2222
13 Aprile 2007

L’isola di Arturo

Per il leader va bene se Fassino si candida, insieme ad altri.
Autore: Marco Damilano
Fonte: L'Espresso

Siamo alla vigilia dei congressi di Ds e Margherita che apriranno la strada
al Partito democratico. Eppure l’’obiettivo sembra essersi perso per strada.
Nei Ds si parla di scissione, nella Margherita i congressi locali si sono
svolti all’’insegna dello scontro per le

cariche. E qualcuno parla perfino di
rischio fallimento per il Pd. Lei come si avvicina a
questa vigilia?

«Se non partiamo dal progetto, se non
partiamo dall’inizio  non si riesce a capire neppure di che cosa parliamo.
E partire dall’inizio significa partire dal mondo,  dalle speranze e dalle
paure delle persone. Pensi alle domande e offerte che al nostro sviluppo
vengono dai paesi in via di sviluppo, pensi alla drammatica domanda di parità
che sta dietro al moltiplicarsi degli armamenti anche nucleari,
alla  competizione per il controllo delle risorse energetiche e quindi alla
nuova spartizione delle aree di influenza geopolitica. Di fronte
a questa  vita che ogni giorno ribolle sempre più, a questo movimento ogni
giorno più impetuoso di persone merci idee e cose, stanno le nostre speranze
e le nostre paure. Speranze e paure che non si accontentano delle risposte
che volta a volta può dare l’azione di governo anche se risposte di successo.
No, le speranze e le paure della gente hanno bisogno di un tempo più lungo
che leghi l’ieri al domani. Se a questo non diamo una risposta a queste
domande tornerà a dare risposta il salvatore di turno, il capo populista
del momento che come al solito riuscirà ad intestarsi solo la fase di
denuncia e distruzione lasciando alle spalle della sua caduta una costruzione
che non arriverà mai a compimento».

Il Pd serve a evitare il ritorno
dell’uomo forte?

«Come si fa a non vedere che l’incapacità di
andare avanti nel processo di transizione istituzionale e la spinta
all’indietro imposta dal porcellum se non trova velocemente un fermo può
portare il paese indietro di decenni, proprio mentre il mondo ci chiede
esattamente l’opposto? Dopo aver intrapreso all’indomani della caduta del
muro il
cammino del cambiamento ci siamo fermati a metà. Proviamo ad
immaginare cosa sarebbe delle nostre città, province, regioni e quindi
dell’Italia se fossimo ancora alle giunte rissose e precarie della fase
finale della Prima Repubblica? Provi ognuno ad andare con la memoria a quei
tempi. Ma come non riconoscere tuttavia la radicale diversità della
situazione a livello del Paese nel suo insieme? Che fino a quando non è
concluso tutto nulla è concluso? È qui appunto che entra in scena il
mondo. Perchè nel mondo o ci si sta dalla parte di chi guida o prova a
guidare i processi o ci si sta dalla parte di chi li subisce».

E se
l’’Italia perde la sfida?

«Se dovessino perdere, l’Italia tornerebbe ad essere
un luogo della geografia e non un soggetto della storia, con duchi,
baroni, principi, capitani di ventura…A questo punto solo i ciechi non
vedono che siamo arrivati ad un bivio. O il problema si risolve con una
profonda riforma costituzionale che dia anche all’Italia un suo Sindaco
affidando la sua scelta e quindi la sua forza ad una elezione diretta da parte
dei cittadini. O, mettiamo in campo dei partiti con una vocazione generale
che offrano in competizione tra loro questa guida al paese. Non credo che
esistano soluzioni terze».

O si fa una riforma per eleggere il
capo dell’’esecutivo o si fa il Pd, dice lei. In questi

giorni però si
discute di come evitare il referendum, mi pare. Si può immaginare il Pd senza
un sistema istituzionale e una legge elettorale maggioritaria?

«Le leggi
elettorali condizionano i partiti, ma se i partiti sono solo il risultato di
una legge elettorale non meritano di nascere. Quello di cui abbiamo bisogno è
un partito guidato da idee e progetti forti, non da semplici convenienze.
Un partito di questo tipo riuscirà a svolgersi anche all’’infuori delle leggi
elettorali, anche se non contro di esse. E’ infatti evidente a tutti la
difficoltà di lavorare per l’unità in presenza di una legge come l’attuale
che  premia la frammentazione, costringe a farsi partito, e sottopone nuovamente
la sopravvivenza del governo al ricatto dei capi dei partiti anzi dei partitini.
Se non si provvede a mettere uno stop alla dinamica messa in moto dal
procellum  tutti farebbero un passo indietro: non solo il governo ma ognuno dei
partiti. Potrebbero resistere solo i partiti che hanno una ragione sociale
forte, radicamento, idee, principi: ma quanti partiti oggi corrispondono a
questa descrizione?»

In quale direzione va la bozza presentata dal
ministro Chiti? E quella del leghista Calderoli?

«Prima di tutto nessuno
ha ancora visto le proposte di cui si parla. Quello che al momento si riesce
a capire è che se i partiti sono deboli, queste proposte appaiono ahimè
debolissime. Non fosse altro perchè, dopo aver nevrotizzato i cittadini con un
giudizio radicalmente negativo della legge, quella che appare è più dalla
volontà di evitare il referendum che la volontà di dar seguito a quel giudizio
con una legge effettivamente nuova.  Più dalla paura che dalla
speranza».

Il modello che lei propone, l’’elezione diretta del premier,
trova molte resistenze anche nel centro-sinistra e nel campo dell’’Ulivo.

«Ripeto: io non propongo l’elezione diretta. Dico: attenzione! O si riesce a
costruire finalmente quel, anzi quei partiti a vocazione generale che la Storia
chiede al Paese, oppure con questo esito finiremo per fare i conti. A meno che,
ripeto, non si voglia tornare ad una Italia “giardino d’Europa”, attraversata da
turisti e raiders stranieri nonostante i suoi meravigliosi governi locali. E lo
dico innanzitutto a chi pensa, per paura presente o per memoria passata, che
l’Italia non è fatta per forme presidenziali di governo. Volete, vogliamo
scommettere ancora una volta sulla democrazia di partito? Io ci sto. Ma purchè
si tratti di democrazia vera e non si tratti di partiti finti”.

Il Pd che sta
nascendo è questo partito?

«Deve dimostrare di esserlo! Il problema è che il
Pd deve essere certo democratico in tutte le accezioni ma allo stesso tempo deve
essere un vero partito dotato di un progetto forte, se vuole essere alternativo
al presidenzialismo. Non può essere un semplice taxi, uno strumento
organizzativo e mediatico a disposizione del leader di turno . Un partito che si
fa soggetto, riferimento, con i connotati dell’’unità e della novità. Alcuni
resistono a questa idea, lo so bene. Ancora una volta vediamo in campo due
concezioni della politica: una additiva, che muovendo dalle
parti proporzionali si propone di comporle, scomporle, ricomporle con
un’azione infinita, e una combinatoria che muove dal progetto e fa appello
alle persone. L’’unica praticabile, secondo me, l’’unica davvero
realistica.
Ricorda lo slogan del ‘68? Siate realisti, chiedete l’’impossibile. Di
realismo si può morire».

Attento a citare il ‘68, professor Parisi, il
suo collega Chiti ha già detto che lei è un maoista…

«Maoista? Non l’ho
considerata un’offesa: soprattutto perchè Chiti la ha associata ad una mia
intenzione di scuotere i partiti attraverso un movimento di popolo. Semmai lo
considero un complimento, difficile da indossare…».

Dicono che lei vede
come un incubo questo Pd a tre gambe: Ds, Margherita e società civile. Cosa
c’’è che non la fa dormire in questo schema?

«In verità il fatto che i
cittadini possano essere considerati una terza gamba mi sembra un pò
ridicolo. Come dire? Una espressione infelice. Ridurre la sostanza a residuo. Se
si parte da questa idea il nuovo partito si troverà di fronte a problemi che
sono già a verbale: quello della collocazione internazionale, per esempio.
Quello su quale casa si va ad abitare e cosa c’è scritto sul campanello. Sei
tu che vieni tu da me o io da te? E poi un elenco di sofferenze infinito:
le feste dell’Unità, le sezioni. Se procediamo così rischiamo di fermarci
alla prima curva».

E poi ci sono i sondaggi non esaltanti.
«Quel 25 per
cento assegnato al Pd da alcuni sondaggi segnala un problema. Ma il problema
non è se col 25 per cento il Pd riesca a corrispondere alla sua vocazione
generale. Il problema è se l’’inadeguata quantità sia oggi il segno di
un’inadeguata qualità».

Qual è l’’alternativa?
«L’’lternativa che io non
mi stanco di affermare da anni è un partito ulivista. Un partito che unisca
all’interno dell’Unione mettendo questa unità al servizio della unità
dell’Unione. Uniti per unire. Come scrivemmo più volte sotto il segno
dell’Ulivo. Una concezione dinamica. L’Ulivo, fattosi questa volta partito, come
sempre segno e strumento aperto ad una unità più grande. Non una parte come
controparte di altre parti.».

È vero che ha chiesto a Mussi e alla sinistra
Ds di non abbandonare il campo del Pd?

«Certo, è evidente che l’’esclusione
non può che essere fondata su un equivoco anche se non so a causa di chi: se
il Pd è inteso come parte moderata e di destra dell’Unione che pretende la
guida della coalizione in nome non si sa di che cosa non si va da nessuna
parte. Nel Pd come lo intendo io, invece, c’è spazio per tutte le identità,
da quelle antiche del socialismo a quelle nuove dell’’ecologismo».

Con i
congressi Ds e Margherita le iscrizioni al nuovo partito si aprono o si
chiudono?

«Se il partito è davvero nuovo le adesioni sono tutte nuove, le
iscrizioni si aprono completamente. Adesioni che raggiungeranno i militanti,
gli iscritti reali e partecipanti alla vita dei partiti in quanto cittadini e
assieme ai cittadini che dei partiti promotori non fanno parte. Le primarie
dell’’ottobre 2005, prima ancora che un mito, sono un riferimento numerico.
Soprattutto se confrontate alla partecipazione nei partiti. Mi dicono che
durante le campagne congressuali: abbiamo assistito a
fenomeni incredibili, in città dove gli aderenti risultavano poco meno di
50mila, sarebbe accaduto che al congresso locale avrebbero votato non molto
di più di cinquemila e partecipato addirittura sotto i cento…Fenomeni
gravissimi antichi e consolidati, preesistenti che non ritengo spiegabili con la
lunghezza della stagione congressuale come è stato sostenuto».

Intellettuali
come Salvatore Vassallo e Ilvo Diamanti hanno denunciato il rischio
fallimento.

«In altri tempi si sarebbero definiti incontentabili esterni.
Ma come non vedere questa assenza di pathos, o almeno di quei sentimenti che
di solito precedono una nascita…».

Eppure i leader, Piero Fassino,
Francesco Rutelli, rivendicano il loro impegno. Potevano fare di
più?

«Ognuno deve dar conto de proprio partito cominciando personalmente da
se stesso. Per questo motivo non mi permetto di iniziare dai Ds dove so che
dietro il confronto sui nomi c’è un dibattito sulla sostanza e sui sentimenti
che ho imparato a rispettare. Purtroppo debbo dar conto del mio partito,
la Margherita: e non riesco a farmi una ragione del fatto che il Pd non sia
stato il cuore dei congressi locali. Non riesco a pensare a gente che non è
stata tenuta sveglia neppure per un’ora dalla novità grandiosa che stiamo
costruendo. Mentre invece ho assistito a contese aspre come mai, intorno alle
quali bisogna interrogarsi. Evidentemente, le cariche, i posti, il potere, la
posta delle risse forse sono scadenti ma tutt’altro che a scadenza, come a
parole si annuncia.».

Non c’’è il rischio che si faccia un partito nuovo
con la solita classe dirigente? Gli eterni gattopardi…

«Anche se maoista
neppure io posso negare la verità dell’adagio che ci ricorda che il pane si fa
con la farina di cui si dispone. Non si può perciò non cominciare
coinvolgendo il ceto politico esistente. Sarebbe sbagliato ingiusto e
pericoloso. Ma discutere del come del cosa, e del  perché, si può e si
deve».

Le modalità con cui si eleggerà l’’assemblea costituente del nuovo
partito sarà decisiva per stabilire chi ne sarà il leader?

«È il primo
vero passo del nuovo partito. Se dovessimo farlo con la testa girata
all’’indietro ci allontaneremmo dall’’biettivo. Abbiamo bisogno di tutti,
certo. Ma la presenza della pluralità delle storie è una condizione e
soprattutto il risultato della sapienza politica, non l’obiettivo. Sarebbe
confondere i mezzi con i fini.».

Si può fare l’’identikit del futuro leader?

«Pur senza dimenticare che il Pd un fondatore lo ha già ed è Romano Prodi,
quando verrà il momento della scelta l’’identikit è quello di una persona scelta
dal voto libero personale e diretto degli aderenti, come riferimento e guida
di una mozione politica che esprima la sua idea di partito. Tutte le
candidature sono benvenute se qualificate dalla visione futura del partito.
Aggiungo: eletto a partire da un confronto competitivo, tra più candidati. Un
candidato unico rischierebbe di dire da solo tutto e il contrario di tutto.
Solo la pluralità delle candidature aiuta a definire la qualità
della proposta: un candidato spiega l’’altro».

Fassino dice: chi ha
costruito il Pd ha più titoli di altri a guidarlo. Condivide?

«Più che i
titoli credo che a contare dovranno essere i meriti. E certamente Fassino ne ha
molti. Son sicuro che è in nome di questi che lui pensa di candidarsi alla
leadership del Pd: non in nome del suo attuale ruolo ma della sua
personale visione del partito nuovo. A queste condizioni la sua candidatura
sarebbe da sola un contributo decisivo alla apertura di una stagione nuova così
come lo fu la candidatura di Bertinotti per le primarie.».

E Rutelli? Lei non
ha firmato la sua candidatura alla guida della Margherita: perché?

«La
Margherita è il mio partito, sono stato tra i suoi fondatori e riconosco il
grande, grandissimo merito di aver tenuto viva la prospettiva dell’’Ulivo
quando si stava spegnendo e di aver aperto la strada al
partito democratico, e quindi anche i meriti tutti i meriti di Francesco
Rutelli. Fino a quando non nascerà il Pd la mia appartenenza al partito è fuori
discussione. Ciò che mi ha impedito di sottoscrivere la sua candidatura è
tuttavia l’impossibilità di considerarla l’esito di quel processo unitario
attorno alla politica che la presentazione di una mozione unica aveva promesso.
Purtroppo il processo congressuale non è stato nè unitario, nè regolare ma
soprattutto si è svolto, soprattutto a livello di base, in modo del tutto
indifferente alla politica. Un semplice accordo di convenienze tra Rutelli e i
popolari che costituiscono di certo la maggioranza degli iscritti, e ripeto
degli iscritti. Rappresentando una posizione nitidamente ulivista vorrei
tuttavia riparare a quello che ritengo un mio errore e forse una colpa».

In
cosa ha sbagliato?

«Cedendo agli inviti e alle pressioni unitarie giuntemi
dalla base e dal vertice ho rinunciato a presentare una seconda mozione
congressuale. Certo i fatti hanno poi dimostrato l’impraticalità di un confronto
rispettoso delle regole. Ma avrei potuto e dovuto egualmente attraversare con
il mio zero per cento il congresso del mio partito. Anche se in extremis, non
firmare è in qualche modo riparare almeno con una testimonianza di verità
alla Margherita e a Rutelli. Oltretutto la sua candidatura, evoca per il
futuro una idea di presenza unitaria della Margherita nel Pd che richiede troppi
chiarimenti perché possa essere accettata senza contraddizioni. Combinata con
la rivendicazione di quote nel Pd l’unità rischia di essere solo la premessa del
riconoscimento di nuove sottoquote all’interno delle quote.».

Si riferisce
alla rinascita dei popolari?

«No, anzi. Nonostante mi consideri cristiano e
in politica mi sia riconosciuto solo nel nome di democratico, non sono mai stato
democristiano e neppure popolare. Pur non avendo perciò mai condiviso
l’esperienza di quei democratici che in politica hanno voluto rappresentare in
modo esplicito l’ispirazione e il nome cristiano riconosco tuttavia ai popolari
la capacità di rappresentare una cultura e una tensione meglio di iniziative,
come quella dei teo-dem, messe in campo, per loro stessa ammissione,
intenzionalmente a questo fine. Penso che se nel Pd i popolari torneranno a
prendere a viso aperto la parola in quanto tali potrebbero rappresentare in
esso la loro anima e non solo trasferire il loro corpo, le loro virtù e non solo
il peso delle loro abitudini.».

Pensa al documento dei Sessanta
parlamentari della Margherita in appoggio ai Dico?

«Non tutti sono
popolari. In esso riconosco tuttavia la loro anima più che il loro corpo».

E
Parisi, nel nuovo partito che farà?

«Aderirò e sarò nel Pd come cittadino tra
cittadini, ripartendo ancora una volta da capo. Credo che i miei compagni di
strada si siano ormai ormai abituati alla mia partecipazione per così dire
esigente. Posso però dire di non aver associato mai il mio nome a scissioni, ma
solo a nuove e più grandi unioni. Nel Pd intendo continuare a lavorare
per l’’unità di tutta l’’Unione, come ho fatto da anni, nel Movimento per
l’Ulivo, nei Democratici, nella Margherita. Se dovessi aderire a
iniziative collettive interne che penso arricchiranno la vita del Pd come di
ogni partito lo farò nel nome delle mie idee per il futuro e non delle mia
provenienze passate. Solidarietà nuove in nome di un progetto antico».

Lei
è considerato l’inventore dell’’Ulivo. Nei giorni scorsi è scomparso Nino
Andreatta che dell’’Ulivo, è stato scritto, è stato uno dei padri: lei come
lo ricorda? C’è una lezione che porta con sè?

“Della eredità di Andreatta
abbiammo appena ricominciato a parlare in pubblico avendone taciuto troppo a
lungo per rispetto della sua lunga silenziosa veglia. L’interesse rispettoso per
le persone, la curiosità delle cose, e la capacità di inventare il futuro sono i
capitoli del discorso sulla sua lezione che abbiamo appena ripreso. Ma sul
titolo del libro è scritto “Una vita al servizio della Repubblica”. Un libro che
mi guida ogni giorno alla Difesa in quello che fu il suo ultimo incarico nel
Governo del Paese”