti da bende.
Possiamo trovare spiegazioni a quel che accade, il più delle volte
possiamo perfino giustificare gli eventi nuovi cui assistiamo o che noi
stessi abbiamo contribuito a generare. Ma spiegazioni e giustificazioni
hanno sovente un ruolo strano: sono la stoffa stessa di cui è fatta la
benda. La verità è sequestrata in una sorta di mondo parallelo, simile
a quello visibile ma inaccessibile alla coscienza, alla vigilanza. Il
filosofo Raymond Aron diceva del presidente Giscard d’Estaing: «Il
problema è che quest’uomo non sa che la storia è tragica». Qualcosa
d’analogo pare accadere alle classi dirigenti d’oggi, compresi noi
giornalisti: da un certo tempo – forse da quando son cominciate sia
mondializzazione sia lotta antiterrorista nel 2001 – in Italia e in
parte dell’Occidente non sappiamo che la storia che stiamo facendo è
tragica. Alcuni segni lo dicono, tuttavia.
Uno di questi segni ci è stato mostrato nei giorni scorsi, quando i
telegiornali hanno dato notizia dello sgombero di un campo nomadi nella
periferia di Milano, a via Capo Rizzuto. La decisione di radere al
suolo la baraccopoli rom aveva un motivo serio – il campo era abusivo e
disordinato, la maggior parte degli abitanti era clandestina, i vicini
erano in allarme dopo episodi di stupro attribuiti a zingari, e da
tempo avevano messo fili spinati fra sé e i nomadi – ma il modo e il
linguaggio in cui s’è svolta l’operazione sono stati di una violenza
singolare: inaudita, rapida, e al contempo abissalmente banale.
L’operazione ha ricevuto il nome di Blitz, lampo, mescolando come
spesso accade i processi naturali con quelli bellici. E come evento del
tutto naturale è stata presentata: come se d’un tratto il cielo si
fosse rannuvolato, dando spazio alla pioggia. Come una stagione che
trapassa in un’altra, impercettibilmente, cancellando però cammin
facendo baracche, vincoli umani. Restavano le parole, pesanti:
catapecchie rase al suolo, villaggio cancellato, baraccopoli in
macerie. E restavano le immagini, evocative se messe a raffronto con
quel che s’era visto in precedenza. Era una settimana che i
telegiornali mostravano il campo, collegandolo agli stupri di Milano.
Si erano viste più volte quelle case per metà di cartone per metà di
lamiere, raffazzonate e improbabili, qualche elettrodomestico
appoggiato fuori casa accanto alla porta, i bambini che giocavano su
terra battuta, gli adulti intervistati che facevano di tutto per
prender le distanze dai presunti misfatti dei connazionali. Il tutto
nell’afa dei giorni scorsi; sempre il crimine sembra svolgersi sotto
qualche speciale cappa meteorologica.
Poi, d’un tratto, la scena cambia. S’accende la televisione, mercoledì
29 giugno, e si apprende che il campo non c’è più. All’alba sono
passate le ruspe della polizia, in quattro ore hanno liquidato quel che
c’era. Sullo schermo s’accampano le macerie e gli stessi nomadi che
avevano condannato gli stupri, in fuga come da un’invasore. Lamiere
spezzate, catapecchie schiacciate, suppellettili alla rinfusa come
pestate da zampe meccaniche, i colori delle cose non più distinti ma
accorpati in un intruglio esplosivo come nell’ultima scena di blow-up
di Antonioni. Strano come la televisione possa ferocemente condurre
all’essenza delle cose, a volte, proprio quando falsifica i fatti
omettendo spiegazioni. A conclusione del servizio prendeva la parola un
funzionario del Comune a Milano, magari aveva parecchio da chiarire ma
la camera gli dava appena il tempo di dire: «Son soddisfatto».
Così, com’è stata mostrata, si presenta la verità delle cose: una
vendetta contro le popolazioni civili, per presunti misfatti commessi
da pochi e per placare grandi paure. Un’operazione che consiste
nell’accusare interi gruppi di essere all’origine dei mali di cui
soffre la società e di cui sono autori individui non ancora
identificati. La decisione di liquidare l’oggetto fantasmatico dei
nostri terrori, affinché sia ristabilito l’ordine fin qui
riconfortante: la nostra identità nazionale o la sicurezza o la
diversità fra il dentro e il fuori. La storia dell’umanità è un
succedersi di eventi simili – di sacrifici compiuti per fingere la
soluzione di insolubili problemi – e il procedimento ha da millenni il
medesimo nome: è lo scatenarsi contro il capro espiatorio, e
l’obiettivo è il ristabilimento, non importa quanto fittizio, dello
smarrito patto sociale.
Nei suoi libri sul capro espiatorio, René Girard ha spiegato bene i
meccanismi di questo collettivo ricostruirsi, attorno al bisogno
d’accanimento sul diverso. Il sacrificio del capro è destinato a
calmare gli dei addomesticando l’aggressività dell’uomo: quest’ultima
viene incanalata, spostandola dal primordiale linciaggio collettivo
alla vittima impersonata dalla bestia. I riti sacrificali che tornano a
ledere l’uomo invece dell’animale fanno apparizione nelle società
sviluppate quando tale bisogno s’estende, come in Italia, e quando la
politica chiede ai magistrati di «tener maggiormente conto, in certi
momenti storici, del comune sentire del popolo» (così s’è espresso in
febbraio il ministro Castelli). Più sostanzialmente, compaiono quando
gli uomini tendono a somigliarsi troppo, e spinti dall’imitazione
invidiosa precipitano nella cosiddetta indifferenziazione: il capro
ristabilisce la rassicurante differenza tra Noi e Loro,
maggioranza-minoranza, indigeni-allogeni. Il vocabolario cerca parole
nel linguaggio dell’igiene o della guerra. Si rade al suolo, si
liquida, pulisce, bonifica. Il ministro dell’Interno francese Sarkozy,
candidato presidenziale, ha promesso di ripulire la Courneuve, banlieue
a rischio. Urge un «nettoyage au karcher» dei quartieri difficili,
sostiene: una pulizia di quelle che strappano lo sporco con formidabili
getti d’acqua a pressione (metodo detto karcher).
Ma il culto del castigo e del linguaggio espiatori non cade dai cieli.
È alimentato dall’indifferenza-consenso con cui i riti vengono accolti,
considerati normali, commentati da quelle frasi senza rimorso – «sono
soddisfatto» – dette in tv. Il sacrificio del capro, per dar l’aria di
servire, deve apparire legittimo alla maggioranza della comunità: in
Italia è una legittimità fortemente condivisa.
Questo forse è l’elemento nuovo del mondo che abitiamo da quando la
globalizzazione ha messo radici, e le democrazie sono impegnate nella
guerra contro il terrore. Globalizzazione e terrore hanno aumentato
enormemente il bisogno di ristabilire la differenziazione e la
sacrificabilità dell’altro, dato a Satana come «parte che gli compete».
Il cattolico conservatore Andrew Bacevich sostiene che Bush conduce una
guerra pericolosa, che militarizza le menti della società (The New
American Militarism: How Americans Are Seduced by War, Oxford
University Press 2005, citato da Tony Judt su New York Review of
Books). Così in Italia, in Europa. La partecipazione alla guerra
anti-terrore e l’immigrazione giustificano politiche più restrittive,
anche perché i due fenomeni vengono confusi. Uno stupro non può esser
trivializzato, mai. Nelle moschee spesso si predica morte. Ma portare
ordine nei quartieri o collaborare con l’antiterrorismo può sfociare
nella logica del capro espiatorio e nella manipolazione politica della
paura, come s’è visto a via Capo Rizzuto o nell’affare della polizia
parallela scoperta a Genova. E s’accorda bene con l’assenso implicito
dato a una Cia che non solo viola sovranità (tra alleati non è
violazione illogica, se il nemico è mondiale) ma sequestra gli imam in
Italia per consegnarli sistematicamente non alla giustizia Usa ma a
inquisitori in Egitto (o Arabia Saudita, Giordania, Siria, Pakistan,
Uzbekistan) che la tortura la praticano senza scrupolo né controllo.
Molti diritti si sono contratti, dopo l’11 settembre. Ma arriva il
momento in cui si perde l’equilibrio tra rafforzamento della disciplina
e fedeltà ai principi su cui son costruite le nostre società: il
momento in cui i tabù civilizzatori cadono, anche nelle parole, con la
scusa che ogni tabù è un conformismo politicamente corretto. Quel
radere al suolo e quel linguaggio sono una vittoria della barbarie che
si dice di combattere, non della civiltà che si pretende di difendere
Si può discutere di dilemmi ineludibili, ma comunque urge sapere la
storia che si sta facendo. La devono sapere politici e maestri,
magistrati e poliziotti, giornalisti e cardinali, che discutono di
dignità dell’uomo e troppo spesso su queste cose tacciono.
Che desiderano si parli delle radici cristiane d’Europa, e sembrano
quasi dimenticare che proprio il cristianesimo mette fine a ogni capro
espiatorio.
Soprattutto deve saperlo un paese che di baraccopoli ne ha viste tante fino a pochi anni orsono, ma abitate da noi stessi.
Chi l’abbia dimenticato può rivedere la baraccopoli di Miracolo a
Milano, che De Sica girò appena 54 anni fa. Il capitalista Mobbi fa
radere al suolo il villaggio, ma non per questo si dichiara
pubblicamente «contento». E anche gli scacciati hanno speranze che i
rom non hanno. Una magica colomba vien loro in aiuto, e a cavallo di
magiche scope gli sfollati s’allontanano nei cieli, «verso un regno
dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno».