23 febbraio 2017

PARISI:”IL PARTITO E’ VIVO, QUELLI CHE RESTANO NON PESANO MENO DI CHI SE NE VA”
Intervista a Giovanna Casadio, La Repubblica p.11

“Il Pd è vivo. Veltroni pesa forse meno di Bersani o Fassino meno di D’Alema? Loro ci sono “. Arturo Parisi invita a guardare avanti, convinto – lui che ne è stato l’ideatore – che l’Ulivo appartenga a un’altra stagione. E sugli errori che hanno portato alla scissione dice: “Come è stato possibile andare divisi sul referendum costituzionale? Tutti lo sapevano che poi sarebbe finita così. Renzi ha sbagliato allora a non dire “fermi tutti”, questo è stato l’errore di presunzione. Gli altri ad affrontare la riforma della Carta come se si trattasse dell’eutanasia e non di una precisa proposta politica”.

Professor Parisi, si è rassegnato alla scissione nel Pd?
“Fino alla fine, il dovere di ognuno è dire mai dire mai. Sempre non dire per sempre. Non mi arrendo. Ma a frenare gli eventi non basta tuttavia la semplice moltiplicazione degli appelli. Prima di chiedersi come uscirne conviene innanzitutto misurare le parole. Partito, congresso, primarie, ma innanzitutto scissione. Tutte parole troppo distanti dalle cose che evocano. Qui scissione annuncia semplicemente liste distinte più che bandiere e canti”.

Non tutto è perduto per sempre.
“Emiliano ad esempio è tornato sui suoi passi e sfiderà Renzi. Qualcosa quindi è avvenuto. Possono tornare anche altri”.

Anche Bersani?
“E perché no?!”

Chi ha sbagliato più forte?
“Anche questa volta abbiamo sbagliato in molti. Ma il primo errore è stato quando un anno fa abbiamo deciso di correre con incoscienza in contrapposizione frontale gli uni per il Sì alle riforme sotto le bandiere del partito, e gli altri nei comitati per il No. Gli uni per la difesa e il rafforzamento del maggioritario. Gli altri verso il proporzionale. Il brindisi della sera del 4 dicembre per la sconfitta di Renzi è stata solo una conseguenza inevitabile. Fu all’inizio che la divisione fu messa in moto. Ma non ricordo allora appelli all’unità consapevoli di dove rischiavamo di finire. Da una parte Renzi preferì “lasciarli cantare”, tanto – pensava- vinciamo lo stesso. Invece si sarebbe dovuto dire, come si dice solo ora, fermiamoci, non tre ore, tre giorni. Ma poi usciamo con una linea impegnativa per tutti. Dall’altra ci si è arroccati dietro la rivendicazione di una libertà di comportamento venduta come libertà di coscienza. Libertà di coscienza? Come se fosse in causa l’eutanasia e non invece una precisa proposta politica “.

Prodi parla di suicidio politico: la responsabilità del segretario è maggiore?
“Per definizione il segretario ha maggiori responsabilità. Ma in questo caso non è certo il solo “.

Cosa resterà del Pd?
“Nonostante tutto molto. Giustamente il Pd fu definito alla nascita – anche da me – come il frutto di una fusione fredda, come la tardiva presa d’atto del superamento di storie passate più che la scelta consapevole di una storia nuova. Ma in questi dieci anni il partito è comunque cresciuto. Come si vede in questi giorni non ha sciolto di certo tutti i nodi che sarebbe stato necessario sciogliere all’inizio. Ma di tutti ha finalmente preso coscienza. Comunità politica è sicuramente un parolone. Però tra le formazioni politiche delle quali dispone la nostra democrazia il Pd è quello che ne è meno lontano. Direi col Bersani di un tempo che è un bene pubblico. Spero che lo pensi ancora”.

I Democratici, la loro visione, finiscono con questa scissione?
“Perché mai? Veltroni pesa forse meno di Bersani? Fassino meno di D’Alema? Loro ci sono, con Franceschini, Marini. Il Pd va avanti, c’è una pluralità”.

E il copyright dell’Ulivo a chi resta?
“Il copyright appartiene all’Ulivo ma l’Ulivo appartiene a una stagione passata. Dico del simbolo, non certo dello spirito più attuale che mai”.

Come immagina il centrosinistra di domani?
“Come all’inizio tutto dipende dalla sopravvivenza di una qualche regola maggioritaria ma ancor di più di una cultura politica che metta al centro il governo di tutti più che la rappresentanza della propria porzione. Come dimenticare che a incoraggiare le distinzioni e ad alimentare le divisioni di oggi sta la prospettiva del venir meno delle condizioni che finora hanno spinto e premiato l’unità? È da qua che dobbiamo ripartire. Se non c’è una regola e una cultura maggioritaria non c’è centrosinistra “.

La lista che nascerà dalla separazione non si potrà alleare con il Pd, dicono i renziani .
“Oggi sembra impensabile, ma domani chissà. Abbiamo fatto alleanze perfino con Rifondazione anche se non dimentichiamo come è finita”.