16 Novembre 2010
PARISI: BERLUSCONI SI BATTE CON IL VOTO
Fonte: Reset
Quello che ti voglio
chiedere è prima di tutto di immaginare la sequenza più logica ed
efficace possibile perché l’«opposizione» arrivi alle elezioni in modo
da poter battere Berlusconi proponendo una alternativa di governo.
Prima di immaginare e’ bene
guardare. E a chi guarda e’ difficile non vedere che questa domanda ha
gia’ una risposta, appunto quella “sequenza logica” che tu pretenderesti
da me. Ma questa risposta e questa sequenza non hanno nulla a che fare
con l’obiettivo di “battere Berlusconi alle prossime elezioni” grazie ad
“una proposta alternativa di governo”. La linea che negli ultimi tempi
si e’ andata affermando dalle parti del Pd e, pian piano estendendo, a
tutte le opposizioni e anche oltre, piu’ che come “battere Berlusconi
alle prossime elezioni” si interroga da tempo su come accompagnarlo
all’uscita, e come succedergli poi. A partire dal 27 aprile del 2009,
diciottesimo compleanno della signorina Letizia, ogni giorno che passa
e’ sempre piu’ evidente che il viaggio di ritorno del Cavaliere e’
iniziato. Iniziato e’ naturalmente molto diverso da finito, e,
soprattutto, nel caso del nostro Presidente e’ imprudente farsi prendere
dalla fretta. Ma lo svolgersi degli eventi ci ricorda che tutto quello
che inizia e’ destinato prima o poi a finire, soprattutto quando, come
nel nostro caso, i segni del logoramento a livello personale, di
partito, e di governo vanno accumulandosi con continuita’ crescente. Di
fronte a questa situazione sembra che si dica: a “battere Berlusconi” e’
bene percio’ che continui a pensarci Berlusconi, visto che ci sta
riuscendo cosi’ bene. Quanto a batterlo “alle prossime elezioni” e’
un’altra cosa. Se in una cosa Berlusconi e’ bravo, anzi bravissimo, e’
infatti proprio nel vincere le elezioni: tanto piu’ con la capacita’ di
controllo dei media, e questa “porcata” di legge elettorale ora vigente.
Tutto dobbiamo fare quindi – si prosegue – all’infuori che avvicinare
le elezioni. Se un obiettivo dobbiamo perseguire e’ semmai quello di
allontanarle. L’uscita alla quale Berlusconi va accompagnato e
accompagnato al piu’ presto – si conclude – e’ quella del Governo.
Allontanare le elezioni, e avvicinare la caduta del governo pone
tuttavia il problema di chi governa nel frattempo. Un gioco da ragazzi
nella prima Repubblica e anche a stare alla lettera della Costituzione
che e’, nonostante tutto, l’unica di cui disponiamo. Come comportarsi
invece in questa terra di mezzo nella quale, nonostante la Costituzione,
abbiamo fatto credere ai cittadini che il Governo e il Presidente lo
scelgono loro? Come evitare le accuse di ribaltone e tradimento che
hanno accompagnato in passato i governi non nati dal voto popolare? Come
azzerare d’un colpo quella “democrazia dei cittadini” fondata sulla
competizione aperta, sulla partecipazione alla scelta primaria dei
candidati oltre che degli eletti, sulla investitura diretta dei governi,
che gli italiani vedono all’estero ogni giorno in televisione e
praticano da tempo nei governi dei comuni, delle provincie e delle
regioni, e perfino nella vita interna di alcuni partiti? E come tornare
alla pienezza della democrazia parlamentare attraverso una operazione
con la quale partiti squalificati, dovrebbero intestare a parlamentari
squalificatissimi, la scelta del governo sottraendola ai cittadini? Da
qui la sequenza che in questi mesi ha portato i partiti dal “non si
potrebbe”, poi “si potrebbe solo a precise condizioni”, poi al “si puo'”
e ora al “si deve”. Si’ un governo nuovo che sostituisca Berlusconi si
deve. Si deve perche’ solo un irresponsabile, si dice, potrebbe portare
il Paese ad elezioni nel pieno di una crisi economica epocale. Si deve
perche’ solo un suicida puo’ andare a nuove elezioni senza aver cambiato
prima questa legge elettorale.
Mica siamo in Inghilterra, o in quei
Paesi nei quali si continua a giocare alla democrazia nonostante la
crisi economica e magari si mette al centro della scelta anche la legge
elettorale prossima ventura.
E’ cosi’ che siamo finiti alla sequenza della quale
mi chiedi conto. Il nuovo governo e’ necessario proprio per alleggerire i
cittadini della fatica di questa scelta, per chiamarli al voto a cose
fatte: dopo aver fatto una nuova legge elettorale e risolto la crisi
economica. Tutto il resto e’ conseguente o secondario: la durata, le
specifiche proposte programmatiche, la base parlamentare. Non sorprende
percio’ che alla fine di ottobre troviamo apparentemente, – ripeto –
apparentemente in via di avvicinamento attorno a questa prospettiva
dentro il Pd, dirigenti come D’Alema e Veltroni, che molti raccontano
protagonisti di una infinita guerra di religione, dirigenti che si
appresterebbero a competere in primarie appassionate come Bersani e
Vendola, esponenti di partiti variamente in lotta come Casini, Di
Pietro, ed ora, Fini. Si’ tutti apparentemente uniti attorno alla
necessita’ di un nuovo governo di transizione,
“per-la-legge-elettorale-ma-non- solo”. Peccato che questa compagnia
dovrebbe risolvere in un tempo circoscritto proprio i temi che l’hanno
vista da sempre divisa: quelli che la “porcata” l’hanno promossa contro
quelli che l’hanno subita, quelli che, con e per Berlusconi, hanno fatto
le scelte economiche corresponsabili della crisi e quelli che le hanno
contrastate. L’unica cosa sicura e’ che si tratta di una compagnia
diversa da quella che ha vinto assieme le elezioni. Dovendola definire
dall’esterno D’Alema l’ha ricondotta alla categoria delle “forze
estranee alla cultura plebiscitaria”, ricomprendendo tra queste, oltre
naturalmente a Fini, quelle componenti del Pdl che si ribellano alla
“condizione di cortigiani di un sultanato”, perche’ “preoccupate del
destino del paese”. E, mettendosi sullo stesso solco Veltroni,che gia’
in passato aveva sognato di arruolare Veronica Lario, ci aggiunge “le
persone che vivono con crescente disagio la deriva angosciosa” del
Berlusconismo pensando nientedimeno “alle parole di Confalonieri, e di
Bossi”.
Visto che non si riesce ad intravvedere quale
programma un governo di questo tipo possa mai realizzare assieme, dopo
tutto quello che e’ stato detto dall’interno e dall’esterno del Pd sulle
contraddizioni del governo dell’Unione. Visto che sul piano della
compagine non si riesce a capire perche’ si debba dire si’ a Fini,
Casini e Bossi e Confalonieri e no a Bondi, viene da chiedersi che cosa
potrebbe mai concludere un governo di questo tipo.
L’unica cosa che si riesce a capire e’ che tutto
questo servirebbe a mandare a casa Berlusconi, accompagnando e
rafforzando la sua crisi con la sola anticipazione dell’esistenza di una
alternativa gia’ pronta. Va aggiunto che la fuoriuscita dal
Berlusconismo prospettata da questa sequenza appare come l’esito di un
processo incrementale che punta all’isolamento di Berlusconi nel Palazzo
quasi lo si volesse spingere come individuo ad asserragliarsi in
qualche ridotta con la sua corte di prezzolate compagne della notte.
Altro che personalizzazione! Altro che demonizzazione! Dopo anni
consumati a denunciare la natura personale del regime berlusconiano come
maggiore limite del berlusconismo sembra inevitabile pensare la sua
fine come fine di una persona.
Io non credo tuttavia che
nessuno della tavolata possa credere veramente che l’origine di tutti i
nostri mali sia da ricondurre alla sola persona di Berlusconi, e quindi
la nostra salvezza alla sua fuoriuscita individuale. Non fossaltro che
per l’eccesso di commensali che con lui hanno intrattenuto e
intrattengono alleanze. Non possiamo percio’ non chiederci se questo
disegno piu’ e oltre che ad accompagnare Berlusconi all’uscita persegua
un obiettivo piu’ importante di carattere strutturale. Penso alla
restaurazione nella sua pienezza della democrazia parlamentare fondata
sui partiti, o, come dicono i cattivi, sui capipartito, messa in crisi
dalle riforme dell’inizio degli anni ’90. Se cosi’ fosse, come io penso,
sarebbe evidente che dell’assetto finale il governo transitorio piu’
che una parentesi sarebbe una anticipazione, piu’ che un mezzo, un fine.
Con uno slogan si potrebbe dire che questo disegno punta a disfarsi in
un colpo del bambino della democrazia dei cittadini assieme all’acqua
sporca del berlusconismo.
Chi, come me, ritiene questa eventualita’ una jattura,
non puo’ tuttavia non riconoscere l’esistenza della evidente
contraddizione che con l’inizio degli anni ’90 si e’ aperta tra la
costituzione materiale e la Costituzione formale del Paese. Ma una cosa
e’ risolvere questa contraddizione tornando indietro con un
riallineamento di quella materiale a quella formale. Un’altra e’
risolverla in avanti riformulando la Costituzione formale per recepire
riequilibrare e regolare i cambiamenti intervenuti in quella materiale.
Chi voglia contrastare il progetto di restaurare la
repubblica dei partiti azzerando le battaglie di questi anni per
l’affermazione di una repubblica dei cittadini, chi voglia contrastare
il ritorno ad un assetto consociativo nei rapporti tra i partiti, non ha
che una scelta. Incalzare Berlusconi senza dargli alcuna tregua, ma
allo stesso tempo resistere al disegno che, mettendo a frutto la crisi
del Berlusconismo, si propone di annullare la democrazia competitiva,
cominciando da una sua sospensione temporanea.
Accompagnare Berlusconi
all’uscita e’ decisivo. Ma non meno importante e’ come. Il modo in cui
questo obiettivo sara’ raggiunto annuncia infatti l’assetto successivo.
Torniamo percio’ sul
sentiero lungo il quale abbiamo camminato in questi anni. Mettiamo alla
prova oggi in Parlamento la disponibilita’ riformatrice delle forze con
le quali vorremmo condividere la responsabilita’ del governo guidati
dalla consapevolezza che e’ in Parlamento che le riforme vanno fatte e
che, le regole sono il tema che per eccellenza chiama le forze dei due
campi ad un patto che supera la collocazione di parte. E’ quello appunto
che scrivemmo sedici anni fa alla prima riga della prima scheda del
programma dell’Ulivo. Prepariamo allo stesso tempo l’alternativa a
Berlusconi denunciando innanzitutto quella che e’ la sua maggiore
impostura: la pretesa di un inesistente disegno riformatore, prospettata
solo per nascondere la difesa degli interessi suoi e dei suoi compagni
d’affari, l’unico e vero motivo della sua discesa in campo. Organizziamo
infine una coalizione programmatica accomunata da un progetto di lunga
durata e allo stesso tempo da una guida scelta assieme ai cittadini.
Cosi’ come dal voto dei cittadini Berlusconi e’ stato
portato al governo, dal voto dei cittadini deve essere rimandato a casa.
Se pensiamo che questo non sia possibile ora, difronte all’evidente
spettacolo del suo fallimento, come pensare possa darsi una occasione
migliore?
Si tratta di decidere come e chi sceglie il
candidato premier da opporre a Berlusconi. Per essere ancora più
concreto dico questo, che Chiamparino per esempio (la cui candidatura è
una delle possibilità, accanto a quelle di Bersani e di Vendola)
interrogato sul fatto se deciderà a no di candidarsi e quando, risponde
che al momento non si intravedono elezioni primarie di nessun genere e
dunque non saprebbe dove e per che cosa candidarsi.
Chiamparino ha ragione. La
verita’ e’ che le elezioni primarie fanno capo ad una concezione della
democrazia che il Pd non ha ancora compiutamente scelto. Se, come ho
detto prima, la linea della catena di comando che guida il partito
sembra tentata dal ritorno ad un assetto e ad una logica consociativa,
e’ perche’ una scelta stabile a favore della democrazia competitiva
ancora non l’ha fatta. Non l’ha fatta per quel che riguarda il sistema
politico nel suo insieme. Non l’ha fatta per quel che riguarda il
partito. Meglio. Dietro la conclamata adozione di istituti e meccanismi
importati da democrazie competitive sopravvivono regole, prassi, e,
soprattutto, atteggiamenti culturali che stigmatizzano la competizione e
si propongono di addomesticarla fino a riportarla a modelli cooptativi.
E’ per questo che di primarie vere finora se ne son viste poche. Se si
escludono le due che hanno visto in Puglia vincitore Vendola e alcune
per la candidatura a Sindaco, a cominciare da quella di Renzi a Firenze,
le primarie sono state pensate come plebisciti eventuali a favore del
candidato ufficiale del partito predestinato alla vittoria. E’ per
questo che nel lessico sopravvive la dizione: primarie “per” Prodi, o
“per” Veltroni. Tutto il contrario di quelle competizioni aperte e
trasparenti che i cittadini sono abituati ad associare al termine
primaria nelle cronache che ci giungono puntuali dall’America.
Quando
nel 2004 conquistammo con fatica, e con quale fatica, le primarie “per”
Prodi sapevamo che in quel modo si apriva a malapena un percorso, si
indicava una meta. Non avrei tuttavia immaginato che dopo sei anni
saremmo stati ancora piu’ o meno al punto di partenza. Per chi segue le
vicende locali, da Bologna a Milano, non e’ difficile comunque vedere
che la causa del ritardo, piu’ che ai calcoli di questo o di quel capo
politico, fa capo innanzitutto ad una irrisolta questione politica
generale. Se e’ vero infatti che le primarie americane presuppongono in
ognuno dei campi un singolo partito, da noi il percorso delle primarie
e’ stato intrapreso proprio perche’ il partito non esiste. Se la’
l’assetto bipartitico era il punto di partenza, da noi e’ il punto di
arrivo. Un modo per sostenere la vocazione bipartitica del nostro
bipolarismo, chiamando gli elettori che pur scegliendo partiti diversi
appartengono allo stesso polo a scegliere assieme almeno l’unico
riferimento che li accomuna: il programma e la persona che e’ chiamato a
realizzarlo. Le primarie sono il modo attraverso il quale si costruisce
nel presente il bipolarismo e la democrazia dei cittadini. Senza di
esse in una democrazia di investitura si finisce a scegliere tra un
fronte di partiti guidati da un partito egemone, o spinti a precipitare
nel bipartitismo. Il rifiuto di riconoscere alla coalizione, e ai
candidati di coalizione, una esistenza distinta e diversa dalla mera
somma dei partiti, invece di dar vita ad una competizione tra persone
per una leadership di coalizione che proponga ogni candidato come
candidato di tutti, spinge invece ad accettare le primarie a parole,
trasformandole nei fatti in una gara tra partiti dove ogni partito e’
impegnato a favore del candidato di bandiera. Da questo l’inevitabile
attesa che il candidato ufficiale del partito maggiore esca vincitore
dalla competizione. In una configurazione della coalizione di tipo
frontista, quale quella attualmente prospettata dal Pd, cioe’ a dire di
una pluralita’ di partiti con un partito guida, piuttosto che aprire una
gara tra candidati di partito tanto varrebbe che il Pd, che e’ di gran
lunga il partito piu’ grosso, dicesse “questo e’ il mio candidato,
fatevene una ragione”. Si’ Chiamparino ha ragione. Fino a quando non
esistera’ una posizione che si chiama “leader di coalizione”, e non si
riconosce e si rispetta il diritto degli elettori della coalizione di
scegliere liberamente tra i candidati il lizza senza che nessuno lo
richiami ad una lealta’ di appartenenza di partito non si capisce a che
cosa uno si candidi.
Ti sembra quindi possibile che non si tengano
primarie? Chi può negare a Vendola o ad altri il diritto di lanciare la
sfida e di tentare la loro carta?
Se a livello locale, nei comuni, nelle provincie e
nelle regioni, la necessita’ di designare il candidato di coalizione
preposto alla carica monocratica apicale e’ destinata a mantenere aperta
la questione delle primarie, lo stesso non mi sentirei di dire per il
livello nazionale. Se ad esempio l’idea di abbandonare il maggioritario,
col contorno di premio di maggioranza e l’indicazione del premier sulla
scheda, dovesse avere la meglio, come sembra essere nelle intenzioni
dei promotori del disegno del quale abbiamo parlato prima, tutto
tornerebbe in discussione, le primarie per prime. Al massimo ogni
partito scenderebbe in campo nelle elezioni col proprio candidato,
sapendo tuttavia fin dall’inizio che tutto sara’ deciso dopo il voto in
Parlamento. E’ come se uno dicesse: se ce la facciamo a vincere da soli
il candidato sara’ il nostro, altrimenti tutto si vedra’ dopo le
elezioni in parlamento. Da questo punto di vista le cosiddette primarie
del Pd corrisponderebbero null’altro che all’elezione diretta del
segretario del partito, che sarebbe inevitabilmente il .candidato
esibito nella campagna elettorale, e poco piu’.
Ma se la situazione non
precipita e il modello istituzionale di riferimento resta quello
attuale, come si può organizzare una competizione per la leadership. Che
cosa fare per riaprire una sana competizione perché vinca il migliore,
ovvero il candidato o la candidata che secondo gli elettori abbia le
maggiori possibilità di battere lo schieramento avversario?
La prima condizione e’ essere convinti che le
primarie servano a qualcosa. Non a farsi belli per il semplice fatto che
le si fa’, a dimostrare che si e’ moderni e alla moda, e quindi temere
di apparire brutti vecchi e cattivi per la sola esitazione nel farle.
Prova a dire ad un dirigente del Pd: “ma queste primarie bisogna farle
per forza”?. Basta leggere le dichiarazioni dei dirigenti ufficiali.
Appena dopo aver rivendicato il fatto che “le primarie le abbiamo
inventate noi”, ti imbatti prima o poi nella affermazione che “non sono
un dogma”, “non ce le ha ordinate il dottore”, “ora ci sono altri
problemi”, “come in tutti i paesi normali le faremo qualche mese prima
delle elezioni”. Non ti cito gli autori solo per carita’ di patria. La
verita’ e’ che, solo in un partito che si ispiri al suo interno e al suo
esterno ad una logica competitiva le primarie possono trovare una
spiegazione convincente. Al di fuori di questo sono solo un belletto. Ad
uno che ci credesse veramente la prima cosa che raccomanderei e di
indirle tempestivamente con certezza, indicandone molto prima il
calendario. Proporsi per una carica di governo e’ una cosa serissima.
Chi si propone questo obiettivo non puo’ farlo alla leggera lasciandosi
andare alla improvvisazione. Farlo richiede una lunga preparazione.
Farle davvero, produce lacerazioni e ferite. Senza un periodo che
consenta successivamente di lenirle, ricucirle, e dimenticarle, vincere
le primarie e’ il modo piu’ sicuro per perdere le elezioni finali.
L’altra
condizione e’ che chi partecipa alle primarie, sappia che se perde e’
destinato a farsi da parte. Una delle sciagure piu’ grandi di questa
stagione di primarie del Pd e’ la loro utilizzazione per pesare leader
secondari. E’ vero che in primarie finte come la gran parte di quelle
che si sono finora svolte questo ha costituito l’unico incentivo per
indurre dei sicuri perdenti a partecipare al rito di confermazione dei
vincitori. Il risultato e’ stato tuttavia di generare ad ogni passaggio
nuove correnti che sono andate cumulandosi nel tempo con l’effetto che
invece di rafforzare il leader primario hanno moltiplicato comprimari
minori. E’ anche attraverso questo processo fatto di finte primarie
all’italiana e di convention unanimistiche all’americana, fatte passare
per congressi, che il partito e’ andato sempre piu’ macerandosi
all’interno e perdendo credibilita’ all’esterno.
Chi deve proclamare le
primarie e gestirle?
L’organismo che le indice. Se le primarie sono di
partito il partito, se di coalizione la coalizione. Se la definizione
piu’ semplice di coalizione e’ appunto l’insieme di partiti che decidono
in comune le cose comuni con un metodo comune, in questo caso il nucleo
centrale della coalizione e’ costituito dai partiti che decidono
appunto di affidare agli elettori la scelta del candidato della
coalizione. Gli altri saranno alleati esterni con i quali il candidato
eletto trattera’ la base programmatica della coalizione allargata.
Ancora non ho capito esattamente quanti e quali partiti stiano nella
proposta di Bersani in quel nucleo centrale che lui ha chiamato Nuovo
Ulivo. Se la cosa ha un senso e’ comunque esattamente in questo quadro:
nella capacita’ che questo Nuovo Ulivo condivida al suo interno la
scelta del candidato premier e riesca al suo eseterno a far accettare
dai partiti alleati il candidato premier scelto dagli elettori. Anche al
fine dell’accettazione di questa scelta da parte dei partiti esterni,
quello che conta e’ comunque che chi promuove e chi gestisce le primarie
mantenga verso la competizione la stessa terzieta’ e lo stesso rispetto
che noi chiediamo alle strutture pubbliche per le elezioni finali.