18 settembre 2018

PARISI:”RIFONDARLO? SE E’ UNA PROPOSTA SERIA CHI LO DEVE LASCIARE”
Intervista di Maria Berlinguer, La Repubblica p.8

Con Romano Prodi ha inventato l’Ulivo. Ma il professore Arturo Parisi è stato anche il primo a chiedere a Ds di sciogliersi per dare vita al Pd. «Era il lontano 2000 – ricorda – e come presidente dei Democratici lo proposi a Veltroni. Mi disse di no e ci invitò a entrare nei Ds, poi dopo sei anni ne divenne segretario».
Orfini ha proposto di sciogliere il Pd per rifondarlo.

Cosa ne pensa?

«Il desiderio di ricominciare tutto da capo mi sembra soprattutto una prova ulteriore della sofferenza e dello sbandamento che attraversa il partito. Anche se sconcertato, non sono tuttavia sorpreso. Se negli Stati Uniti i terapisti registrano ancora la diffusione nell’elettorato democratico di quello che è stato definito il “Trump Anxiety Disorder” prodotto dal trauma delle elezioni di due anni fa, come sorprendersi di quel che avviene ancora da noi? In ogni caso avanzare una proposta simile dovrebbe equivalere a fare un passo indietro. Diversamente, vuol dire poco, forse addirittura nulla.

E se fondare significa dar vita a una cosa nuova, i vecchi possono soltanto decidere di farsi da parte per consentire a dirigenti nuovi di mettersi in campo».

E dire che dal 4 marzo sono comunque passati più di sei mesi.

«Sei mesi in gran parte perduti a rinviare le scelte, nei quali abbiamo immaginato di lenire il dolore grattandoci la ferita con recriminazioni reciproche.
Superare il trauma prodotto dallo scoprirci d’improvviso minoranza all’angolo in una misura inimmaginabile non sarà una impresa né facile né breve. Prima ce ne facciamo una ragione e meglio è».

Il Pd sembra diventato “il partito delle Ztl”, ha consenso quasi solo nei centri storici.

«Di certo è assediato dalle periferie, sia sociali sia territoriali. Dal loro rancore alimentato dal sentimento di esclusione e prima ancora dalla reazione al nostro apparente disprezzo, e dal conseguente desiderio di vendetta».

Cosa dovrebbe fare il Pd?

«Prendere possesso della enormità della nostra sconfitta, e riprendere con pazienza e umiltà il cammino interrotto. Ma non partendo col chiederci quale segretario e quale partito vogliamo, ma ripartendo dalla scelta di quale Italia vogliamo attraverso un largo confronto tra proposte alternative. E a partire da questo puntare a raccogliere la maggioranza del paese prescindendo dalle provenienze passate, guidati dal principio che chi non è contro di noi può stare con noi. Abbandonando cioè la tentazione di cominciare con l’appello dei cosiddetti nostri».

Non le sembra che a decidere di sciogliere un partito non possa che essere il congresso?

«Senza alcun dubbio. Vedo tuttavia che Martina ha chiuso la questione».

Casini dice: alla Europee presentiamoci senza bandiere per battere i populisti.

«Una cosa è la condivisione di una posizione politica, un’altra la sua traduzione elettorale. Sommare delle debolezze a fini difensivi potrebbe regalare all’avversario una ulteriore centralità.
Soprattutto in una elezione proporzionale come sono le europee».