«Mi
faccia fare la parte di Parisi. Qui non c’è solo un partito privo di
linea, e con una leadership che ha perso per strada la sua
legittimazione. Qui é il partito che non c’è proprio più. Sembra
dissolto». Così Arturo Parisi, l’ulivista e il più tenace promotore del
Pd riassume al Riformista il senso ultimo delle difficoltà del partito,
il Pd, agitato da contrasti interni, dall’irrisolto nodo della
collocazione europea e, soprattutto, dalle inchieste che hanno
investito molte e importanti amministrazioni locali guidate al
centrosinistra. «Viviamo – dice l’ex ministro della Difesa – in un
territorio terremotato. Vanno moltiplicandosi episodi che non è
difficile collocare all’interno della categoria della patologia della
politica, non certo della fisiologia».
Il Pd è alle prese con una nuova questione morale?
Resisterei
all’idea che la quantità di problemi locali iscritti sotto l’etichetta
del Pd sia superiore a quella degli altri partiti. Diciamo che
nell’ultima settimana siamo in vantaggio noi. Ma ho difficoltà a
riconoscere un filo che unisca tutti questi episodi, tra loro molto
diversi. Allo stesso tempo è evidente che nella comunicazione tendono a
essere unificati come parte di un fenomeno unico.
E che spiegazione si è dato?
É
inevitabile che a guidare la lettura di qualsiasi analista sia il
riconoscimento della crisi profonda che attraversa il Pd, tanto più
profonda quanto più negata. La disfatta politica dello scorso aprile,
il risultato nazionale, quello di Roma e il crollo in Sicilia, si è
ingigantita. È un fantasma che aleggia su ogni episodio.
E che c’entra con le inchieste?
La
dinamica che emerge fa capo a comportamenti individuali non più
controllati da decisioni collettive, di gente che persegue
autonomamente un proprio disegno personale, in totale autonomia. Se poi
agisca nel rispetto della legge o meno, in nome dell’interesse privato
o pubblico, é una questione successiva. Il fatto é che cresce ogni
giorno di piú il numero di persone che si mette in proprio, spesso nei
fatti prima ancora che nelle parole.
Il Pd aveva un vantaggio strategico nella qualità del suo ceto amministrativo. L’ha perso?
Detto
con distacco professionale, credo che il nostro quadro politico di base
sia ancora di qualità decisamente superiore a quello della parte a noi
avversa. Semmai proprio questo può diventare un problema. Quando c’era
un partito che riusciva a mettere in ordine le aspettative e le
ambizioni dei singoli la qualità si traduceva in qualità. Nel momento
in cui si afferma la logica del “liberi tutti”, la qualità non
riconosciuta diventa essa stessa una delle componenti del caos.
All’origine di questa corsa a mettersi in proprio sta anche la perdita
di fiducia nelle decisioni collettive e l’incapacità di premiare il
merito.
Lei parla di merito e qualità ma, al netto delle
eventuali responsabilità penali, non sono esattamente le
caratteristiche che emergono dalle cronache degli ultimi giorni.
Ma
come stupirsi? Se sono patologici i fatti che si presentano come
trasgressione della legge – lasciamo perdere la morale – ancor prima e
ancor più gravi sono i fatti che trasgrediscono la legalità del partito.
A cosa si riferisce?
Fassino
e Bresso hanno appena firmato il manifesto del Partito socialista
europeo. È cosa di una gravità così forte che il solo fatto che non
venga rilevato è prova dell’inesistenza del partito. Il ministro ombra
per le relazioni Estere che firma in quanto segretario dei Ds, cioè di
un partito defunto, il manifesto di un partito al quale il Pd non
aderisce!
Più di metà partito viene dal Pse. Conterà qualcosa.
Il
fatto é che le scelte rispetto al Pse vengono proposte come
continuazione del passato, non come un cammino nuovo. Come non possiamo
andare in Europa in ordine sparso, così nessuno può invitare altri ad
accodarsi al proprio passato. Quando ci presentammo come Democratici
alle europee del 1999, Franceschini disse: “Voglio vedere dove vi
siederete in Parlamento”. Adesso voglio vederlo io. Servono novità e
originalità, oppure siamo morti.
Tutto giusto, ma poi la scelta è inevitabile: o col Pse o fuori.
Occorre
presentarsi alle elezioni forti di un’iniziativa europea e non come
partito nazionale, che è costretto alla fine a scegliere tra iniziative
altrui. Muovendo da questa premessa, il nostro compito é avviare una
iniziativa capace di stabilire rapporti con chiunque sia esterno al
campo conservatore.
Cosa pensa dell’iniziativa di Chiamparino per il Pd del nord?
Un
altro esempio di quel liberi tutti di cui si parlava. Il ministro ombra
delle Riforme istituzionali, che si occupa per definizione della
scrittura delle regole comuni, lancia l’idea di un Pd del nord
dimenticando che, essendo i partiti pensati in funzione della
Repubblica, varare un partito del nord significa pensare a un
repubblica che si articola non più in regioni ma in macroregioni, la
proposta che i leghisti considerano da sempre la loro bandiera. E lo
propone senza che il Pd ne abbia discusso e deciso da qualche parte.
Alle obiezioni Chiamparino replica dicendo che le regole sono le
regole, ma “se dovessimo seguirle non andremmo da nessuna parte”. Ecco
un altro invito a seguire la logica del fatto compiuto, che guida
purtroppo il Pd fin dalla sua fondazione. In questo senso l’episodio
Villari è solo un annuncio di tanti altri episodi guidati dalla stessa
logica. Ho paura che sia il Pd la vera casa delle libertà.
Scusi?
Casa
delle libertà. Con la differenza che quando Berlusconi ha sciolto Forza
Italia non lo ha nemmeno messo ai voti. Non ne ha bisogno. Noi invece
abbiamo rimesso in campo la categoria di partito, che per una quota
significativa degli aderenti è scritto con la maiuscola, e ci siamo
chiamati democratici. Si fa in fretta a dirlo. Se non siamo conseguenti
le parole servono solo a misurare la nostra distanza dai fatti.
Lei
è il padre delle primarie. Non pensa però che siano ormai l’alibi per
mortificare la democrazia interna? Si chiama la gente a votare e per un
tot si chiude ogni discussione.
E no! Questo é riuscito solo per
le prime. In parte per quelle che chiamammo per Prodi, ancor piú per
quelle per Veltroni. Ma la creatura, per fortuna, ogni tanto sfugge di
mano. Basta vedere la situazione che si è creata nella corsa a sindaco
di Firenze e non solo.
Lei nella guerra tra D’Alema e Veltroni con chi sta?
Guerra?
Quello che ci manca é una competizione: vera, leale, alla luce del
sole, e, soprattutto, politica. Questa sí che potrebbe avviare una
dinamica utile. In scena è invece solo una dialettica di potere
personale ereditata dal passato.
Possibile non la convinca nulla della linea di Veltroni?
Vedo
che ha minacciato un “Lingotto due”. Ma che vuol dire? Già “lingotto”
mi fa pensare a una pietra.”Lingotto due” sembra l’annuncio di una
lapidazione.