6 giugno 2017

PARISI:”UNA MARCIA INDIETRO DI TRENT’ANNI”
Intervista a Goffredo Pistelli, ItaliaOggi p.7

Il professor Arturo Parisi non è contento e non dissumula certo. A dispiacere (al fondatore de I Democratici e del Pd, e storico ulivista, nonché ministero della Difesa del Prodi II) è la conversione a “U” del Pd verso il proporzionale. Non fa come Rosy Bindi, che minaccia di andarsene ma, certo, dice chiare le cose che pensa.

Domanda. Professore, per un sostenitore convinto del maggioritario, con un impegno ormai lungo un quarto di secolo, il ritorno del proporzionale è duro: lei, addirittura, evoca, su Twitter, una poesia di Ungaretti : «( ) Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro». Non sarà un po’ troppo?

Risposta. Le sembra che esageri? Non vede il disastro? Fra un paio d’anni saranno passati esattamente trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, cioè a dire da quando col venir meno dei vincoli internazionali che avevano impedito il compimento della nostra democrazia, anche in Italia sembrò possibile una scelta tra progetti di governo alternativi a partire da una nitida competizione politica. E, dopo trent’anni, siamo di nuovo al punto di partenza, se non proprio più indietro. Trent’anni persi. Non viene da piangere?

D. Addirittura più indietro, professore?

R. Siamo partiti con l’idea di governi legittimati dai cittadini e chiamati a governare fino ad un nuovo giudizio, e stiamo ritornando a governi figli delle trame tessute e ritessute ogni giorno dai capi-partito all’indomani del voto e a dispetto del voto. Siamo partiti con l’idea di parlamenti scelti dagli elettori capaci di controllare il governo grazie alla forza del mandato popolare, e stiamo finendo in parlamenti nominati dai capi-partito, sulla carta per più del 60% ma nei fatti in una percentuale di gran lunga maggiore, composti da parlamentari privi comunque di un mandato personale distinto. Capisco

D. Capisco?

R. Capisco quelli che si permettono ora di gridare «viva la prima repubblica», approfittando della dimenticanza delle cause e dei gravissimi limiti che segnarono il suo declino e della ignoranza delle cause immediate e remote che determinarono la sua fine. Come meravigliarsi dei tentativi patetici che in questi giorni richiamano da una parte i democristiani superstiti e dall’altra i comunisti nostalgici a riserrare le file per riprovarci ancora una volta?

D. Senta, ma come ha scritto il suo amico Claudio Petruccioli, questo approdo non era scritto nella sconfitta del 4 dicembre?

R. È evidente che tutto nasce da lì, dall’aborto della iniziativa riformatrice perseguita da Matteo Renzi. Dalla proposta di un progetto annunciato come fosse un soggetto e dal suo conseguente rigetto. A riconoscerlo è stato il suo stesso promotore. Ma non tutto deriva da lì.

D. E allora spieghiamo perché.

R. Il risultato del 4 dicembre poneva infatti una domanda ineludibile, non imponeva una risposta indiscutibile. E la domanda era: abbiamo sbagliato i tempi e i modi della iniziativa riformatrice o dobbiamo prendere invece atto che sbagliato era l’obiettivo? Chi riconduce tutto al 4 dicembre sembra accedere a questa seconda alternativa. Io penso invece non solo che l’obiettivo, la direzione di marcia, fosse giusta ma che resta ancora giusta.

D. Lei stava per il Sì.

R. Alla vigilia del referendum dissi un Sì convinto e arrabbiato anche se ormai disperato. E sono ancora lì: più convinto, arrabbiato e disperato di allora. E così seguii le vicende successive guidato dalla speranza che le primarie non si limitassero ancora una volta a scegliere il «chi» ma decidessero soprattutto sul “se» e sul «come» riprendere il cammino nonostante la battaglia perduta.

D. Se non ho capito male, la sua preoccupazione è ora che, con l’accordo sulla nuova legge elettorale, sia stato abbandonato il progetto riformatore?

R. Prima che abbandonato il progetto, ho paura che sia stata invertita la direzione di marcia. Una vera e propria conversione “a U”. E per di più ad altissima velocità.

D. In che senso, «ad altissima velocità”»?

R. Si ripassi i tempi di gestazione dei principali passaggi della nostra storia. E capirà.

D. Sì, ma diciamolo adesso ai lettori.

R. Il passaggio dai governi centristi a quelli di centro-sinistra, il Compromesso storico, il passaggio all’inizio degli anni ’90 dalla Prima alla Seconda repubblica. Ogni volta dei lunghi processi pluriennali accompagnati da spasmi e da doglie.

D. Parti dolorosi.

R. E allora, come è stato possibile passare ora in pochi giorni, dalla ricerca di un modo e di un passo diverso per continuare a marciare in avanti a una resa a quella che in questi casi chiamiamo «la realtà»? Non possiamo non chiedercelo. Per capire il presente e prepararci al futuro.

D. Ricordiamolo.

R. In pochi giorni dal Mattarellum siamo passati al Rosatellum, per finire in questa forma di proporzionale che chiamiamo tedesco. In pochi giorni dal rifiuto del proporzionale, siamo passati prima alla sua considerazione, poi alla sua accettazione, ora la sua difesa. Ci manca ancora la sua esaltazione. Ma mi preparo.

D. Di qui la citazione ungarettiana un po’ triste?

R. Certo, perché delle case del Paese che per trent’anni abbiamo immaginato, come Ungaretti, non riesco a vedere attorno a me che «qualche brandello di muro». E anche di molti di questi muri pericolanti, come ha mostrato il lavoro di queste ore in Parlamento, mi attendo l’abbattimento ulteriore perché rischiosi e contraddittori col nuovo impianto. A livello nazionale e temo presto anche nei governi regionali e locali.

D. Mi pare imputi a Renzi una resa al proporzionale.

R. No. Non lo imputo solo a Renzi. Come ignorare che in questo esito si riconosce la stragrande maggioranza della rappresentanza. E, peggio, come dimenticare che le parti che in questo approdo non si riconoscono lo vorrebbero addirittura peggiore e a questo fine hanno lavorato con determinazione e costanza nei decenni passati. Non credo che sia il caso di infierire ricordando chi nel referendum del ’99 impedì che il 75% dei parlamentari eletti diventassero il 100%, o di chi tra l’11 e il ’12 lavorò contro il ritorno -almeno – al Mattarellum, in difesa oggettiva del Porcellum. No. Il disastro presente

D. Il disastro presente?

R. È figlio di una pazzia collettiva, guidata dalla dimenticanza dell’interesse del Paese, ma anche del proprio. L’unico che vedo saldo al suo posto è, come sempre, solo Silvio Berlusconi, al quale viene assicurato il riconoscimento della porzione di voti che son sicuro saprà presto riacquisire, e, quel che più conta, il diritto di nominare quelli che ritiene i parlamentari di sua proprietà per condizionare, nell’interesse delle sue priorità, ogni governo che abbia bisogno dei suoi voti. Ricorda il verdetto di Re Salomone tra le due donne che si contendevano lo stesso bambino rivendicandone ognuna la maternità?

D. Minacciò di dividere a metà il bambino.

R. E la decisione della madre – quella vera – di cedere il bambino alla pretesa dell’altra donna piuttosto che ucciderlo facendolo dividere con la spada in modo proporzionale? Mi chiedo quale dei titolari delle diverse porzioni farebbe oggi un passo indietro per amore dell’indivisibile interesse comune.

D. Parisi, ma come non ricordare l’azione della Consulta? Salvatore Vassallo, referendario come lei, ha detto che fu la sentenza del 2014 a ricondurci al «pantano del proporzionalismo».

R. E ha ragione anche Vassallo. Ma come dimenticare che la sentenza della Corte ha riconosciuto la costituzionalità del premio maggioritario – un premio del 14% – alla lista che raggiunga il 40%? È vero, questo è un riconoscimento che nell’immediato può non assicurare un governo. Ma la sopravvivenza del principio di maggioranza non è una cosa da poco.

D. Spieghiamolo bene.

R. Quello che nell’immediato può apparire poco rilevante, può essere utile domani, dopo, ad esempio, una elezione con risultato nullo. Questo è per dire che l’accordo generale immediato e permanente sulla spartizione proporzionale non era l’unica soluzione possibile. E anche convenendo sul ritorno al proporzionale alla tedesca, perché non provare ad accompagnare l’accordo sulla legge elettorale con uno su una riforma costituzionale che ci avvicini veramente alla Germania a partire dalle norme che assicurano a quel Paese la stabilità dei governi. Quello sì che sarebbe stato un accordo all’altezza dei bisogni del Paese. O è meglio tornare oggi al proporzionale e ventilare per domani assemblee costituenti e riforme presidenziali come sento da settori del fronte renziano?

D. Io torno a Ungaretti, da lei citato: «Di tanti che mi corrispondevano, non è rimasto pure tanto». Dobbiamo leggerlo in termine di rottura politica?

R. Mi sta chiedendo cosa voterò alle prossime elezioni?

D. Esatto.

R. Ridotto da cittadino a scegliere tra due proposte altrui, dovrei risponderle che voglio prima vedere le proposte in campo. Ma pur rinviando a una battaglia che non voglio dismettere, beh, non ho incertezze, Pd.

D. Perché, allora?

R. Tra tutte le macerie residuate da questi trent’anni il Pd è quella che assomiglia di più ancora ad una casa. E i suoi abitanti ad una comunità politica. La sua semplice sopravvivenza per la quantità – rilevante – dei cittadini che si riconoscono con continuità nel partito e nonostante la qualità – poca ma purtroppo ancora incomparabile – fanno della sua presenza un principio di stabilità, di ordine per l’intero sistema e una spinta alla emulazione per le altre parti politiche. Se dovesse saltare anche il Pd, altro che frammentazione, saremmo allo sfarinamento. Non parlo della governabilità perduta sulla quale non è il caso di spendere altre parole. Parlo della rappresentanza: delle liste superiori e di quelle inferiori alla mitica soglia del 5% che vedo raccontate come se fossero atomi indivisibili.