Emerge forte la necessità – sia dalle forze politiche che da quelle economiche e sociali – che la Sardegna abbia una rappresentanza più forte a Palazzo Chigi. Qual è il suo parere?
Come non essere d’accordo? Quando gli uscieri chiudono la porta del Consiglio dei Ministri le domande che non hanno un rappresentante seduto attorno al tavolo finiscono per restare fuori della sala. Ricordo peraltro che due anni fa alla Camera a margine del discorso programmatico, nel clima per lui euforico di quella giornata, lo stesso Berlusconi, consapevole del fatto che con me era uscita da Palazzo Chigi anche la Sardegna, mi disse che si rendeva conto della rappresentanza inadeguata della nostra Isola all’interno del governo, ma contava di mettervi presto riparo. Aggiunse peraltro scherzando che, considerato che avevamo gia’ il Presidente del Consiglio, per il momento potevamo accontentarci. Sempre con lo stesso tono replicai che per un domicilio la proprieta’ di sette ville era addirittura eccessiva. Ma per rivendicare la nostra rappresentanza ci voleva ben altro.
Secondo l’ultimo ministro che quest’Isola ha avuto, quanto pesa oggi la Sardegna sul piano politico rispetto alle altre regioni del centro sud?
Troppo poco. Lo dico a ragion veduta sulla base di questi due primi anni di governo. Basti per tutte la vicenda del G8, o anche solo la mancata realizzazione della Sassari Olbia.
Sedotta e abbandonata, ha scritto domenica scorsa il nostro direttore, riferendosi agli impegni assunti dal governo un anno fa e non ancora rispettati. Lei è d’accordo?
Sedotta e abbandonata, son le parole giuste. Soprattutto se penso ai manifesti per le regionali che chiedevano il voto per Berlusconi Presidente, quasi che il candidato fosse lui.
Arrivano critiche anche per la “squadra” parlamentare eletta in Sardegna. Lei si sente sotto accusa, o l’opposizione può poco rispetto alle scelte della maggioranza?
Che l’opposizione conti poco puo’ anche non sorprendere. La realta’ e’ che contano poco anche i parlamentari di maggioranza. Questa non e’ tuttavia una nostra specialita’. E’ tutto il Parlamento che conta ogni giorno di meno.
Il leader sardista Giacomo Sanna parla di campanili da abbattere, di bandiere politiche da tenere basse, se di mezzo ci sono gli interessi dei sardi. Uno scenario possibile, quello di una compattezza di deputati e senatori sardi, in stile Sicilia?
Fin quando la Giunta regionale difende di fronte al Governo centrale in modo credibile ed efficace gli interessi della Sardegna penso si debba essere con la Giunta. I siciliani sono tanti che possono farsi sentire anche divisi. I sardi riescono invece a contare solo se uniti.
I fondi Fas, le grandi infrastrutture, il G8 negato, una certa “disattenzione” per le emergenze sarde: l’esecutivo Berlusconi può fare di più, o lo scenario di forte crisi impone questo tipo di strategie?
Gia’ normalmente conta di piu’ chi grida di piu’. Figuriamoci ora che gridano tutti da tutte le parti. Quello che dobbiamo chiedere con fermezza a Berlusconi non sono nuove promesse, ma semplicemente il rispetto delle promesse gia’ fatte. E’ lo stesso che chiediamo alla Giunta di chiedere al Governo centrale, e, ripeto, innanzitutto al Governo centrale, non al Governo degli Stati Uniti, e neppure all’Eni. Se i nostri problemi sono spesso anche nelle mani di altri, il nostro primo e fondamentale interlocutore resta il Governo di Roma. E questo anche perche’ i sardi sono stati indotti a scegliere l’attuale governo regionale soprattutto in considerazione della sua maggiore vicinanza politica al governo nazionale.
Il peso politico di un territorio si misura da quanto si ottiene dal governo di Roma o da come i suoi rappresentanti si pongono di fronte alle scelte di Palazzo Chigi?
Quello che conta sono i risultati. Quanto a cercarli attraverso l’opposizione o la cooperazione, dipende dalle circostanze e dai ruoli che ognuno e’ chiamato a svolgere, non da scelte pregiudiziali.
Il malcontento che si respira in Sardegna si tradurrà anche nel voto delle vicine amministrative, oppure – come si dice – è sempre difficile la vita di chi governa? Ovvero, il Pdl sardo pagherà il conto?
E’ bene che il giudizio degli elettori muova soprattutto dal bilancio dei risultati raggiunti da ogni singola amministrazione. Certo e’ che e’ difficile non chiedere anche conto a chi ha scommesso e ha invitato i propri concittadini a scommettere su aiuti che non sono venuti, e ancor piu’ su aiuti che non potevano venire.
In chiusura, se il Pdl sardo naviga in acque non tranquille, nel Pd il onfronto interno non manca mai…
Guai se in democrazia e in un partito che si chiama democratico dovesse preoccuparci il confronto, anche aspro. Quello che deve preoccupare e’ il confronto che non approda ad un incontro. E ancor piu’ deve preoccupare l’unita’ imposta o raggiunta senza un confronto. Parlo del confronto pubblico tra posizioni politiche, non, come troppo spesso accade, di quello in privato tra interessi privati.