LE ECCEZIONI – si sa – confermano la regola, ma quando sono troppe rischiano invece di smentirla o quantomeno di contraddirla. Di deroga in deroga, il blocco domenicale del traffico per combattere l´inquinamento s´è risolto ieri in una farsa, una commedia all´italiana che da Roma a Milano minaccia di provocare un boomerang in termini di credibilità ed efficacia, alimentando anche in questo caso il qualunquismo e il disfattismo nazionale.
E la rappresentazione ha toccato proprio sul palcoscenico della Capitale l´apice del grottesco, con la revoca parziale del provvedimento a metà giornata.
Già alla vigilia il campionario delle deroghe era così ampio e assortito da apparire francamente ridicolo. Dai medici ai preti, compresi naturalmente i giornalisti; dai tifosi di calcio in marcia verso gli stadi ai genitori in viaggio per accompagnare i figli impegnati in partite e tornei vari; dagli invitati a battesimi e matrimoni ai partecipanti più o meno spontanei ai funerali, l´elenco degli esoneri tendeva a coincidere in pratica con quello del telefono. Ma poi l´annuncio diffuso a fine mattinata dal Comune di Roma, con la riduzione dello stop di tre ore e la giustificazione ufficiale che lo smog era rientrato ormai nei limiti della norma, ha aggiunto un tocco di imprevedibilità e di stravaganza.
Sorprende che un sindaco efficiente e popolare come Walter Veltroni, particolarmente sensibile ai canoni della comunicazione, abbia autorizzato una marcia indietro di questo genere, uno “stop and go” che insieme all´inquinamento avrà ridotto verosimilmente anche la fiducia dei cittadini nell´amministrazione comunale, nella sua autorità e affidabilità. A parte il tam-tam del Villaggio, soltanto chi era sintonizzato con i telegiornali e radiogiornali delle ore 13, o magari navigava su Internet nell´ozio domenicale, ha potuto apprendere la notizia in tempo utile. Gli altri, tutti quelli che s´erano organizzati diversamente, tirando fuori dai garage o dalle cantine biciclette, pattini e monopattini, oppure s´erano rassegnati ad andare a piedi o a usare finalmente il mezzo pubblico, si saranno sentiti traditi, gabbati, vittime di un´iniquità o di un raggiro irritante e insopportabile.
Eppure, le generazioni più adulte conservano ancora il ricordo gioioso delle domeniche austere di trent´anni fa, quando la crisi del petrolio impose per altre ragioni agli italiani di rinunciare per un giorno all´automobile, in un rito collettivo che diventò una festa popolare. Quell´esperienza dimostrò che perfino un popolo come il nostro, incline per sua natura all´individualismo esasperato e all´indisciplina, riusciva a rispettare le regole se informato tempestivamente e correttamente. Fu una grande prova di responsabilità, ma anche la dimostrazione che la gente vuole essere governata e coinvolta, vuole partecipare alle scelte che riguardano la vita di ciascuno e di tutti.
Il rischio maggiore adesso è che lo “stop interrotto” di Roma, e la sbornia di deroghe in tutta Italia, portino acqua al mulino di chi contesta da sempre le “domeniche a piedi”, ritenendole (erroneamente) inutili e demagogiche. Certo che non risolvono il problema, che non eliminano lo smog, che non riducono il traffico urbano. E tuttavia, al di là dell´emergenza, servono o dovrebbero servire a lanciare un segnale, un allarme, un messaggio. A provocare un effetto pedagogico. A indurre, magari, anche una pausa di riflessione, come quella che ciascuno di noi può aver praticato ieri nel silenzio e nel vuoto delle nostre strade.
Nella società contemporanea, sotto la schiavitù del petrolio, abbiamo tutti bisogno di cambiare aria e di cambiare vita. Una domenica, ogni tanto, non basta. Ma mezza domenica può essere addirittura dannosa.