28 giugno 2018

PARISI:”IL PARTITO E’ UN MEZZO, NON UN FINE. RIPARTIAMO DAI PROBLEMI. E DALL’ITALIA”
Intervista di Olivio Romanini, Corriere di Bologna p.5

L’ex premier Romano Prodi ha sostenuto che la situazione è così grave per il centrosinistra che bisogna andare oltre il Pd: concorda?

«Lasciamo ai titoli i “ben altro” e i “ben oltre” — spiega Arturo Parisi, uno dei fondatori dell’Ulivo e padre nobile del Pd — ma di certo se, come ha detto Prodi, ci si limita all’attuale recinto del Pd di strada ne facciamo poca. L’abbiamo detto ai tempi dell’autosufficienza, quando dieci anni fa il Pd di Veltroni prese il 33%. Figuriamoci ora che siamo scesi sotto il 19%. Resta comunque che non è nei dintorni immediati che si può recuperare il resto. Quello che serve non è sommare sigle o spezzoni di ceto politico, ma ritrovare un modo per parlare al Paese. A tutti i cittadini, partendo dai problemi di ognuno, ricominciando dallo spiegare non quale Pd, ma quale Italia vogliamo. Non solamente ai cosiddetti “nostri”. Se una cosa è chiara è che di nostri ne son rimasti veramente pochi».

La sinistra ha perso Imola e l’anno prossimo si vota per la Regione. Crede che il centrosinistra possa rischiare di perdere l’Emilia-Romagna anche se vota a turno unico?

«Se si votasse a doppio turno, nelle condizioni attuali, darei la sconfitta per possibile e forse per probabile. Nulla è più assicurato. E non da oggi. Non c’era bisogno dell’ultimo voto per vedere che il rosso che segnalava i collegi che furono un tempo garanzia di carriere e strumento di potere si era scolorito da tempo. Non ha senso inseguire e rivendicare i voti che si sono spostati come se fossero proprietà occasionalmente occupate o date in affitto ma destinate a ritornare prima o poi agli antichi padroni. Spero che ormai sia definitivamente chiaro cosa intendevamo quando quarant’anni fa cominciammo a dire che i voti di appartenenza sempre uguali a se stessi erano destinati a diventare voti di opinione».

Per molti commentatori la crisi del centrosinistra comincia quattro anni fa, quando alle elezioni in Emilia va a votare solo il 37% degli elettori. Secondo lei quando e perché è cominciato lo scollamento tra la comunità del centrosinistra e il popolo?

«Quello fu certo un passaggio che non dobbiamo dimenticare. La prova più evidente della sordità dei dirigenti dem. Un dato enorme, che meritava che ci fermassimo almeno per un momento a ragionarci sopra. E invece. Ma non fu quello un dato che emerse all’improvviso. È uno scollamento che in parallelo col cambiamento sociale procede da decenni inarrestato. Quelle che ai tempi dell’Ulivo erano già crepe visibili, nel tempo si sono trasformate in voragini. Anche questi ulteriori 7 punti in meno che ultimamente si è intestato Renzi si aggiungono agli 8 punti in meno che nel 2013 si intestò Bersani. E dire che Bologna non fu solo il contesto di quell’incredibile picco dell’astensione, ma anche il luogo dove l’8 settembre del 2007 si annunciò per la prima volta quel Vaffa Day che dopo qualche anno ci esplose in faccia».

La sinistra non riesce ad avere il monopolio di una sola delle parole chiave che fanno l’agenda politica: immigrazione, periferie, sicurezza, tasse. Perché?

«L’unico monopolio che conosco è quello delle ansie per i problemi che gravano sulle spalle dei cittadini. Quanto alla soluzione, di monopoli in campo non ne vedo. Certo noi siamo in ritardo. Ma cavalcare i problemi non è risolverli».

Come può ripartire il centrosinistra? C’è in campo l’ipotesi Zingaretti, c’è il manifesto di Calenda.

«Bisogna ripartire da un progetto per il Paese, mettendo a frutto anche le domande rappresentate e i problemi cavalcati dagli altri, non limitandoci a denunciare i loro errori. Non è il Pd che deve essere salvato, ma l’Italia e la Repubblica, la cosa e la casa comune che ci tiene assieme. Già il vederci appassionati soprattutto a come salvare il partito, che come ogni partito non è un fine ma un mezzo, e concentrati su chi lo debba guidare è sbagliare il messaggio e la direzione di marcia. Quanto alle proposte in campo, le mettano a confronto, e scelgano. Ma su ognuno dei problemi, quelli per il governo Paese e quelli di partito, facciano scelte vere. Con i “ma anche” e con gli unanimismi saremmo presto da capo».