1 Febbraio 2005
Gli iracheni alle urne scoprono di essere cittadini
Autore: Ezio Mauro
Fonte: la Repubblica
Tutti i giornali liberi del mondo hanno pubblicato la fotografia delle donne irachene in fila al seggio elettorale in attesa di poter votare. Quell´immagine è un testa-coda tra due mondi, quello delle hijab nere lunghe fino ai piedi, che lasciano intravvedere soltanto una parte del volto femminile, e quello delle schede elettorali, che le donne tenevano in mano a Najaf e a Bagdad, davanti alle urne. Quei due mondi ieri si sono congiunti per un giorno in Iraq, ed è un bel giorno per la democrazia.
Per la prima volta non conta tanto il risultato del voto quanto il compiersi del vecchio rito democratico, nuovissimo in quella storia e in quella geografia, addirittura sacrilego in quella cultura, se è vero che Zarqawi alla vigilia aveva lanciato l´anatema di Al Qaeda proprio contro la democrazia: empia perché pretende di affiancare la sovranità popolare a quella divina trasformando i candidati in semidei, mentre il Dio di Bin Laden parla ai fedeli ma non riconosce il popolo e soprattutto non divide il comando.
Con il voto di domenica non si è certo insediata la democrazia in Iraq: ma la si è testimoniata in massa e in concreto, rivelando che non è soltanto un costume culturale dell´Occidente, ma un metodo per dar forma ai diritti che può dunque avere un significato anche in quelle latitudini. Di regola, ha spiegato Huntington, noi occidentali chiamiamo “universali” dei valori che per i non occidentali sono semplicemente nostri, cioè occidentali. In questo caso, verrebbe da dire, la democrazia dimostra di poter essere un valore più universale di quanto noi stessi pensiamo e soprattutto rivela – almeno potenzialmente – di poter trascendere l´Occidente, la sua esperienza storica e i confini della sua cultura, fuoriuscendo dal Novecento euroamericano dentro il quale sembrava confinata nella sua capacità espansiva e nella sua forza di conversione.
Così come non ha insediato la democrazia, ma l´ha testimoniata con forza inattesa, nello stesso modo il voto non ha certo sconfitto e cancellato il terrorismo in Iraq, che ha colpito anche domenica e continuerà ad uccidere: ma ha sconfitto il terrorismo quando si fa partito della guerra civile, quando pretende di dettare i tempi e i veti dell´agenda civile e pubblica di una nazione dilaniata, quando vuole zittire con la simbologia definitiva, finale, dell´individuo-kamikaze il simbolo disarmato e per Al Qaeda intollerabile dell´individuo-elettore.
Quel simbolo è infatti l´inizio possibile dell´eversione democratica, perché segna l´ingresso nel mondo arabo del concetto di cittadinanza. Una cittadinanza spaventata, ancora rattrappita, mutilata dall´assenza sunnita, suscitata al voto da leader che in parte non credono affatto alla democrazia, ma oggi la usano come scorciatoia per il potere. E tuttavia una cittadinanza allo stato nascente, pronta a sfidare i cecchini e le vendette, i mortai e gli uomini-bomba. Dunque in qualche modo già cosciente di sé, con quella “dignità” che Bernardo Valli ha ben visto nelle strade di Bagdad, tra il coraggio, la paura, il rifiuto e l´euforia. Dignità politica che è coscienza dei gesti, intelligenza dei riti, cognizione dei simboli, dunque anche della posta immateriale in gioco, che va al di là dell´elezione dei 275 membri dell´Assemblea Nazionale. Potremmo dire che è la fondazione embrionale della civitas, l´avvio di un percorso di uscita dalla subalternità del suddito e del fedele che per partecipare deve farsi “martire”, per battezzare con il voto un soggetto teoricamente capace di esercitare e rivendicare i suoi diritti.
Questo risultato avrà un effetto anche esterno, perché l´America che oggi celebra il seme democratico impiantato dal suo esercito in Iraq non potrà non essere conseguente nel lasciar spazio alle istituzioni nascenti del Paese, da rendere via via più autonomo. E l´Europa, dopo il giro di boa elettorale che azzera una fase e ne può fondare un´altra, inedita, deve sentire il dovere di prendervi parte con i suoi valori e le sue differenze, aiutando così gli Stati Uniti ad uscire dall´errore unilaterale: che ha prodotto risultati, ma resta tuttavia un errore.
Mi stupisce francamente che di fronte a tutto questo un pezzo della sinistra insista nel negare l´evidenza e cerchi di nasconderne il significato, spiegando in nome dell´occupazione americana che le elezioni non erano libere: mentre al contrario la libertà di voto veniva minacciata dai terroristi, maledetta da Al Qaeda, braccata dai kamikaze, conquistata con scelte individuali di coraggio civile dai cittadini che rispondevano al terrore uscendo di casa per cercare le urne. Mi domando: quale retropensiero inconfessabile nasconde questo ragionamento che impedisce a troppe persone di coniugare i valori della sinistra con il valore – semplice, concreto, evidente – di ciò che è accaduto in Iraq
Essere contro la guerra così com´è stata impostata e condotta, contro l´unilateralismo di George Bush, contro una concezione della politica che riduce l´Occidente a un sistema di delega per la Superpotenza superstite non significa affatto cedere all´antiamericanismo, puntare sul tanto peggio, misurare gli eventi del mondo sul vantaggio che comportano per Bush e per la destra statunitense e di casa nostra. Questa è miseria politica, riduzione dei valori a puro strumento tattico di convenienza, da dosare secondo i leader, i Paesi e le alleanze, l´utilità contingente. Noi restiamo contro la guerra, le sue motivazioni fallaci, il suo metodo pericoloso e sbagliato. Ma pensiamo che come quando è caduto il tiranno, anche domenica 30 gennaio sia stato un gran giorno per l´Iraq: quando i cittadini hanno scoperto il voto, hanno voluto esercitarlo, hanno scelto di contare per la prima volta nel destino del loro Paese.