1 dicembre 2016

PARISI:”UN SI(CON RABBIA) PER NON TORNARE INDIETRO”
di Alessandra Carta, SardiniaPost

C’è un Sì pesante che sta accompagnando l’Italia alle urne del referendum. È quello di Arturo Parisi, titolare della Difesa nel secondo Esecutivo di Romano Prodi, di cui l’ex ministro sardo fu sottosegretario alla Presidenza nel primo Governo dell’Ulivo. Parisi, che resta il più ascoltato consigliere del professore bolognese, già nel ’95 curò le tesi sulle riforme istituzionali proposte da Prodi alla coalizione. Proprio lungo questo solco l’ex ministro sostiene adesso la modifica della Costituzione, “ogni giorno sempre più convintamente – dice – . Con la vittoria del No più che al passato si tornerebbe al trapassato”.

È tuttavia un Sì “con rabbia”, quello di Parisi che se la prende innanzitutto col premier Matteo Renzi. “Il suo maggiore errore – osserva – non è stato l’aver personalizzato il voto intestandosi le conseguenze della sconfitta e perciò della vittoria del referendum. Questo lo ripetono tutti, lo riconosce anche lui. Il suo errore è la personalizzazione, nel tono e nei fatti, della stessa modifica della Costituzione, e la iperpersonalizzazione della campagna. Le riforme sono apparse quasi una sua invenzione solitaria, un affare personale. Se in troppi pensano che sul treno che passa domenica non ci sono le riforme ma soltanto lui, la responsabilità è anche sua. Invece deve essere chiaro che sul treno del 4 dicembre viaggia il futuro del nostro Paese”.

Questa chiacchierata con l’ex ministro nasce dalle due recentissime interviste rilasciate a Repubblica e a Libero sulla scia degli interventi che hanno accompagnato la campagna referendaria a sostegno del Sì. Parisi appoggia la linea di Renzi, ma questo non gli ha impedito di rivolgergli nel tempo, in totale autonomia, consigli e appunti, anche duri, come è successo col voto per le trivelle. “Se è grazie alla giovinezza di Renzi – continua Parisi – che siamo arrivati qua, con la sua ragazzaggine rischiamo di fare poca strada”.

L’ex ministro, tuttavia, non si limita al caso Renzi e allunga lo sguardo sull’intero Pd. “Comunque andrà il referendum – va avanti -, servirà un chiarimento definitivo, un confronto serio”. Quindi la riflessione su D’Alema e Bersani. Nei confronti del primo, il rilievo che l’ex ministro muove, seppure con rispetto, è di incoerenza: “D’Alema – dice Parisi – è quello che nei fatti più di tutti si è speso per le riforme con realismo e visione: se domenica vota contro non è quindi per il merito”. All’indirizzo di Bersani e dell’intera minoranza dem l’appunto è più complesso: “In loro – sottolinea Parisi – pesa ancora l’originaria ispirazione culturale estranea a ogni idea di democrazia competitiva e la troppo lunga pratica consociativache per mezzo secolo assegnò stabilmente alla loro parte il monopolio dell’opposizione di governo”.

Quanto all’autonomia della Sardegna che i partiti dell’Isola, tranne Pd e Centro Democratico, considerano a rischio, Parisi dice: “Di certo con la riforma aumenta la differenza tra le regioni a statuto ordinario e quelle speciali. Sento tuttavia alcuni preoccupati ché la ridefinizione dei poteri delle prime si porti appresso anche le seconde. Penso invece che, pur nel chiarimento sulla distinzione di competenze tra Stato e Regioni, è più facile che accada il contrario. Cioè che le speciali, grazie alla necessità dell’intesa, daranno forza alla resistenza delle altre all’interno della dinamica aperta dal nuovo Senato. È una partita da giocare. A generare le istituzioni sono certo le regole ma non di meno i comportamenti degli attori politici. Penso pure a questo capitolo quando dico che, se la vittoria del No darà luogo a un cammino all’indietro, quella del Sì sarà una marcia in avanti, sebbene non una passeggiata.

Riferendosi al fronte del No, l’ex ministro lo dipinge senza futuro alcuno e privo di una linea condivisa. “Ad accomunarli è solo una pulsione, quella che Maurice Duverger chiamò la nostalgia dell’impotenza. Il ritorno a una idea della democrazia come una gara tra partiti, a chi è il meno piccolo”. Di qui il monito contro l’abbandono del maggioritario, tema legato a doppio filo al referendum e anzi considerato l’esito inevitabile nel caso in cui la riforma venisse bocciata. Parisi dice: “Il ritorno al proporzionale come regola per spartirsi il potere nel disprezzo della potenza del Paese”.

Quanto ai contenuti della riforma, interrogato sul tema più forte e quello più debole, Parisi replica: “Più di tutto mi piace il superamento del bicameralismo paritario, il punto centrale. Apprezzo meno la composizione del Senato: avrei preferito una soluzione che assomigliasse il più possibile al Bundesrat, la Camera dei Länder, gli Stati federati della Germania. Ovvero un organo che evitasse ogni equivoco di continuità tra il vecchio e il nuovo, per cominciare dal mantenimento della stessa denominazione e finire con la sopravvivenza dei senatori a vita”.

L’ex ministro riflette pure sul doppio scenario. Ovvero su cosa accadrà nel Pd se dovesse vincere il Sì o se a prevalere sarà il No. “Questa – risponde – è una domanda che contiene già in sé la sua risposta. La prospettiva che la vittoria del No aprirebbe è solo un ritorno a su connottu, cioè alla regola antica della spartizione proporzionale. Sarebbe esaltata infatti la litigiosità tra i partiti e, all’indietro, quella interna ad ogni partito. Nel Pd ma non solo nel Pd. In Sardegna ma non solo in Sardegna.

Resta il fatto che all’esito del referendum sembrano legati i destini dell’intera politica italiana. Si pensi, per esempio, all’attesa in casa Sel dopo la decisione di sciogliere il partito. Ma dal 4 dicembre dipende pure il futuro del centrodestra. Parisi, guardando ancora al centrosinistra da ideatore dell‘Ulivo, osserva: “Alla sua origine l’Ulivo fu il frutto di più domande convergenti“. Cioè “la nuova regola maggioritaria introdotta dal referendum del ’94, la sfida di Berlusconi, la maturità della generazione politica nata nel dopoguerra. Ma quelle tre domande si sono esaurite. Come nel ’94 il Sì alla riforma può aprire una nuova stagione. In vista di una nuova sfida e della maturità politica di una nuova generazione”.