Centrosinistra e Europa. Si dice che io sia regista di certe scalate finanziarie, è grottesco. Tanto più che certi attacchi nascono all’interno dell’Unione.
L’attacco all’Europa nasce dalla destra euroscettica, ma c’è anche la voglia di colpire Prodi. Così Berlusconi ha lanciato la sua controffensiva elettorale
L’ Europa può rispondere alla crisi rilanciando il suo progetto. Massimo D’Alema ha delle proposte, dopo i referendum in Francia e Olanda. La ferita del rigetto del Trattato è aperta e non circolano tante idee per superare lo shock, alla vigilia del summit Ue. Tra le proposte di D’Alema: il ricorso alle «cooperazioni rafforzate», in economia e in politica estera. L’intervista, rilasciata durante la sessione del Parlamento europeo, tocca anche temi di attualità interna. Il presidente Ds è convinto che nelle elezioni del 2006 il tema europeo avrà un grande peso. Anche per via dell’attacco all’Europa e a Romano Prodi. Di Berlusconi, dice che è un «uomo d’opposizione» pronto a dare il meglio di sé per demagogia e populismo. Sul referendum di domenica: l’attacco alla laicità dello Stato, l’intromissione della Chiesa e la campagna per l’astensione «non aiutano una prospettiva di centro sinistra». Chiuse le urne, «bisognerà avviare il rilancio del centro sinistra». Se qualcuno vuole le primarie, però, lo dica. Ferma è la replica alla campagna di stampa su «vecchia sinistra e nuovi ricchi» (dal Corriere della Sera) nella quale il suo nome viene tirato in ballo a proposito della scalata di Ricucci: «Io questo Ricucci non so neanche chi sia». Certi attacchi, afferma, vengono anche dall’interno del centro sinistra: «Conosciamo – dice D’Alema – i salotti e le persone che contribuiscono a tutto questo».
Cosa si può fare per superare la fase di crisi in Europa?
«Se la crisi nasce dalla delusione dei cittadini che si aspettavano più sicurezza, una presenza dell’Europa da protagonista sulla scena internazionale, una politica di sviluppo, di occupazione, e d’innovazione, penso che si debba rispondere rafforzando coraggiosamente le istituzioni europee. Anche mettendo in cantiere forme di cooperazione rafforzata tra gli Stati che vadano persino al di là di una maggiore efficacia delle strutture esistenti».
Un modo per annunciare che il trattato costituzionale si può tranquillamente riporre nel cassetto? Lo si considera spacciato e, di conseguenza, si indica una nuova direzione?
«Nient’affatto. Sono del parere che il processo di ratifica debba continuare nei Paesi che ancora non si sono pronunciati. I conti si faranno alla fine e si saprà, tra un anno e mezzo, quanti avranno detto di volere questo Trattato. Le regole che ci si è dati vanno rispettate. Del resto, non è pensabile che i problemi che sono sorti possano essere risolti in poche ore. A mio avviso c’è bisogno di prendersi del tempo, ma utilizzando questo periodo in una maniera produttiva e utile al progetto di costruzione europeo. Quel voto dei francesi e degli olandesi ha posto degli interrogativi di fondo e un modo per reagire al messaggio è di non piegarsi o, addirittura, di arretrare. Ci vogliono idee e proposte serie sulle quali confrontarsi».
Dunque, le cooperazioni rafforzate. Per far cosa?
«Bisogna reagire al voto favorendo forme d’integrazione più coraggiose. Se è vero che una delle interpretazioni del "NO" è il risultato di un’insoddisfazione molto estesa sulle politiche europee, di una critica profonda al modo in cui si è sviluppata la costruzione dell’Unione, se ne deve dedurre che sia urgente sviluppare una strategia efficace. Sono del parere, dunque, che si possa dar vita, in modo specifico, a due forme di cooperazione rafforzata. Una che si poggi sulla politica economica e il suo coordinamento, fatta con i Paesi dell’area euro, in grado di rafforzare la dimensione di una politica europea di investimenti per sostenere, davvero, il programma di Lisbona. L’altra cooperazione dovrebbe riguardare la politica estera e di difesa che non può non avere, come nucleo promotore, i paesi dell’accordo di Saint Malò. A cominciare dalla Gran Bretagna. Ovviamente, non si tratta di inventarsi altre istituzioni, perché questo tipo di iniziative trovano una ragione d’essere dentro le strutture esistenti. Le cooperazioni dovrebbero avere un carattere aperto e inclusivo. Due cooperazioni che non fanno capo necessariamente agli stessi Paesi ma con una presenza dei Paesi fondatori in entrambe. Ho indicato il campo della politica estera perché è, come dire, più naturale che in essa trovi il suo ruolo la Gran Bretagna, tradizionalmente molto restia a impegnarsi in uno più stringente rapporto in economia e nella politica fiscale. Si potrebbe così arrivare, di qui a due anni, in un quadro molto diverso da oggi, a ridiscutere della Costituzione, con i Paesi che non l’hanno ratificata. Magari proponendo – come è stato suggerito – di approvare soltanto la prima e la seconda parte del testo attuale, alleggerendolo cioè di tutto il resto che riguarda le politiche dell’Unione e non i princîpi e l’assetto istituzionale».
Altrimenti, addio Europa Oppure si affermerà un diverso progetto?
«Se non si delineano nuove prospettive c’è questo rischio reale. Certo, esiste un’altra risposta alla crisi: abbassare le ambizioni. Offrire un diverso profilo. Un profilo basso. Temo che ciò porterebbe inevitabilmente ad un avvitamento della crisi: il cittadino dichiara di non avere fiducia nell’Europa perché non gli dà garanzie e speranze, e l’Europa replica offrendo ancora meno. Sarebbe paradossale. Faccio un esempio attualissimo: dubito che, se saranno ridotte le risorse per i "Fondi strutturali", la simpatia verso l’Europa si accrescerà. Nella vittoria del "NO" c’è anche la responsabilità di una certa sinistra che riteneva il "NO" fosse l’inizio di una nuova era. In realtà, chi ha votato "NO" perché vuole un’Europa più forte e incisiva, ha ottenuto il risultato di indebolirla. Un esito paradossale, ma purtroppo non imprevedibile. Quel voto ha ridato fiato ad un nazionalismo antieuropeo e, in Italia, offre argomenti a un governo che intende scaricare sull’Europa il suo intero fallimento. L’Europa diventa alibi gli insuccessi nazionali, un capro espiatorio».
Nel 2004, la campagna elettorale per le europee si svolse, in Italia, sotto il segno della politica interna. Nel 2006, la campagna per il rinnovo delle Camere potrebbe caratterizzarsi per uno scontro sull’Europa. Curioso, no?
«Il tema europeo avrà un grande peso. La Lega ha anticipato, in modo rozzo e scoperto, alcune intenzioni che sono proprie anche del presidente del Consiglio. Il quale si vorrà mettere alla testa di una battaglia contro l’Europa. Già si è sentito: è l’Europa che ci ha impedito lo sviluppo. Cosa, peraltro, non vera. Malgrado il fatto che il governo abbia sforato tutti i vincoli, o li abbia aggirati con trucchi contabili, che sono stati scoperti, e riaperto la spirale della spesa pubblica e del debito, tutto questo non ha arrecato alcun effetto positivo sulla crescita. Anzi. L’Italia è il fanalino di coda di tutti, il paese in piena recessione. L’Europa, certo, cresce poco, ma l’Italia va indietro».
L’obiettivo è l’Europa, oppure Prodi Si attacca Prodi per dire Ciampi, come hanno fatto i ministri della Lega, oppure si attacca Ciampi ma il bersaglio è solo Prodi, leader del centro sinistra. Qualcuno ha scritto: vedete, Prodi ha chiamato la sua coalizione Unione. Come l’Unione europea.
«L’attacco all’Europa nasce sia dalla cultura euroscettica della destra italiana, sia dalla volontà di colpire Prodi. È il modo in cui la destra si prepara alla campagna elettorale. Al governo, il centro destra è stato un disastro, ma quanto a populismo e demagogia, il presidente Berlusconi è sempre in grado di offrire il meglio di sé. È un uomo di opposizione e si appresta a fare una campagna dall’opposizione. È evidente che si tratta di un’operazione disinvolta, ma non ne va sottovalutata la pericolosità. È vero, ci troviamo di fronte ad una controffensiva della destra che, sino a qualche tempo fa, si riteneva impensabile».
Evidentemente, un "aiutino" è stato dato per favorire questi sviluppi.
«Questa controffensiva fa perno su differenti aspetti. Uno è rappresentato, come detto, dalla crisi che si è aperta in Europa. Un altro fa capo alla vicenda referendaria in Italia che, peraltro, ha aperto anche un problema nello stesso centro destra come si evince dalla plateale contestazione al presidente di An. Sono preoccupato: si assiste alla rimessa in campo di posizioni fortemente integraliste, al richiamo di certi valori, ad una provinciale imitazione delle posizioni della destra neoconservatrice americana. Fa bene Fini a distinguersi e a difendere i principi dello Stato laico».
L’esito del referendum inciderà fortemente sugli sviluppi della situazione politica, in un campo e nell’altro?
«Dal risultato verrà fuori una fotografia dell’Italia. Ne sono convinto. Si potrà valutare la tensione in campo, il grado di partecipazione politica. Non sarà indifferente accertare quanti italiani andranno a votare ai fini della prospettiva del Paese. Anche il raggiungimento del quorum è un obiettivo problematico. Non esiste soltanto il numero magico del quorum: bisognerà vedere in quanti si recheranno alle urne. La battaglia per cambiare la legge, ovviamente, continuerà e sarà decisivo sapere quanti milioni di italiani saranno andati a votare. Ogni voto servirà: o per vincere il referendum o per sostenere una battaglia che continua».
In quali condizioni politiche potrà svolgersi questa battaglia, una volta chiusa la parentesi referendaria?
«Chiuse le urne, la prima cosa da fare è di avviare il rilancio del centro sinistra, uscire dallo shock provocato da quella decisione della Margherita, cominciare a delineare le forme di una ricomposizione. Bisogna dare forza alla prospettiva per il Paese. Altrimenti rischiamo che si affermi, nell’opinione pubblica, un senso vasto di delusione. Guardate che il referendum rischia di lasciare una ferita dalle nostre parti. Bisogna fermare un processo di degenerazione, di avvelenamento dei rapporti politici».
Nel centro sinistra?
«Sì, nel centro sinistra. Una deriva di avvelenamento dei rapporti politici si è già messa in movimento, siamo già entrati in una fase in cui tutti i rapporti sono diventati più complessi. C’è una campagna contro il nostro partito, io sono additato come il regista di certe scalate finanziarie. È tutto grottesco, fantasioso. Eppure si fa. Con veleni e utilizzando un certo giornalismo spazzatura. Non conosco nessuno di quei personaggi che si citano. Non vi è nulla di fattuale. Del resto, certe campagne si conducono perché, immagino, si vogliono tutelare degli interessi specifici, di persone che ritengono che i loro interessi personali sono una nobile battaglia in difesa degli interessi del mercato, mentre gli interessi degli altri sono un ignobile complotto dietro cui si cela un qualche Belzebù. Dovere della politica è difendere le regole e non porsi al servizio di interessi particolari. Ci siamo sempre comportati nel rispetto di questi princîpi. E fu esattamente il caso del comportamento del governo da me presieduto di fronte all’Opa sulla Telecom Italia, quando noi decidemmo di non intervenire e di rispettare le scelte del mercato, resistendo alle pressioni di chi voleva che usassimo la "golden share" per favorire i proprietari della società. È un curioso modo di appellarsi alle regole del mercato, a seconda delle convenienze. È del tutto evidente che questo tipo di campagne spesso, purtroppo, si svolgono per la difesa di interessi particolari e non di interessi generali».
E il centro sinistra con tutto questo?
«Secondo me, le divisioni nel centro sinistra favoriscono lo spargimento dei veleni».
Vuol dire che certi attacchi prendono le mosse anche dall’interno del centro sinistra?
«E che dubbio c’è? Non siamo mica nati ieri. Conosciamo i salotti e le persone che contribuiscono a tutto questo. L’attivarsi di una spirale di questo genere è una premessa disastrosa per la competizione. Se l’idea è di lanciare, anche su questa base, una competizione all’interno del centro sinistra, mi preoccupa molto non solo sotto il profilo della civiltà politica, ma anche dal punto di vista della governabilità del Paese. Noi saremo chiamati ad un compito di governo estremamente arduo data la gravità della crisi italiana e il peso del lascito berlusconiano. Ciò richiederebbe una straordinaria coesione. Questo è il punto principale, qui sta la forza del progetto di Prodi: costruire una coalizione in grado di governare il Paese. Se, al contrario, si attiva una competizione tra le principali forze del centro sinistra, si indebolisce la prospettiva di governo».
Indubbiamente non è bello andare alle ferie estive senza avere iniziato il percorso della, come dire, riconciliazione. Quale messaggio e quali proposte saranno avanzati, per non ritrovarsi alla ripresa di settembre con le asce in mano?
«Infatti, ho detto che bisogna dare le prime risposte a partire dalla prossima settimana. Non dopo le vacanze. L’Ulivo si deve mettere attorno ad un tavolo per decidere come uscire dalla crisi. Il progetto della Lista unitaria è un grande progetto politico e non una scelta tecnica. Se oggi viene accantonato, se il tema di una ricomposizione dell’area riformista del centro sinistra viene proiettato – come hanno fatto i dirigenti della Margherita – in un futuro più lontano, è evidente che si pone nell’immediato l’esigenza di ricomporre un quadro politico convincente. Aggiungo, un quadro politico che non umilii o indebolisca la leadership di Romano Prodi».
Fermo restando che la leadership di Prodi non sia in discussione. È così
«Se qualcuno lo pensa, ha il dovere di dirlo. C’è un problema di leadership Si facciano le primarie. Le elezioni regionali vinte dal centro sinistra, con alla testa Prodi, avevano risolto il problema della leadership agli occhi di tutti. Se, nei fatti, lo si vuole riaprire, si svolgano le primarie. Ecco: dopo il referendum arriva il momento della chiarezza. Va ricostruito un clima e vanno rassicurati i cittadini sul fatto che questa coalizione sarà in grado di governare l’Italia».