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7 Febbraio 2005

L´Italia del Cavaliere oltre l´Inferno e il Paradiso

Autore: Ilvo Diamanti
Fonte: la Repubblica

Ha organizzato, il premier, nei giorni del congresso dei Ds, una contro-programmazione, intervenendo a iniziative promosse dal suo e da altri partiti alleati. Con l´intento, dichiarato, di “oscurare” l´assise dei democratici di sinistra. Per ragioni mediatiche, in altri termini. Tuttavia, le ragioni vere appaiono diverse. Interessava e interessa, a Silvio Berlusconi, ribadire, senza equivoci, il dualismo che, nella sua lettura, regola il sistema politico italiano. La divisione fra mondi alternativi e incomunicabili. Per cui ha scelto di non tacere, durante il congresso del maggiore partito d´opposizione. Evitando, a maggior ragione, di parteciparvi, egli stesso (e sarebbe stato un gesto significativo e provocatorio; anche per motivi di marketing). Perché non intende, il premier, contribuire a legittimare il “male assoluto”. I comunisti. Ma preferisce allertare gli italiani, da platee amiche, affinché non credano alle menzogne di coloro che, se tornassero al governo, “getterebbero il paese nel caos” (diffondendo “miseria, morte e terrore”). Sostiene, Berlusconi, in questa fase, l´immagine di un mondo diviso in due. Tra Inferno e Paradiso. Senza neppure un Purgatorio per espiare.
Una dicotomia “ideologica”, cui il congresso Ds ha opposto una alternativa “pratica”, meno lacerante, ma altrettanto netta – e sicuramente più comprensibile, più vicina al senso comune. Riassunta, efficacemente, nello slogan: “dall´illusione all´Italia”. L´illusione. L´Italia promessa da Berlusconi, prima delle elezioni del 2001, e, successivamente, riproposta dal governo. E L´Italia, tout-court. Scandita da indicatori di mercato, di costo della vita, risparmio e consumo, sicuramente diversi e lontani dal paese narrato dal premier e dai media.
Questa doppia chiave di lettura della realtà politica italiana riflette, evidentemente, una competizione – e una lotta – politica, che riguarda anche, e forse soprattutto, il punto di vista da adottare. Osservata dal versante degli interessi e della realtà concreta, l´Italia fornisce un´immagine sgradevole e sgradita a chi governa. Anche e in primo luogo perché appare sgradevole e sgradita ai cittadini, ai “governati”. Gli italiani, come abbiamo rilevato spesso, anche di recente, vivono il presente con malessere e guardano il futuro con pessimismo. Nonostante gli sforzi del governo di contrastare la tendenza. Un sondaggio recente svolto da Ipsos per ApCom rileva che la maggioranza degli italiani ha, effettivamente, colto gli effetti della riduzione fiscale, varata dal governo, in busta paga, ma la ritiene del tutto insufficiente e inadeguata. Due sondaggi condotti in ambito internazionale, offrono un quadro ancor più esplicito – e inquietante – della singolarità italiana. Il primo, diffuso all´apertura del World Economic Forum di Davos, rivela che gli italiani esprimono il più basso grado di fiducia nell´avvenire dell´economia, fra gli undici paesi analizzati. Insieme alla Corea del Sud (comunque avanti a noi, anche se di poco). L´altro, realizzato da Globe Scan-Eurisko per Bbc-Sole 24 ore, stima l´opinione dei cittadini di 22 paesi sull´attuale andamento dell´economia e, ancora, vede l´Italia in fondo alla classifica. Insieme, di nuovo, alla Corea del Sud, ma anche al Libano. E indietro, rispetto a paesi come l´Argentina, la Polonia, l´Indonesia e le Filippine. Insomma, l´Italia “reale” appare depressa. Finito il tempo delle illusioni, che aveva coltivato negli Anni 90, gli italiani sono stati risucchiati nel vortice della delusione e da tempo rivelano un pessimismo perfino ingiustificato, per intensità. Il che spiega perché Berlusconi preferisca esorcizzare questo sentimento. E spiega, al contempo, il disagio con cui, presumibilmente, ha affrontato la scelta tematica dei Ds, in questo congresso. Perché i cittadini, in tempi di bipolarismo, valutano chi governa in base a come percepiscono la loro condizione e quella del contesto in cui vivono. In base al futuro che immaginano. E nessuna fiction, per quanto allestita da registi abili, è in grado di convincerli che oggi stanno meglio di qualche anno fa. E che fra qualche anno staranno meglio di oggi. Per questo il premier ha tentato di tradurre il confronto politico in uno scontro di civiltà. Per lo stesso motivo i Ds – e il centrosinistra – l´hanno riportato sul piano degli interessi e della realtà. Così, oltre ad affrontare, con indubbio coraggio, le questioni internazionali (la presenza italiana in Iraq, l´Onu, gli Usa), i leader Ds hanno investito, con decisione, sull´Italia reale. Fassino e D´Alema, per primi, hanno insistito sulle difficoltà che incontrano le nostre imprese, la nostra economia, nella competizione globale. Sui nostri ritardi nell´innovazione e nella ricerca. Sulla flessibilità di molti lavoratori giovani o, peggio, anziani, che spesso diventa precarietà. Hanno parlato di “declino” – e la stessa formula è stata ribadita da figure autorevoli del sindacato e dell´impresa, esterni ai Ds, come Pezzotta e Pininfarina. Peraltro, Romano Prodi, leader della coalizione “designato” (l´accoglienza calorosa che ha ricevuto dai Ds sembrava quasi finalizzata a dimostrare l´inutilità delle primarie), ha sottolineato la distanza crescente che ci separa dai sistemi economici europei, ma soprattutto dagli USA e dalle economie emergenti (India e Cina). Fornendo nuovi argomenti alla delusione e alla depressione degli italiani. Soprattutto in rapporto alle responsabilità di chi li governa.
Dall´illusione all´Italia. L´impressione è che questa alternativa risulti, ai cittadini, chiara e comprensibile. Più delle guerre di religione, più delle campagne anticomuniste. Tanto più perché, in parallelo, il centrosinistra sembra avere rinunciato, o almeno abbassato, la polemica personale attorno a Berlusconi. Il nome del premier è echeggiato poco, negli interventi dei leader Ds. Fassino gli ha riservato qualche raro riferimento. D´Alema e Prodi non l´hanno mai nominato. L´hanno, semmai, chiamato in causa senza nominarlo. Lasciandolo, per una volta, solo a ingaggiare polemiche (sempre più fastidiose, per la gente) contro “nemici” che rinunciavano a replicare. Berlusconi, per la prima volta orfano dell´antiberlusconismo.
Questa svolta “realista”, anche se appena avviata, presenta dei rischi. Due, in particolare.
Il primo. Contrapporre all´illusione dell´Italia felice un´altra illusione, assai più amara, ma altrettanto distorta. Perché non c´è dubbio che, se l´Italia promessa da Berlusconi era irreale, è irreale anche questa presunta “Italia reale”, che si immagina peggio delle Filippine e dell´Indonesia. E appare più depressa, dal punto economico-sociale, della Polonia o dell´Argentina. È rischioso assecondare questo clima d´opinione. Per dare rappresentanza all´Italia reale occorre raffigurarla in modo realista.
Altrimenti, si va incontro al secondo rischio: di non riuscire a canalizzare il consenso degli italiani, ma solo il loro dissenso. Per raccogliere il favore dei cittadini, per convincere gli elettori impauriti, incerti e delusi, occorre dare loro speranza. Non coltivarne l´insoddisfazione. (Lo ha, peraltro, colto lo stesso Fassino, nell´intervento conclusivo). Berlusconi, nel 2001, ha vinto le elezioni anche perché ha convinto gli italiani che, infine, si erano meritati il Paradiso. Dove lui – e solo lui – solo avrebbe potuto accompagnarli. Ecco: il centrosinistra non può accontentarsi di dire agli italiani che si erano sbagliati. Tanto meno che sono destinati al declino. Deve, al contrario, spiegare loro che il declino non è un dato irreversibile, ma una possibilità. Da contrastare. Perché l´Italia reale non somiglia alla Corea o alle Filippine. Ma è vicina alla Germania, alla Gran Bretagna e alla Francia. Non solo per geografia, ma per risorse e capacità economiche e sociali. Deve, il centrosinistra, spiegare ai cittadini, che per non passare dal sogno all´incubo, all´Italia reale serve una “buona” politica.