3 Ottobre 1999

Il Centrosinistra. I Cattolici e la politica. L’Italia bipolare

Autore: Gianfranco Brunelli
Fonte: il Regno

Prof. Parisi, con Prodi a Bruxelles, si ha l’impressione che i Democratici rimangono orfani. Lo siete?

“Non direi. La scelta di Prodi alla guida della Commissione europea evidenzia un triplice riconoscimento: intanto alle qualità e alla competenza della persona, al ruolo di statista che egli ha assunto proprio a partire dall’esperienza del governo dell’Ulivo; in secondo luogo, la presidenza Prodi alla Commissione europea è un grande riconoscimento all’Italia, corrisponde a una ripresa di credibilità politica a livello internazionale del nostro paese, cui lo stesso governo Prodi ha dato un contributo essenziale; infine, direi che premia un’idea: l’idea che per far crescere l’Europa occorre guardare avanti, lasciandosi alle spalle vecchie concezioni ideologiche, vecchie appartenenze. E questa è l’idea e l’azione che Prodi ha intrapreso promuovendo l’iniziativa dei Democratici. Prodi rimane il leader e il simbolo dei Democratici e il nostro contributo in Italia e in Europa si va rafforzando grazie anche al suo nuovo incarico”.


Vogliono tornare al passato. 

Facciamo un bilancio. Qual è stato il contributo effettivo che i Democratici hanno dato alla politica italiana in questi mesi?

“Il mio bilancio è positivo. Lo dico con orgoglio: l’iniziativa dei Democratici ha fermato un formidabile tentativo di far compiere alla nostra democrazia un pericoloso cammino a ritroso. Un ritorno al passato senza il passato. Il rimpianto dell’età partitocratica riproposta in un quadro di maggiore debolezza dei partiti. La nostra affermazione alle elezioni europee, la sconfitta delle componenti conservatrici del centro-sinistra e la successiva azione politica di questi mesi ci hanno messo in condizione di poter svolgere un ruolo oggettivamente avanzato”.


Chi ha tentato di ritorno al passato? E in che cosa si è concretizzato il tentativo?

“Nel processo di transizione che il paese vive da un decennio, contraddistinto dal passaggio da una democrazia proporzionale a una maggioritaria, abbiamo assistito molte volte e nei momenti decisivi al coalizzarsi delle forze conservatrici presenti in ogni schieramento per cercare di impedire il compimento di quel processo e anzi porre le base per un ritorno alla partitocrazia. Accadde dopo la vittoria del referendum del 1993, quando i partiti si accordarono in Parlamento per una legge elettorale a sistema misto che limitasse il sistema maggioritario chiesto dal paese.


Ed è accaduto di nuovo dopo la vittoria dell’Ulivo nel 1996. Il 21 aprile del 1996 con la coalizione dell’Ulivo e la premiership di Prodi noi avevamo cercato un’investitura diretta da parte degli elettori. E la ottenemmo. Provammo cioè a trasformare in un fatto politico reale una democrazia maggioritaria ancora incoerente quanto a sistema di regole e di comportamenti. Per noi il raggiungimento di una democrazia competitiva e governante era ed è un problema di regole, di cultura e di comportamenti. Le regole per se stesse non bastano. Si possono avere comportamenti vecchi all’interno di regole nuove. Sono convinto che il processo di cambiamento ancora in atto configuri un rapporto assai stretto tra proposta della classe politica e risposta dell’elettorato, cioè tra la capacità della classe politica di indirizzare la potenzialità di cambiamento degli elettori nel quadro delle nuove regole del gioco e la disponibilità dell’elettorato a riconoscersi nella formulazione della nuova proposta. Se manca questa capacità di indirizzo della classe politica il processo di transizione diviene contraddittorio, può deragliare.


Il 21 aprile 1996, i fatti vi avevano dato ragione. Eppure l’esperienza dell’Ulivo e del governo Prodi è stata posta in crisi e archiviata proprio da esponenti e da comportamenti interni alla coalizione.

“Il 14 ottobre 1998 alcuni leader politici _ D’Alema per i DS, Marini per i popolari _ si accordarono tra loro, senza alcuna vidimazione elettorale, su un progetto politico che mirava a chiudere l’esperienza dell’Ulivo per un’alleanza tra un centro e una sinistra di tipo tradizionale; una sommatoria di partiti caratterizzata prevalentemente dalla ripartizione delle cariche. Una logica che ha retto a lungo in passato ma che noi riteniamo non possa più funzionare nel paese, e alla quale ci opponiamo”.


Che ruolo ha avuto il presidente Cossiga in tutto questo?

“Il presidente Cossiga ha offerto consigli, sostegno, regia. Per gli amanti delle citazioni inglesi potremmo dire che il suo ruolo è stato quello di Lady Macbeth”.


Nel suo saluto al Parlamento italiano, il 16 settembre scorso, Prodi ha parlato di quei momenti come di avvenimenti anche personalmente drammatici.

“Per un leader diviene personalmente drammatico ciò che è o appare la fine di un disegno politico. Vorrei ricordare che una parte di quelle forze moderate che trasmigrarono dal Polo per prendere parte a quel disegno (i cossighiani, i mastelliani e i buttiglioniani), siglavano un accordo a termine. Entravano cioè nell’alleanza di centro-sinistra per un periodo transitorio, in attesa di poter ricostruire, previo sgretolamento del Polo di centro-destra, un centro alternativo alla sinistra. Muoveva quelle forze politiche il disegno preciso del superamento del bipolarismo per un completo ritorno alla democrazia proporzionale. Con quello stesso spirito si liquidarono giunte regionali legittimamente governate dal centro-destra, secondo la volontà espressa dagli elettori. Ricordo queste cose perché siano chiari i termini della sfida che abbiamo dovuto affrontare, e la strada che abbiamo percorso in 11 mesi”.


11 mesi sembrano persino pochi per liquidare una reazione così consistente. Avete vinto?

“Si potrebbe persino dire che il “vecchio” si è arreso troppo in fretta, che molte conversioni sono state troppo repentine. Le verificheremo! Sia chiaro che nessuno può immaginare un rilancio effettivo dell’Ulivo se non sciogliamo prima i nodi formatisi negli ultimi anni. Ora il patto del 14 ottobre è stato battuto alle elezioni europee. Coloro che irridevano alla prospettiva dell’Ulivo hanno dovuto cambiare ipotesi politica; coloro che lo definivano “una carogna” dicono di avere scelto il centro-sinistra in forma stabile e quanti, come Buttiglione, non erano d’accordo hanno ripreso la strada del centro-destra. Un po’ di chiarezza l’abbiamo comunque fatta”.


La conversione di D’Alema


Anche D’Alema oggi si dichiara su posizioni vicine a quelle espresse dall’Ulivo. È D’Alema che è diventato ulivista o l’Ulivo che è diventato dalemiano?

“Li riconosceremo dai loro frutti. La conversione di D’Alema ha certamente dello spettacolare. Ma se stiamo correttamente all’analisi politica noi possiamo verificare che D’Alema è giunto oggi (settembre 1999) alle nostre posizioni del 21 aprile 1996. Non possiamo dispiacercene. Ora lo attendiamo alla prova dei fatti. Del resto così come noi Democratici siamo legati alle nostre parole, lui è prigioniero dei suoi atti.

Un simbolo unico, l’abolizione della quota proporzionale è ciò che sosteniamo dal 1995 e che abbiamo cercato di sperimentare fin dal 1996″.


Cosa manca perché quelle aperture non rappresentino un gesto gattopardesco, con l’unica variante reale di blindare la candidatura di D’Alema come premier della coalizione?

“Riconoscere che si è fatto un passo avanti non significa affermare che si è concluso il cammino. Ciò che sta accadendo nel centro-sinistra non è certo sufficiente. Non siamo ancora a una scelta bipolare definitiva e inequivocabile per tutte le sue componenti. Inoltre noi abbiamo descritto il nuovo Ulivo come un soggetto unitario, omogeneo, con un proprio progetto politico, che scaturisce dallo scioglimento dei vecchi raggruppamenti. Altrimenti noi andremmo incontro a due esiti possibili ed entrambi negativi: o la creazione veloce di un partito unico della sinistra democratica, oppure a una riedizione aggiornata del cartello elettorale dei partiti. Nascondere i partiti dietro una sigla unitaria esclusivamente alle elezioni politiche per poi farli risaltar fuori in altre elezioni e magari in Parlamento non è la nostra proposta e può certamente essere indicata come operazione gattopardesca”.


Ma la proposta di abolire la quota proporzionale nella legge elettorale per le politiche è davvero una decisione nuova.

“Nell’aprile scorso, abbiamo mancato per 70.000 voti il quorum in un passaggio davvero decisivo al riguardo; e debbo dire che questo è accaduto per un preciso disimpegno di Berlusconi e D’Alema. Berlusconi ha trasformato il suo disimpegno di allora in aperta ostilità. D’Alema no. Se di novità si tratta possiamo verificarlo subito. Oggi in materia di abolizione della quota proporzionale vengono riproposti due referendum che noi Democratici sosteniamo: quello promosso da Fini e da Segni e quello promosso dai Radicali. Basta sostenerli. Vi è poi in Parlamento la possibilità di porre velocemente rimedio alle omissioni di aprile. Vedremo”.


Guardiamo alle diverse componenti del centro-sinistra. Veltroni si è detto disponibile a un’unione e a una semplificazione del quadro dei partiti nel centro-sinistra, sostenendo la proposta di una fusione tra DS, Verdi e Democratici.

“Un nostro scioglimento per confluire con i DS e i Verdi non va nella direzione che ho appena indicato, bensì nella direzione opposta. Saremmo alla “Cosa 3”, o come si chiamerebbe. Rientreremmo nella logica di incorporazione da parte diessina delle forze limitrofe. È lo stesso obiettivo perseguito in forme più rigide dal segretario D’Alema con la “Cosa 2″, e fortunatamente fallita. In secondo luogo, ciò che ne uscirebbe somiglierebbe molto a un ammodernato partito socialdemocratico. L’Ulivo è un’altra cosa dal Partito socialista europeo. Noi non siamo una corrente riformatrice della tradizione socialista. Mentre il Partito socialista europeo non può contenere tutti i democratici, l’Ulivo deve contenere tutti i democratici e tutti i riformatori”.


Noi e i popolari


Cosa osserva nell’area di centro, dove sembrano convivere incertezza e dichiarazioni di movimento?

“La risposta più avanzata che sin qui si è potuta ascoltare da parte delle segreterie di quei partiti è quella della ricostruzione del centro nel centro-sinistra. Un’ipotesi discutibile e discussa nell’estate del 1998 e rifiutata da molti degli attuali proponenti. Ma oggi inaccettabile. Non solo perché ci sono i Democratici ed essa appare invecchiata, ma perché occorre seriamente dubitare della sua realizzazione nel paese. Ancora una volta non è con un patto tra segreterie o con un accordo tra gruppi parlamentari, non è con la somma dei decimali che si compone un progetto politico.


Dietro la proposta del raggruppamento dei centri dispersi, pur nella bontà di un’operazione di semplificazione di gruppi e sigle, permane la concezione di una coalizione intesa come formazione di partiti che devono rimanere il più possibile stabili. Il messaggio che ci proviene dalle elezioni europee è che è definitivamente conclusa la stagione delle appartenenze. L’elettore non appartiene più stabilmente ai partiti e vive pienamente la propria autonomia.


L’Ulivo che noi vogliamo va nella direzione della società: non è un’alleanza tra apparati che cercano di fissare una volta per tutte la loro stabile permanenza sulla scena politico-parlamentare, bensì un’alleanza che muove dall’unità di tutti i democratici e supera le rispettive concezioni di parte indirizzandole in un incontro reale con la società, di reale contaminazione culturale”.


A questa impostazione i popolari hanno obiettato sin qui che essa di fatto cancella le differenze.

“Noi non siamo per abolire e neppure per appiattire le differenze, ma per un confronto tra identità alla pari, a ciascuna delle quali è riconosciuta dignità e funzione, per dar vita a un’effettiva condivisione di valori. Dopo la crisi dell’Ulivo e di fronte al riemergere delle vecchie appartenenze, l’iniziativa dei Democratici si è mossa esattamente in questa direzione. I Democratici sono già un composto di identità diverse che vivono assieme e si manifestano su un progetto politico unitario che è per tutta la coalizione. Quando abbiamo dichiarato la nostra disponibilità a scioglierci, e abbiamo chiesto a tutte le componenti del centro-sinistra di fare altrettanto, abbiamo indicato il metodo e l’obiettivo per rilanciare l’Ulivo: nessun egemonismo da parte di nessuno, nessun assorbimento o incorporazione, bensì la costruzione del soggetto unitario di tutti i democratici”.


Per tutto il tempo della segreteria Marini, con i popolari c’è stata tensione continua fino allo scontro delle elezioni europee. Oggi essi vivono il dramma di un pesante ridimensionamento politico ed elettorale. È il risultato di questo scontro?

“Conservare la propria identità e la propria storia non significa conservare le stesse forme organizzative del passato e ripetere il passato. Il dramma dei popolari è che per una malintesa idea di conservazione della loro identità non hanno saputo riconoscere neppure i “loro”. Non hanno riconosciuto neppure Romano Prodi. Invece di applicare il principio: “Chi non è contro di noi è con noi” hanno insisto sul principio opposto: “Chi non è con coi è contro di noi”. O Prodi entrava da tesserato nei popolari o non era dei “loro”. E così siamo progressivamente passati dalla lista che nel 1996, con il titolo: “Popolari e Democratici per Prodi”, annunciava un progetto politico di ridefinizione al centro al disegno opposto: “Popolari senza Democratici, più Prodi”. Il risultato, come avevo previsto, è stato quello di avere dapprima i “popolari senza i Democratici e senza Prodi”, per finire, nel giugno 1999 con i “popolari contro Prodi””.


Cosa consiglia ai popolari?

“L’accettazione definitiva del bipolarismo da parte del PPI passa necessariamente per la fine della solidarietà internazionale col Partito popolare europeo. Occorre che i popolari italiani _ che sono tra i fondatori del PPE _ prendano atto dei mutamenti intervenuti nell’identità di quel raggruppamento europeo. Il PPE è oggi, legittimamente, un partito conservatore, distante dalla tradizione democratico cristiana e ancor più dalla tradizione popolare. La sezione italiana del PPE è divenuta a tutti gli effetti Forza Italia. Tra PPI e PPE al massimo si può oggi parlare di un caso di omonimia”.


Cosa si attende dal congresso del PPI?

“Che si giunga alla decisione di uscire dall’accampamento verso un incontro reale e in tempo utile per tutti con noi e con le altre componenti dell’Ulivo”.


Identità cristiana e scelte politiche


Lei ha parlato di ripresa dell’ispirazione cristiana. In questa nuova fase dell’Ulivo si propone in termini relativamente nuovi il tema della questione cattolica. Cosa ne pensa?

“Ho partecipato a entrambi gli incontri di Camaldoli e ritengo che quanto è emerso da quegli incontri costituisca un punto di partenza importante per una rinnovata riflessione su questi temi (cf. Regno-att. 14,1998,492; Supplemento a Regno-doc. 19,1998; Regno-att. 14,1999,502). Pur riconoscendo che il ruolo svolto dal cattolicesimo democratico anche in questo ultimo tratto della transizione italiana sia stato significativo e abbia contribuito a non isolare o a estraniare i cattolici dal processo di cambiamento, condivido la tesi che oggi si sia nella necessità e nella condizione di un rilancio della funzione e dell’identità dell’ispirazione cristiana nella società italiana.


Una delle considerazioni emerse negli incontri di Camaldoli è che i cristiani laici possono e debbono contribuire responsabilmente al completamento del processo democratico essendo legittimamente rappresentati e partecipi in ciascuna componente di entrambi gli schieramenti nel sistema bipolare. Questa posizione, se è ben spesa, può recare come frutto quello della fine dell’autosufficienza della cultura laica o di anticlericalismi d’altri tempi.


Come ha affermato lo stesso Prodi, siamo entrati in una fase nuova della nostra storia. Si tratta di una stagione nella quale non esistono più nel paese culture o appartenenze maggioritarie. Cessa, deve cessare la deterrenza della cultura laica e può essere riconosciuto lo statuto pubblico dell’uomo di fede. È il recupero di un equilibrio perduto. In questo paese i cattolici si riconoscono come minoranza: la principale delle minoranze in un paese di minoranze. Si possono in proposito citare le riflessioni del card. Martini, compresa la riflessione biblica proposta a Camaldoli, circa il significato spirituale e culturale compreso nella prova consapevole della propria debolezza. Il riconoscimento che ne deriva della stessa vicinanza divina e per noi, in termini culturali, la consapevolezza di essere minoranza impegnata e motivata. Una condizione di minoranza, non di minorità. Si tratta di una condizione nella quale deve venire valorizzato appieno il contributo storico del cattolicesimo alla costruzione dell’identità nazionale e della nostra democrazia”.


Cosa significa questo in concreto?

“Si pensi, ad esempio, alle conseguenze positive da un punto di vista sociale e civile che ha un concetto della cittadinanza intesa come progetto, a differenza di un concetto della cittadinanza fondata sulla nazione. Il concetto di nazione deve essere di nuovo declinato a partire dalla disponibilità a condividere una memoria e a partecipare ad una storia. Per noi la memoria è un fatto culturale, non etnico. Tutte le nazioni sono in qualche modo chiamate a diventare in futuro nazioni elettive. Sviluppare allora il concetto di cittadinanza _ che in questa accezione coincide con l’appartenenza nazionale _ significa dare forma a una società democratica dell’accoglienza, dell’incontro tra le diversità, senza che questa debbano destrutturarla. Esattamente il contrario di quanto è andato emergendo non solo nella tragica ripresa dei nazionalismi, ma anche degli stessi localismi. È su queste stesse basi che si può costruire un’Europa delle memorie e delle culture, dando nuovamente alle società democratiche dell’Europa un futuro.


In questo contesto deve essere rivisitata e ripresa l’idea di fraternità, come appartenenza a una famiglia che non può non rimandare all’idea di una comune paternità e di una patria comune”.


Si tratta di una posizione che interloquisce col principale dei significati civili attribuiti al “Progetto culturale orientato in senso cristiano” formulato dai vescovi.

“Quando si riafferma _ come ha fatto recentemente la chiesa italiana _ la consapevolezza dell’esistenza nel nostro paese di un’eredità di fede, di cultura, di un patrimonio di valori comuni e di unità che sono divenuti dote civile dell’intera società, si compie un gesto significativo per la crescita del paese.


Ritengo che sia maturo il tempo nel quale, anche in l’Italia, i cattolici possano contribuire alla costruzione di una “religione civile” che non sia né l’accettazione di una funzione decaduta della fede e dei suoi significati morali per la coscienza personale e pubblica, né una forma separata e contrappositiva della fede rispetto alle altre culture, ma sia la proiezione storica delle virtù cristiane”.


Partecipazione, riconoscimento, riconoscibilità


Come cambia in proposito il rapporto tra politica e testimonianza cristiana?

“La partecipazione personale e pubblica del cristiano è fondata sul dialogo. Essa cioè non sopporta né la separatezza della presenza, né la marginalità di una presenza privatistica. La partecipazione del cristiano alla vita pubblica comporta una sua riconoscibilità e un suo riconoscimento.


Potremmo dire che da questo punto di vista la forma partito, in particolare il partito che portava nel nome il segno cristiano, ha svolto storicamente una importante funzione di laicità, ma anche di secolarizzazione dell’ispirazione cristiana. Il singolo cattolico non era tenuto a dar conto della propria identità sulle singole questioni etiche, poiché esse venivano rimandate al partito che si pensava “cristiano”, e in esso l’identità, dovendo fare i conti con la logica propria del principio di laicità e di autonomia della politica, veniva di fatto subordinata e sacrificata alle esigenze di equilibrio politico. Si veniva così a creare un percorso secolarizzante in nome dell’armonia politica. Oggi è più difficile ripetere questo percorso, dal momento che non esiste più il contenitore del partito cristiano e le nuove aggregazioni non hanno e non debbono avere titolo per rivendicare per se stesse il nome cristiano. Mentre un tempo l’identità era affidata in privato alle singole persone e in pubblico delegata a un partito che si presumeva cristiano in virtù del nome e prescindendo dall’esito politico delle sue scelte, oggi essa viene restituita totalmente alle singole persone, in privato e in pubblico e ciascun cattolico deve darne conto personalmente”.


Fuori dalla laicità del partito non c’è il rischio che si dica: “Torniamo all’integralismo”?

“Se questa nuova condizione venisse intesa come possibilità o come necessità di un ritorno all’intransigenza o alla possibilità di radunare in un solo gruppo tutti i cattolici “puri e duri”, invece di fare un passo avanti se ne sarebbero fatti due indietro. Il partito dei “puri e duri” sarebbe il segno dell’avvenuta marginalizzazione della presenza pubblica del cristiano. Quanto all’integralismo, giustamente è stato definito nel primo incontro di Camaldoli come una forma immatura del cattolicesimo.


Ciò che può consentire di fare un passo avanti è la consapevolezza rischiosa che la scelta del limite e della parte politica è il luogo possibile della pienezza dell’impegno, e in essa è consentita la graduazione dei valori salvandone la densità. Personalmente si deve tener vivo il deposito di valore convincendo chi ha un diverso orientamento culturale della sua utilità generale, sociale e antropologica. Una sintesi politica cristianamente ispirata, che si confronti con le altre ispirazioni culturali, assume la forma di una pedagogia progressiva. In questo senso il cristiano che partecipa alla vita pubblica e politica deve rileggere la descrizione dell’anonimo della Lettera a Diogneto: “Obbediscono alle leggi stabilite, eppure vincono le leggi con il proprio specifico modo di vivere””.


In che forme vi può essere per il cristiano una testimonianza pubblica comune a livello politico in questa nuova situazione di pluralità?

“Abbiamo da tempo sostenuto _ e molte componenti dello schieramento di centro-sinistra lo hanno a parole sostanzialmente accettato _ che in materia di morale soggettiva, su questioni dirimenti, che attengono alla difesa e alla cura della vita e della morte non vi può essere disciplina o indirizzo progettuale di partito. Coerentemente con questa impostazione credo che nessuno debba poi scandalizzarsi se su quelle materie decisive i cattolici diversamente collocati politicamente trovano convergenze parlamentari. Se infatti non compete al legislatore affermare per legge la morale cristiana, per il cristiano impegnato politicamente è doveroso impedire che per legge vengano affermati principi che contrastano radicalmente con i valori fondamentali della fede cristiana”.


Vi sono anche progetti e proposte assunte dalla coalizione dell’Ulivo che poi sono rimaste disattese o addirittura contraddette dall’attuale centro-sinistra. Penso ad esempio al tema della parità scolastica.

“Qualche giorno fa, aprendo i lavori del Consiglio permanente della CEI, il card. Ruini ha sostenuto che le attuali norme sulla parità scolastica riguardano prevalentemente provvedimenti per il diritto allo studio e che “non è possibile nascondere un netto arretramento della stessa proposta di legge presentata dal precedente governo e fatta inizialmente propria da quello attuale”. Io condivido questo giudizio.


Come Democratici ci poniamo un problema generale a riguardo della libertà e della parità scolastica. Coloro che sono contrari alla parità vedono nel rapporto tra scuola pubblica e scuola privata esclusivamente il rapporto tra scuola statale e scuola cattolica. Noi riteniamo che questo modo di procedere contenga un grave errore di prospettiva. Per noi il tema attiene al valore pubblico della scuola sia essa statale o privata, così come specificato dal disegno di legge presentato dal governo Prodi nel luglio del 1997.


Più in generale, condivido e vorrei riprendere quanto ha detto su questa stessa rivista Antonio La Forgia. La costruzione di un’autentica libertà di scelta diviene la condizione indispensabile per attivare una compiuta e radicale autonomia degli istituti scolastici. Libertà di scelta e autonomia poggiano sul finanziamento dei singoli iscritti. Sulla modalità di finanziamento si possono inventare diverse soluzioni, fatti salvi i principi che la formazione dei giovani deve restare a carico della fiscalità generale e che l’aiuto statale deve essere inversamente proporzionale al reddito delle famiglie. Noi dobbiamo cioè immaginare un esercizio di libertà di scelta la più ampia possibile, tale da generare forme competitive tra i diversi istituti scolastici e tale da produrre un processo diffuso di riqualificazione della scuola (cf. Regno-att. 8,1999,286)”.