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2 Novembre 2005

Iran: Parisi, è arrivato il momento delle responsabilità. Il presidente sarà alla fiaccolata di Roma: ” Dopo le precisazioni di Ferrara sto riconsiderando la mia posizione”

Autore: Francesco Verderami
Fonte: Corriere della Sera

ROMA – Forse Arturo Parisi parteciperà domani alla fiaccolata organizzata dal Foglio davanti l’ambasciata iraniana a Roma, e sfilerà insieme a Fassino e Rutelli in segno di solidarietà con Israele. «Dopo la precisazione di Ferrara» – che ha voluto tener distinte le sue opinioni dalla manifestazione – e «visto l’elenco di persone che ha aderito, le mie preoccupazioni sono diminuite», dice il presidente federale della Margherita: «Sto riconsiderando la mia posizione. D’altronde avevo già aderito all’iniziativa del Duemiladue, figurarsi ora. I simboli hanno peso, e siccome il valore delle marce è soprattutto simbolico è necessario che il messaggio sia al riparo da ogni ambiguità». Insomma, è quasi certa la sua partecipazione a un appuntamento che considera «quasi una rivoluzione» per la presenza «spalla a spalla» di «esponenti dei due schieramenti»..


Piuttosto Parisi teme altri «equivoci», e cioè che il sostegno a Israele sia «dettato solo dal problema dell’aggressione esterna, del nemico di turno, come si propone oggi il presidente iraniano Ahmadinejad. Mentre il nodo non ancora compiutamente risolto è il rapporto tra l’Europa e gli ebrei», è legato all’antisemitismo «molto più che strisciante» di oggi, e alle scelte di ieri: «Come dimenticare l’origine dello stato ebraico? Israele non è un avamposto della civiltà occidentale che si confronta con l’Islam, non è il confine dove passa lo scontro di civiltà, è il risultato delle nostre contraddizioni. Gli ebrei sono nostri fratelli che abbiamo costretto ad andar via dell’Europa. Dopo averli perseguitati li abbiamo accompagnati sull’uscio e gli abbiamo voltato le spalle, senza preoccuparci della reazione dei palestinesi. Come non riconoscere perfino nella loro inaccettabile scelta nucleare il segno di una disperata solitudine?».

Perchè, lei crede che l’Europa sarebbe in grado di garantire la sicurezza di Israele?
«Se sul piano militare l’Europa non è in grado di difendere Israele, è perchè l’Europa che potrebbe farlo non esiste. Come potrebbe peraltro farlo priva com’è di un esercito comune?».


In realtà nemmeno la sua diplomazia brilla: mentre il regime di Teheran minaccia di cancellare Israele, il negoziato sul nucleare iraniano è bloccato. Con il rischio che si precipiti in un nuovo conflitto.
«Quella che è in atto una è una corsa parallela , contro il tempo: da una parte le iniziative che scommettono sul processo di democratizzazione dell’Iran, dall’altra le azioni per evitare che il programma nucleare iraniano abbia sbocchi   militari. Sarebbe un errore puntare all’isolamento di quel Paese, rafforzeremmo un regime che sappiamo essere minoritario. Anche se non dimentichiamo che il rischio di un conflitto esiste, per l’oggettiva pericolosità di un gruppo dirigente rozzo e aggressivo, l’Europa, più degli Stati Uniti, è chiamata in causa per la sua prossimità geografica e culturale».


Gli Stati Uniti sono spesso accusati di agire manu militari per risolvere le crisi, ma questo è spesso un alibi anche per l’Europa. Cosa proponete per evitare un’altra escalation militare?
«Intanto l’Europa non deve lasciar soli gli Usa, e farsi carico della paura di Israele. Purtroppo ci siamo già fatti trovare impreparati ai tempi del Kosovo e dell’Iraq. Il fatto è che l’edificio europeo non è in grado di gestire queste sfide. Difetta per cultura, per politica e per tecnologia. Ma stavolta non possiamo sbagliare, non possiamo far scoppiare una guerra nucleare a due passi da casa. Anche sul piano della coercizione dobbiamo esperire tutti gli strumenti disponibili per fermare l’Iran senza che si arrivi al conflitto. Penso alle sanzioni».


E se l’Iran non si fermasse?
«Il regime iraniano è pericoloso ma anche contraddittorio e dunque fragile. L’Europa deve lavorare su questi lati deboli».


In Italia intanto, Rutelli propone una mozione bipartisan.
«E’ sensato che in Parlamento si cerchi di tradurre in un atto politico una manifestazione che accomuna gli schieramenti nel denunciare le provocazioni del regime iraniano. Ma la forza che noi abbiamo in mente deve essere guidata dall’intelligenza piuttosto che dai muscoli».


Le pressioni politiche e diplomatiche diverrebbero così solo armi spuntate.
«La nostra stella polare è l’articolo 11 della Costituzione considerato nella sua interezza, laddove è scritto che l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, ma anche laddove rinvia a un’azione coordinata e multilaterale delle organizzazioni internazionali la loro soluzione».


Dunque non escludere il ricorso alla forza.
«Noi riconosciamo l’Onu come fondamento della legittimità internazionale. Chi mi conosce sa che mi sento chiamato ad essere costruttore di pace, ma non riesco a definirmi pacifista,  perché so che l’uso della forza appartiene purtroppo alla storia. Ma la forza deve restare sempre sotto il governo della legge. Non bisogna commettere più altri errori, come l’Iraq. Dopo le dichiarazioni del premier, ho letto che Casini ha sentito di doverci rassicurare che i nostri militari a Nassiriya non sono morti invano. Un dichiarazione inevitabile ma insufficiente dopo il riconoscimento che quella guerra era sbagliata».


Sull’Iraq lo scontro è tra chi vede il bicchiere mezzo pieno, per i germogli di democrazia in quel Paese, e chi lo vede mezzo vuoto, a causa degli attentati terroristici.
«Chi può negare che in Iraq non ci siano germogli di democrazia? Ma se penso ai costi umani di quella guerra, quel bicchiere a mio avviso si svuota in un attimo».


Emma Bonino ritiene però che sarebbe un errore ritirarsi ora.
«Prodi è stato chiaro a suo tempo: “Una cosa è andare – disse – un’altra è tornare”. Dunque non il rientro ma la modalità del rientro sarà dettata dalla situazione, e guidata dalla preoccupazione per la vita degli iracheni e per quella dei nostri soldati. Lo svolgimento delle operazioni di rientro sarà un problema di valutazione operativa». 

Intanto a giugno del Duemilasei il futuro governo dovrà decidere se rifinanziare o meno la missione. Voi lo fareste?
«Se non cambiano le condizioni che ci hanno finora indotto a votare contro, mi sembra difficile che il nostro voto si possa modificare».