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24 Agosto 2008

Il Pd ha affossato l’Ulivo, ma cosi si condanna all’opposizione

Autore: Luciano Nigro
Fonte: la Repubblica

ROMA – “Certo che l’Ulivo è morto. E’ ad affossarlo purtroppo è stato questo Pd”. E’ durissimo Arturo Parisi. Una requisitoria nei confronti di un partito democratico che non “scalda i cuori” e non “libera la fantasia”, incapace di rappresentare “un’alternativa credibile” e che perciò “rischia di portarci non a nuove vittorie, ma a un monopartitismo imperfetto” di marca berlusconiana. Era accanto a Romano Prodi, Parisi, quando nasceva l’Ulivo; poi il principale consigliere del premier nel 96; e quando il Professore prese il treno per Bruxelles è a lui che lasciò le redini dell’Asinello. Ora l’ex ministro della Difesa che contesta Veltroni (“300 giorni nel segno della sconfitta”) e chiede un congresso per ripartire, dalla Sardegna legge il piccolo sfogo del Professore (“Anch’io sono Orfano dell’Ulivo”, ha detto l’ex premier ad una ragazza) e decide di impugnare la bandiera di Rifondazione Ulivista. Prima che sia troppo tardi.

Ha letto, professor Parisi, cosa dice Prodi?
“E cosa vuole che Prodi potesse dire? Sono le idee che ci guidano da 15 anni! E’ vero che gli slogan hanno martellato per mesi che questi sono anni da dimenticare. Ma idee alternative finora non ne ho visto”.

Non ne ha viste? E il Pd che cos’è? Non era nato per questo, l’Ulivo?
“Non basta una fogliolina nel simbolo per dire che il Pd è la continuazione dell’Ulivo. Senza l’Ulivo il Pd non sarebbe mai nato. Purtroppo, per il modo in cui è nato, dell’Ulivo il Pd è stato tuttavia l’affossamento e non il compimento. Ecco su cosa stava dietro la nostalgia che ieri ha accomunato Prodi alla ragazza che lo interrogava: nel riconoscimento che l’Ulivo non c’è più”.

E’ Veltroni l’assassino o la creatura era spirata prima? In fondo l’Ulivo al governo, per ragioni diverse, ha fallito due volte.
“La crisi del 2008 è in qualche misura opposta a quella del 1998. Di fronte alle difficoltà nella maggioranza allora cedemmo alla tentazione di tornare a “prima dell’Ulivo”, a una semplice alleanza di partiti”.

E questa volta?
“Abbiamo accelerato illudendoci di poter raggiungere la meta in solitudine, pensandola vicina”.

C’erano altre vie?
“Non le abbiamo cercate. Nel ’98, di fronte all’ostacolo, chi allora stava in sella riportò il cavallo sulla vecchia strada degli accordi tra i partiti”.

Questa volta ha cercato di saltare l’ostacolo.
“Peccato che quando è stato impartito l’ordine di saltare la distanza fosse eccessiva”.

Il cavaliere era Veltroni.
“Solo l’autoreferenzialità della segreteria e il cattivo uso dei sondaggi può spiegare l’illusione di superare la barriera quando distavamo almeno 12 punti dai 45 necessari per vincere col premio di maggioranza”.

L’Ulivo non aveva fatto il suo tempo?
“Si dica quel che si vuole ma è l’unica formula che ci ha fatto vincere. E anche quando abbiamo perso, come nel 2001, ci ha protetto dalla disfatta e ci ha consentito di riprendere il cammino”.

La ragione?
“L’Ulivo è l’unica formula che siamo riusciti ad elaborare per organizzare il polo di centrosinistra in una democrazia bipolare. Una formula connotata dalla novità dalla apertura, dalla unità”.

Formula piuttosto vaga e mutevole, in realtà.
“Diciamo pure che era un “non so che”. Rifiutava di dire perfino nel nome cosa esattamente fosse e proprio per questo si proponeva come una novità rispetto a tutti i partiti fino allora esistiti. Ma quel “non so che” è stato capace di scaldare i cuori e liberare la fantasia molto più di quel “so cos’è” che il Pd minaccia di essere”.

Cos’era per lei l’Ulivo immaginato con Prodi?
“Era allo stesso tempo un punto di partenza e un orizzonte. Una realtà aperta che escludeva solo chi si escludeva, ma che chiamava tutti ad una unità non riducibile alle vecchie formule dei cartelli di partito”.

Resta il fatto che non bastava. Aveva bisogno di coalizioni.
“Pur riconoscendo che una coalizione non è un partito l’Ulivo chiamava la coalizione di centrosinistra a diventare un soggetto denso, un partito coalizione si disse, non accomunato semplicemente da un accordo elettorale, ma da un programma di governo e da un progetto di società di lunga durata”.

E’ questo che manca oggi, secondo lei?
“Sì. E’ questo orizzonte che con la disfatta politica del centrosinistra è venuto meno. Non è soltanto che abbiamo perso. Anche nel 2001 perdemmo. Ma ora da un bipolarismo competitivo, siamo ritornati a quello che fu definito un bipolarismo imperfetto, nel quale uno dei due poli sembra di nuovo destinato stabilmente alla vittoria e l’altro stabilmente alla opposizione”.

Berlusconi nuova Dc, eternamente al governo?
“Sarà pure la depressione diffusa, ma sento qualcuno parlare addirittua di monopartitismo imperfetto”.

Come se ne esce?
“A questo punto: o si decide di dotare il centrosinistra di un soggetto capace di competere in uno schema bipolare (e allora è all’Ulivo che dobbiamo tornare) oppure dobbiamo tornare al sistema proporzionale per consentire alla nostra porzione di sommarsi con altre nel gioco delle alleanze che si fanno e si disfano in continuazione”.

Lei ovviamente sceglie la prima strada.
“O costruiamo un soggetto all’altezza del grande progetto di dare anche all’Italia, (l’Italia: non solo le regioni e i comuni) una capacità di governo fondata sulla scelta diretta dei cittadini. O abbassiamo il progetto all’altezza del Pd, e per poter partecipare al gioco politico ci arrendiamo alla idea che l’Italia debba vivere per sempre nei “giorni della impotenza””.