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21 Settembre 2010

GRAVISSIMA CONVOCAZIONE DEI POPOLARI. A RISCHIO ESISTENZA DEL PARTITO

Autore: Arturo Parisi
Caro Segretario,
cara Presidente
caro Vicesegretario,
 
nel pomeriggio di giovedi’ 16 le agenzie battevano la
notizia che “Franco Marini e Pierluigi Castagnetti, gli ultimi segretari
Ppi, hanno convocato per martedi’ sera una riunione di tutti gli ex
Popolari nel Pd. La riunione serve a fare il punto della situazione dopo
l’annuncio del documento Fioroni-Veltroni, a cui gli esponenti vicini a
Fioroni assicurano siano giunte 35 firme di ex Popolari. Sia Marini che
Castagnetti in questi giorni hanno, invece, duramente criticato
l’iniziativa e ne hanno chiesto ai promotori il ritiro.”.
 
Da quella convocazione sono passati ormai quattro
giorni. Pur non essendo intervenuta alcuna smentita o disdetta da parte
dei promotori, non ho riscontrato sul fatto alcun commento da parte del
Partito, se, si esclude la mia solitaria ancorche’ ripetuta protesta.
Essendo ormai alla vigilia dello svolgimento della riunione, mi sento
percio’ costretto a rivolgermi in forma doverosamente pubblica a voi che
nel Partito ricoprite le cariche di maggiore responsabilita’ per
richiamare la vostra attenzione sulla estrema gravita’ del fatto e sulle
sue possibili conseguenze.
 
Come e’ noto, con la ripresa della attivita’ politica,
alimentato dalla evidente crisi del berlusconismo che molti arrivano a
definire epocale, nei giorni scorsi “sembra” essersi aperto “finalmente”
nel partito un dibattito “pubblico” sul che fare di noi e della nostra
democrazia. E fatemi sottolineare con sentimenti di compiacimento e allo
stesso tempo di incredulita’ “sembra”, “finalmente” e “pubblico”.
Facendo seguito ed approfondendo il primo scambio che si era manifestato
sui giornali sotto forma epistolare, per primi sono scesi in campo
alcuni dirigenti di primissimo piano vicini alla segreteria del partito,
i cosiddetti “giovani turchi”, che, muovendo da una critica severissima
sulla situazione di un partito “che da sedici anni non fa altro che
tornare indietro” hanno formulato la loro proposta per “tornare avanti”,
cambiando strada”.
A queste voci critiche, che, nella conta che abbiamo
chiamato congresso, si erano fatte contare nella maggioranza, fanno ora
seguito altre voci provenienti dalla parte di quanti nel cosiddetto
congresso si erano fatti contare nella minoranza. Io ritengo che ambedue
i documenti siano utilmente discutibili, cioe’ a dire meritino di
essere discussi, anche se del documento “turco” condivido molti punti ma
non l’impianto, mentre di quello opposto l’impianto anche se non tutti i
punti.
 
Su questo sfondo vanno peraltro moltiplicandosi,
incontri e iniziative, che, ai tempi dei partiti di correnti, sarebbero
state tranquillamente definite di corrente. Esse rafforzano una dinamica
antica che vede da tempo in campo associazioni, televisioni,
fondazioni, che, pur promosse da dirigenti massimi, operano nel partito
senza essere del partito. Non abbiamo che l’imbarazzo della scelta, Solo
per limitarmi a questa settimana, penso alla assemblea di
Liberta’eguale, alla quale, dopo ben dodici anni, sono riuscito
finalmente a partecipare. Penso a quella annunciata da Franceschini di
AreaDemocratica. Penso al SudCamp che Letta promuoveva ieri su Repubblica, con
animo sereno, esattamente come aveva fatto in passato per tante
meritevoli iniziative della sua corrente, senza alcun sospetto che
qualcuno potesse trovarla in contrasto col sentimento unitario del
“nostro popolo” del quale, come vicesegretario del partito, sentiva di
doversi fare interprete contro l’iniziativa per lui divisiva di
Veltroni.
 
A differenza di quanti vengono dalla tradizione
ispirata al “centralismo democratico”, ed esattamente come Letta e
Franceschini, pur non proveniendo dalla loro tradizione partitica, io
non vedo in questo pluralismo un fatto patologico. Vedo invece un segno
di vitalita’ del partito. Questo purche’ il pluralismo venga ricondotto
ad unita’ negli organi dirigenti attraverso il confronto pubblico e la
decisione democratica. Solo questo puo’ evitare che siano pubbliche le
divisioni e sia invece nascosto il processo di sintesi dei caminetti, o,
all’opposto che all’unita’ sia riservata la scena e alla divisione i
retroscena, notoriamente, gli unici che contano.
 
A chiamarci alla difesa del pluralismo, a
riconoscerlo, a valorizzarlo e governarlo, oltre alla fede nella
democrazia, e’ in questo momento la consapevolezza che, a causa di vizi
antichi e delle contraddizioni presenti, ci viene dalla base, di quello
che Letta ha chiamato “il nostro popolo”, una spinta esattamente
opposta. Vediamo infatti crescere ogni giorno di piu’ la voce della base
che manifesta imperiosa una domanda di unita’ di tutto il partito, e,
denunciando come divisione le pluralita’ di opinioni, fa appello ad un
monolitismo sotto una unica catena di comando. Di questa domanda
conosciamo la storia, il passato e il futuro. Conosciamo le sue ragioni,
e i nostri torti, ma anche che il torto maggiore sarebbe cavalcarla
invece di interpretarla.
 
Noi sappiamo pure che da sempre e sempre in politica
le idee hanno camminato con le gambe degli uomini. E sappiamo che gli
uomini sono spinti nel loro cammino da pulsioni personali, sentimenti,
risentimenti, disagi, calcoli. Ma questo vale per tutti. Il nostro
comune compito e’ mettere i nostri vizi, i vizi di tutti, al servizio
delle nostre virtu’.
 
Per questo motivo, pur consapevoli della radice di
molte nostre divisioni, noi dobbiamo avere il coraggio di rispondere a
questa domanda di unita’ dicendo che
un partito nuovo non puo’ nascere e crescere se non
nell’articolazione pluralista e nella sintesi democratica. Soprattutto
un partito che vuole uscire dai suoi recinti partitici e sociali passati
per aprirsi a quanti in quei recinti non hanno mai vissuto ed anzi li
hanno visti come recinti nemici.
 
E’ per questo che difendo il confronto che si e’
aperto come prezioso per la crescita del partito. E’ per questo che
rinnovo il mio rammarico per questi anni consumati all’insegna del
conformismo, dell’unanimismo, e del totale disprezzo per la fatica della
democrazia. E’ per questo che, riconoscendo nella mutevolezza delle
aggregazioni il possibile disgregarsi delle paratie delle appartenenze
passate, vedo nella apparente confusione presente la possibilita’ di
sempre nuove fusioni future.
 
Il pluralismo che in questa lunga premessa ho difeso,
quello che puo’ aiutarci a costruire finalmente il Pd, non ha tuttavia
nulla a che fare col tentativo di ricostituire i partiti del passato,
quelli che, non solo pensavamo, ma avevamo solennemente deciso di
lasciare alle nostre spalle nella forma e nella prassi.
 
L’alternativa al Pd come un popolo ricondotto ad
unita’ sotto una unica catena di comando, non puo’ essere un Pd nel
quale continuino e tornino a vivere partiti diversi e diverse catene di
comando.
 
Questo sarebbe invece il senso e l’esito della
convocazione da parte dei due ultimi segretari del Ppi di tutti i
parlamentari che da quel partito provengono e che, in nome, di questa
provenienza, sarebbero stati nominati in parlamento nella quota di
appartenenza. Una convocazione grave in se’ ma ancora piu’ grave per
l’oggetto immediatamente politico. Essa e’ motivata infatti
dal’obiettivo di valutare l’adesione dei singoli deputati di origine Ppi
ad una posizione o all’altra, considerato il diverso avviso che i
segretari del dissolto partito ritengono di aver manifestato al
riguardo. Una riunione che si propone di manipolare il libero svolgersi
del dibattito del partito in nome di una disciplina e di una
appartenenza passata. Una riunione intenzionalmente diretta a contenere
il libero dispiegarsi del pluralismo nel partito e la nascita di una
nuova unita’. Una riunione che nella sua sola concezione adombra la
regressione ad una forma federativa che noi abbiamo da sempre escluso,
perche’ destinata a perpetuare un sistema di quote come metodo di
accordo, o in caso di disaccordo, la minaccia e il rischio permanente di
ritorno al passato e di connesse scissioni.
 
Ed e’ per questo assetto che e’ stato formalmente
esclusa ogni sopravvivenza dei partiti promotori, i Ds e la Margherita
chiedendo ad essi tre anni fa di sciogliersi perche’ il Pd potesse
nascere. Se questo vale per i due partiti promotori, cosa dovremmo dire
per il Ppi che, assieme ai Democratici, ha sospeso ogni attivita’
politica quasi nove anni fa per dar vita alla Margherita?
 
In questo stesso senso, appena due mesi fa,
giustamente avevano fatto sentire la loro voce i dirigenti del Partito
di origine Ppi a proposito della prospettata convocazione di una
Assemblea politica della Margherita. “Basta guardare indietro” aveva
detto la Bindi, Presidente della nostra Assemblea. “E’ un partito che
non esiste piu'” aveva aggiunto Franceschini. E lo stesso Marini, che
ora convoca i deputati del Ppi, con la nota chiarezza e il consueto tono
sferzante aveva concluso “Chi si riunisce? I fantasmi? La Margherita
non c’e’ piu’.”
 
E dire che la Margherita esiste. Certo
finanziariamente per le risorse delle quali e’ titolare e deve
continuare a dar conto. Ma esiste anche politicamente. E’ solo in nome
di un giudizio politico attuale che il Presidente Bianco ha infatti
ritenuto ancora membri della Assemblea chi come Rutelli ha lasciato il
Pd per dar vita all’Api, mentre ha escluso altri che hanno fatto altre
scelte anche se dall’Api non dissimili. Ed e’ in nome della continuita’
della sopravvivenza politica della Margherita che una parte
significativa dei parlamentari eletti col Pd al Parlamento Europeo hanno
aderito al Partito Democratico Europeo del quale e’ Presidente Rutelli
che del Pd e’ oggi
concorrente in Italia, mentre altri parlamentari aderiscono al Pse, pur
ritrovandosi tutti nel gruppo dei Socialisti, ora Asde, come qualche
giorno fa ha testimoniato Gianluca Susta mentre annunciava la
impossibilita’ di continuare a svolgere la funzione di vicepresidente
del gruppo europeo.
 
Questo per non parlare della sopravvivenza e della
continuita’ nel partito dei segni e delle strutture delle altre
componenti organizzate che hanno dato vita al Pd, e, soprattutto di
quella Ds, sulla quale non mi sembra il caso di spendere parole inutili.
 
Se non si interviene in tempo e con energia, l’effetto
congiunto del blocco del pluralismo e il mancato intervento per
scoraggiare la rinascita nei fatti e nelle forme dei partiti passati
rischia di mettere gravemente a rischio la possibilita’ di affermarsi
del Pd, come partito nuovo e partito unito nel quale sia possibile a
militanti ed elettori di mescolarsi come persone a partire e solo a
partire dalle scelte politiche attuali.
 
Per ognuna delle componenti partitiche e, in
particolare per quelle minoritarie, l’alternativa sarebbe quella di
accomodarsi in una posizione subalterna o di sviluppare una resistenza
sempre aperta a minacce di scissioni, come abbiamo gia’ sperimentato in
questi tre anni di silenziosi abbandoni individuali e di palesi rotture
collettive.
 
Al di la’ della rilevanza oggettiva, che potrebbe
anche essere modesta, ritengo percio’ che, qualora la riunione della
componente Ppi dovesse svolgersi, il gia’ faticoso e non ancora concluso
processo di costituzione del Pd farebbe un pericoloso balzo indietro.
Questo anche a causa del parallelo processo regressivo che va
sviluppandosi nel centro destra.
Anche altri, oltre ai popolari, potrebbero sentirsi
infatti autorizzati a ricostituire gli organi e le case dalle quali e’
inziato il cammino che li ha portati al Partito Democratico.
 
Sono percio’ sicuro che vi attiverete con urgenza per
chiedere agli amici che hanno promosso la riunione del Ppi prevista per domani di sconvocarla,
cosi’ come son sicuro che quanti, soprattutto tra i massimi dirigenti
sentono la scelta del Pd come una scelta definitiva, si asterranno e
scoraggeranno altri dal parteciparvi.
 
Con amicizia
 
 
Arturo Parisi