21 Novembre 2006

Ulivisti per il Partito democratico

PREMESSA. LA MARGHERITA PER L’ULIVO

La Margherita che nei suoi atti costitutivi è finalizzata e qualificata dal suo riferimento all’Ulivo, è stata pensata sin dalla sua fondazione come laboratorio e anticipazione del Partito Democratico; chiederle di mettersi alla testa del processo costituente significa chiederle di corrispondere alla sua vocazione originaria e alla sua missione statutaria. L’impegno a inverare e a dare svolgimento al progetto dell’Ulivo significa quindi domandarle coerenza con sé stessa.
Nel processo costituente del Partito Democratico sono essenziali il contributo e il protagonismo di una Margherita così.

1. UN GRANDE PROGETTO

1.1 UNA SOCIETA’ PIU’ APERTA E PIU’ LIBERA
In troppi campi l’Italia è una società chiusa. Chiusa alla mobilità sociale, al ricambio generazionale, alla partecipazione femminile, all’inserimento dei nuovi arrivati.
L’arco delle scelte che si offre a ciascuno è troppo limitato e condizionato: dal proprio genere, dal reddito e dal grado di istruzione dei propri genitori, dal luogo ove si è nati, da amicizie e conoscenze. Anche il sistema politico, e al suo interno l’organizzazione dei partiti, lungi dal correggere queste tendenze della società attraverso l’anticipazione di una società diversa; si costituisce invece come un sistema di rendite, spesso difese da pratiche consolidate connotate dal privilegio e dalla illegalità.
Abbiamo bisogno di un’Italia nella quale ciascuno sia più libero di realizzare il proprio progetto di vita.
Abbiamo bisogno di aprire la nostra società; dobbiamo rendere più contendibili tutte le posizioni di comando, a partire dalla politica.
Una società più aperta, più libera è possibile: più giusta, perchè offre più opportunità a ciascuno; ma anche più efficiente, quindi in prospettiva più ricca, perchè il ruolo svolto da ciascuno è scelto sulla base del merito.

1.2 UNA SOCIETA’ BASATA SULLA REGOLA DELLA LEGGE
In Italia, nella società e nella politica, sono troppo diffuse le aree di illegalità e di arbitrio.
Anzitutto nelle regioni e nelle aree ove la criminalità organizzata rende impossibile ogni sviluppo moderno e ove antiche abitudini di estraneità rispetto allo Stato sostituiscono al diritto il regime dei favori.
Ma anche altrove, ovunque i doveri civili siano vissuti come sopruso.
Abbiamo bisogno di un’Italia in cui venga ristabilito, forse stabilito, il rispetto della regola della legge; in cui i comportamenti illegali siano perseguiti e colpiti da sanzioni certe e prevedibili.
Un’Italia più rispettosa della regola della legge è possibile: un’Italia più giusta, che non premia i furbi ma i meritevoli; un’Italia più ricca, dove il confronto e la competizione tra le persone le idee e le merci funziona nel quadro di regole certe e rispettate.

1.3 UNA SOCIETA’ PIU’ GIUSTA
Modernizzare l’Italia, liberarne le energie concorre a fare un’Italia più giusta. Vale tuttavia anche il reciproco. Un’azione tesa a ridurre le diseguaglianze e la povertà è condizione perché l’Italia riprenda a crescere. La coesione sociale non è solo un valore in sé, ma è anche fattore di sviluppo. In particolare, si tratta di combattere la disoccupazione, di offrire nuove opportunità di lavoro, di estendere i confini della popolazione attiva, soprattutto ai giovani, alle donne, alla gente del Sud.
Per costruire il futuro non ci è consentito di disperdere energie vitali, o rassegnarci al loro congelamento. Esse vanno messe in circolo, con azioni di sostegno e stimolando la creatività e l’iniziativa di ciascuno. Un nuovo welfare è possibile, ed è necessario.

2. UN GRANDE SOGGETTO PER UN GRANDE PROGETTO

2.1 UN PARTITO NAZIONALE, A VOCAZIONE MAGGIORITARIA
Affermare la sovranità della legge, aprire la società italiana e renderla più libera e più giusta costituisce un grande progetto politico. Da più di dieci anni ormai questo, che è contemporaneamente un progetto e un processo di cambiamento del Paese, porta il nome di Ulivo. Esso ha ampiamente dimostrato di essere in grado di promuovere soluzioni di governo capaci di affrontare e vincere sfide difficili; di saper mobilitare le enormi energie necessarie per realizzare una profonda trasformazione dell’Italia. Ma questi anni hanno anche mostrato che un grande progetto politico richiede un grande soggetto, un soggetto collettivo capace di attraversare le legislature guidato da un progetto di governo, un Partito: un partito a vocazione maggioritaria, un “partito nazionale”.
Per portare finalmente a termine la transizione italiana verso una compiuta democrazia governante dell’alternanza, la sfida del momento è la costruzione di un partito adeguato alla competizione bipolare. In questa prospettiva il superamento della scellerata riforma elettorale della Casa delle Libertà si propone come una priorità assoluta.
In adempimento all’impegno assunto difronte agli elettori, l’abrogazione della legge elettorale che toglie poteri ai cittadini e incoraggia la frammentazione è prima che un dovere un obbligo. In questa prospettiva i referendum elettorali già depositati in Cassazione vanno considerati come strumenti utili, se non addirittura indispensabili.
Alla Riforma della legge elettorale va associata poi un’iniziativa che, come avviene in tutte le grandi democrazie, affidi agli elettori la scelta diretta del titolare delle funzioni di indirizzo politico.
2.2 UN PARTITO VERO
La scelta di inverare il progetto dell’Ulivo in un partito non è una scelta scontata.
Essa si fonda sulla convinzione che una democrazia senza partiti, una democrazia ridotrta al solo momento elettorale, una democrazia intermittente, è una democrazia più povera una democrazia più fragile. La stessa necessità di affidare agli elettori la sceta del titolare della guida del governo, in assenza di una infrastruttura partitica, rischia di incoraggiare il populismo e il cesarismo.
I partiti necessari a questo fine sono chiamati perciò ad essere partiti veri.
Il Partito Democratico che vogliamo deve essere perciò un partito “vero”, che riesce a riprodurre la migliore tradizione partecipativa dei partiti originari evitando l’eredità che essi ci hanno trasmesso nel momento della loro degenerazione e dissoluzione.
Un partito, cioè, capace di produrre le decisioni e la coesione indispensabili a candidarsi credibilmente e ad esercitare efficacemente la funzione di governo; altrettanto capace di pensare e di praticare i tempi lunghi della politica e di dare corpo al senso della durata, consapevole della necessità, della possibilità di dare un futuro migliore all’Italia.
Un partito capace di sostenere il proprio leader, così come è necessario in una democrazia governante, con forza e con lealtà, anche per averlo scelto in modi autenticamente democratici, ma che non è il partito del leader; che anzi si propone di essere il partito dei propri elettori e dei propri partecipanti. Un partito capace di istituire una relazione autentica con i cittadini e le loro molteplici esperienze e pratiche associative, aperto all’esercizio della cittadinanza attiva.
Solo a queste condizioni il Partito Democratico potrà costituire quel nuovo inizio che giustifichi ed imponga il superamento dei partiti che hanno promosso la sua nascita.
2.3 UN PARTITO NUOVO
Ma il Partito Democratico deve essere un partito nuovo.
Non un nuovo partito, cioè un partito in più rispetto a quelli esistenti.
Semmai dovrà portare con sè qualche partito in meno rispetto al passato.
E nuovo perchè non più basato su discriminanti ideologiche del passato, vissute dagli stessi protagonisti come antropologiche.
Dunque, partito di progetto e di programma.
Non partito di tessere, ma partito di partecipanti. Non partito di classe, tanto meno partito di una classe che si dipinge come classe generale, ma partito nazionale di popolo.
Ciò ha alcune conseguenze.
Anzitutto il leader e il gruppo dirigente devono essere scelti sulla base di una elezione che coinvolga il più ampio numero di cittadini possibile, potenzialmente tutti gli elettori del partito. Questa è la vera garanzia di contendibilità della leadership, e allo stesso tempo la vera garanzia di accountability: una garanzia che prefigura nella vita interna di partito la democrazia che disegna per il Paese.
Inoltre il nuovo partito non dovrà teorizzare, e tantomeno praticare, alcun collateralismo. Suo interlocutore è l’intera società nazionale, ivi comprese le infinite e intrecciate aggregazioni di interessi e sensibilità che la attraversano. Anche perchè un partito che si pensa a vocazione maggioritaria, che si concepisce come partito di governo sia quando è in maggioranza sia quando è all’opposizione, non può praticare alcun collateralismo senza portare nel Governo inaccettabili favoritismi.
I tempi del progetto non sono procastinabili; ogni giorno che passa un’Italia chiusa all’innovazione perde quota sui mercati internazionali; un’Italia chiusa alla partecipazione femminile e al ricambio generazionale spreca risorse insostituibili; nella velocissima riorganizzazione dell’economia mondiale in corso, nel riorientamento di produzione e commerci, perdiamo tempo prezioso.
Quindi se guardiamo al progetto il tempo giusto è subito.
In ogni caso le scadenze della politica ci obbligano a tempi serrati. Nella primavera del 2009, con le elezioni europee, prenderà avvio la lunga stagione elettorale che ci condurrà alle consultazioni politiche generali del 2011.
Non è pensabile partire in quella stagione con simboli e soggetti diversi da quelli con i quali si pensa di arrivare all’appuntamento decisivo. Nè è pensabile deludere le attese da noi stessi alimentate tra gli elettori sottoponendo al loro voto partiti che definiamo ormai da tempo a scadenza.
Le elezioni europee del 2009 rappresentano perciò un appuntamento definitivo. Per allora ci vorrà una leadership, degli organi, una organizzazione. La presenza dell’Ulivo sulla scheda elettorale delle elezioni europee del 2009 dovrà avere alle sue spalle un soggetto politico compiutamente costituito per non correre il rischio di presentarsi come mero cartello elettorale. A ben vedere dunque, entro la fine del 2007, al più tardi entro l’inizio del 2008, occorrerà consumare gli atti fondativi del nuovo partito e in connessione con questo definire la sospensione dei partiti promotori, e indire una grande consultazione nella quale sia consentito ai cittadini che condividono i documenti fondativi e il programma del partito di aderire partecipando alla scelta del leader e della dirigenza.
Anche ispirandosi all’esperienza della Margherita il partito nuovo non potrà che essere un partito unitario, superando la tentazione della forma federativa tra soggetti promotori.
Nello stesso modo deve essere trasferito al nuovo partito quello che è stato il progetto, anche se non altrettanto la pratica, della Margherita. La convergenza e convivenza di persone con origini, percorsi politici e culturali fra di loro anche molto diversi all’interno di un comune progetto
politico.
Perché questo incontro possa essere produttivo di sintesi capaci di tradursi in cultura e azione di governo, è necessario un lavoro di elaborazione intellettuale che contrasti la leggerezza e la superficialità che caratterizzano spesso il pensiero politico dei nostri giorni. Una ricerca che definisca quel patrimonio di valori penultimi – distinti dai valori ultimi affidati alla coscienza di ciascuno – sui quali fondare un programma e un progetto comune.
Nella situazione italiana, con le peculiarità della sua storia e dei suoi percorsi politici, un ruolo del tutto speciale è rappresentato dalla laicità delle istituzioni pubbliche. La laicità deve essere dunque un valore distintivo del Partito democratico. Laicità non già come indifferenza alle esperienze religiose, ma come cura per la distinzione di compiti e responsabilità fra comunità religiose e istituzioni politiche. Laicità come visione dello Stato inteso quale casa comune che riconosce e garantisce il pluralismo culturale e religioso che contraddistingue la società italiana.
Laicità che, con riguardo alla vita interna del Partito Democratico, esige rispetto, conoscenza reciproca, comune impegno a interpretare le differenze culturali, ideologiche e religiose non già come un problema ma come una risorsa, così da propiziare un fecondo confronto mirato a sintesi culturali, politiche e programmatiche nelle quali tutti si possano riconoscere.
L’opposto della separatezza o del conflitto fra visioni chiuse e totalizzanti. L’opposto della regressiva tentazione di qualificarsi in sede politica sulla base di un’identità religiosa.
La Margherita è stata il partito nel quale con maggiore coerenza, senza tentennamento alcuno, con sostanziale unanimità interna, sono stati affermati i valori del moderno federalismo europeista. Quei valori dovranno stare alla base del nascente Partito Democratico; da qui bisognerà partire per definire il suo sistema di alleanze internazionali. Riformismo ed europeismo sono le due bussole del partito nuovo.
Poiché il Partito Democratico nasce per costituire il soggetto dell’alternativa di centrosinistra in Italia, l’altro faro nella costruzione del suo sistema di alleanze dovrà essere rappresentato dal legame con coloro che, nei rispettivi paesi, svolgono la medesima funzione.
Lungo questa strada, orientato da quest’ultimo faro, il Partito democratico incontrerà certamente il Partito Socialista Europeo. Ma la qualità e l’intensità del rapporto che sarà possibile stabilire dipenderanno da quanto il PSE sarà in grado di condividere con noi il primo valore, quello europeista. E non potrà prescindere dal riconoscimento del fatto che il Partito Democratico non sarà un nuovo partito socialista, bensì un nuovo partito delle grandi tradizioni democratiche e riformatrici europee. Il partito nel quale dovrà saldarsi la frattura avvenuta nel riformismo europeo, a cavallo fra ‘800 e ‘900, fra liberalismo e socialismo; il partito nel quale dovranno trovare la loro casa, e non certo solo ospitalità, i cattolici liberali e democratici.
La modalità di scelta del rapporto con i partiti di centrosinistra degli altri paesi non potrà che essere definita come una scelta nuova del partito nuovo. Essa non potrà perciò muovere da alcuna inclusione o esclusione pregiudiziale.

3. UN PARTITO DEMOCRATICO CHE INVERI E SVILUPPI L’ULIVO

Gli italiani, e segnatamente gli elettori del centrosinistra, hanno imparato a conoscere l’Ulivo. Esso evoca i valori dell’unità, della novità, dell’apertura, del buon governo. Il Partito Democratico deve rappresentare un passo avanti, non un passo indietro rispetto all’Ulivo; un suo inveramento e un suo sviluppo, non la sua involuzione. Non possiamo permetterci di dissipare il patrimonio di valori e di consenso dell’Ulivo per consegnarlo a una “cosa” che tradisca i valori e la funzione che esso ha svolto fin dalla sua nascita.
Nel solco dell’Ulivo il Partito Democratico deve coinvolgere come protagonisti tutti i cittadini senza esclusione alcuna, così come deve aprirsi nella sua fase costituente a quei soggetti politici che, pur non non avendo finora ad essa preso parte, dovessero maturare nel tempo un interesse e una disponibilità. Un Partito Democratico che inveri, stabilizzi e sviluppi l’esperienza dell’Ulivo, non una struttura quale che sia, che nel momento elettorale si copra col suo simbolo. Quello che non possiamo permetterci è che il simbolo dell’Ulivo possa essere trasferito in una vicenda che non ne incarnasse la sostanza, i valori, il progetto politico.
Il partito Democratico che l’Italia attende, il Partito Democratico che possa aspirare ad esser quel soggetto a vocazione maggioritaria che porta il Paese fuori della transizione e dentro il mondo, deve essere all’altezza del sogno e della speranza dai quali negli anni novanta è nato l’Ulivo.

DELIBERAZIONI CONCLUSIVE

Il Congresso dunque impegna la Margherita ­ Democrazie è Libertà:

–       a riconoscere il valore dell’aperta manifestazione delle distinte posizioni politiche  presenti all’interno dei partiti promotori. Essa è condizione che favorisce anche un positivo confronto trasversale tra i militanti dei diversi partiti e la costituzione del tessuto unitario del futuro Partito Democratico. Esattamente l’opposto di un confronto politico ingessato tra i partiti che si rapportano nella loro separatezza e che porrebbe le premesse di una inaccettabile soluzione federativa e bipartitica.

–       ad avviare senza alcun indugio la costituzione del Partito democratico, partito aperto nel quale trovi realizzazione il progetto dell’Ulivo, partito nuovo che scongiuri la deriva leaderista di una democrazia senza partiti;

–       a mettere in essere nell’immediato comportamenti che evitino il ripetersi delle pratiche degerative delle quali i militanti della Margherita e lo stesso partito sono stati vittime, al fine di evitare che il sistema politico si costituisca come un sistema di rendite, connotato dal privilegio
e dalla illegalità;

–       a fissare la data, entro il 2008, in cui tenere la grande consultazione democratica nella quale chiunque condivida statuto e carta dei valori del partito nuovo sarà chiamato ad eleggere leader e dirigenza, secondo il principio di “una testa, un voto”;

–       a fissare, per la stessa data, la cessazione dell’attività politica della Margherita ­ DL;

–       a sostenere i referendum elettorali già presentati in Cassazione, in vista di una riforma della legge elettorale che rafforzi il bipolarismo, restituisca potere di scelta agli elettori, riduca la frammentazione;

–       a perseguire l’affidamento agli elettori della scelta del titolare dell’indirizzo politico nazionale, così come già avviene ai livelli di governo locali e regionali.