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17 Marzo 2009

Parisi, è finito il tempo dell’autosufficienza

Autore: Roberto Zuccolini

ROMA — Arturo Parisi, ad un mese dalle elezioni sarde che hanno provocato le dimissioni di Walter Veltroni e l’elezione di Dario Franceschini alla testa del Pd, è cambiato qualcosa?

«A stare a quel che sento, sarebbe cambiato troppo e in troppo poco tempo. Mi lasci confessare un qualche sconcerto. Troppi applausi a Prodi, e anche troppe prese di distanza da Veltroni».

Perchè, non è da sempre un convinto avversario della via veltroniana al Partito Democratico?

«Non certo da oggi, ma fin dal mitico discorso del Lingotto. Un discorso da candidato premier, non da candidato alla segreteria del partito. Non sono certo gli ulivisti ad aver cambiato parere.».

Di chi parla?

«Di chi lo sosteneva in pubblico e in privato, di chi lo appoggiava solo in pubblico e lo avversava in privato, di chi dopo averlo contrastato per ragioni pubbliche si era poi acconciato per motivi privati. Ora prendono tutti le distanze da Veltroni e applaudono Prodi. E dire che il consenso a Veltroni non era certo inferiore di quello a Franceschini.».

Compreso l’attuale segretario.

«No. Una delle cose che ho apprezzato in Franceschini è stato proprio il fatto che ha riconosciuto gli errori di Veltroni come suoi. Peccato che Veltroni e Franceschini non abbiano spiegato finora di quali errori si tratti. Non possiamo perció affidarci che alle scelte e ai comportamenti».

E come le sembrano?

«Dentro il partito, a differenza di Veltroni, di sicuro Franceschini non fa finta di non sentire. Non é ancora ascoltare e condividere. Ma é giá molto. Prima ancora che annunciato, la democrazia è un valore da praticare. Lo dico da unico candidato alternativo alla segreteria. Il 92 per cento di Dario non é proprio una misura da partito democratico. Ma non é piú 100, e per la prima volta a voto segreto».

E i rapporti fuori del partito?

«Il tempo dell’autoufficienza sembra finalmente finito, e non solo. Certo per ora sono solo di segnali: l’importante é che le elezioni imminenti non ci portino da una stagione che esaltava la linea a prescindere dai consensi, ad una di segno rovesciato».

Alle lodi di Franceschini si uniscono ora gli applausi a Romano Prodi, dopo che ha addossato a Veltroni la colpa di aver fatto cadere il suo governo.
«Quegli applausi avrei voluto sentirli all’inizio del 2008, quando cadde il governo».

A dir la verità anche Prodi non disse nulla. Non poteva denunciare allora ciò che stava accadendo?

«Forse perché Prodi è emiliano e non ama il conflitto. Da sardo mi fu certo piú facile dire le cose come stavano».

Solo un problema di radici?

«Ovviamente no. Prodi sperava che l’azione del governo avrebbe parlato per tutti e per tutto. Fu un’illusione che non condivisi, quella che l’ Esecutivo potesse durare solo grazie ai suoi risultati e non alla forza del progetto politico che stava alle sue spalle. Tra la preoccupazione per il governo e quella politica, scelse la prima, quella che gli era più congeniale. Non è bastato».

Poi è arrivato Veltroni, che comunque è sopravvissuto alla sconfitta delle politiche.

«Il guaio maggiore è che ha insistito: c’era davvero bisogno di ripetere lo stesso errore cosí a lungo fino alla sconfitta sarda, non contrastando anzi incoraggiando la tentazione di Soru alla solitudine?».

E ora, che anche Franceschini sembra essersi convinto a cercare alleanze, il Pd deve guardare al centro o a sinistra?


«Dappertutto, ma attorno ad un chiaro progetto di governo. Se la scelta é ancora per una democrazia governante e maggioritaria il Pd non può che farsi carico di una coalizione larga, capace di competere».